Vall Llach

Mentre mi accingevo a stappare una bottiglia di  Vall Llach 2002, vino rosso della DOQ Priorat prodotto dall’omonima azienda vitivinicola, ho ripensato a quanto scritto da me in passato sui vini vetusti…

“ … C’è una categoria di bevitori che amo definire “Rigattieri del gusto”. Costoro, innamorati dei profumi e dei sapori che solo i vini vetusti sanno elargire e intenti a lustrare le scarpe ai “guru” del settore mutuandone acriticamente le opinioni, sono della risma di quelli perennemente inattuali, proiettati sempiternamente su ipotetici futuri picchi di espressività organolettica dei nettari intercettati lungo il loro incedere sensoriale. Quasi mai ghermiti subito. Quasi sempre bevuti con nostalgia per quel che avrebbero  potuto essere e magari non sono stati. Il loro tipico  approccio mentale  ad un vino, per quanto risulti fantasmagorico al naso e appagante al palato, è il seguente:”…E’ così giovane: mi trovo forse davanti ad una bottiglia che avrebbe potuto riposare in cantina ancora a lungo? A quanto ammonterà la sua “tenuta” organolettica?….” E amenità del genere. E invece di godere del piacere del “qui” e “adesso”, invece  di abbandonarsi a briglie sciolte nel dominio della voluttà ,il desiderio del “rigattiere”  tende ad impigliarsi nel suo gioco preferito, quel meccanismo perverso e senza uscita che amo definire  la roulette russa dello “stappo”. Che è Il suo “onanismo” enologico. Che è lo stucchevole arzigogolare sul sesso degli angeli (…quando è giusto fruire di un nettare? A quando il suo apogeo gustativo?…) e che lo porta a differire la beva fino ai prodromi del baratro. Il più grande vanto del “rigattiere” è poter affermare di aver trascinato al limite estremo  le condizioni di bevibilità di un vino. Spesso il “rigattiere” possiede la generica nozione del miglioramento del vino in funzione dell’invecchiamento. Innanzitutto bisogna sapere cosa invecchiare. Ho visto comprare cartoni di riesling tedeschi “Qba” e destinarli ad un forzato imbrunimento. Chi glielo spiega all’incauto “rigattiere” che nessun bevitore consapevole lo farebbe e perché? Solo vini dalla grande struttura e dal sostanziale equilibrio possono solcare gli stessi cieli  dove osano le aquile…”

L’azienda vinicola Vall Llach è stata fondata nei primi anni novanta dal cantante catalano Lluìs Llach e dal notaio Enric Costa a Porrera, uno dei nove villaggi della Catalogna meridionale che costituiscono la DOQ Priorat. Sottoposto ad un affinamento di 18 mesi in barrique da 225 e 300 litri  leggermente e mediamente tostate, il “Vall Llach 2002”  è un blend composto dal 65% di Cariñena, 25% Merlot, 10% Cabernet Sauvignon. Quel che presumibilmente è stato un campione alla vista dallo splendido colore granato molto brillante, con sfumature violacee, con un naso debordante di aromi di frutta nera matura ed erbe aromatiche e un sottofondo di tabacco e cioccolata, ed una pienezza gustativa e post-gustativa ai limiti della saturazione, dopo tanti anni si è risolto in un vino dal colore più opaco, per quanto brillante, un naso meno esuberante e più sottile, per quanto intrigante, e una fase gusto-olfattiva più agile e più scarna. L’equilibrio c’è. Come pure una patina lieve e stimolante di acidità che informa ogni cosa. Ma il frutto non c’è più e al suo posto affiora uno scenario gusto-olfattivo terziario che occhieggia al cuoio, al goudron, alla lacca. Nuances più aeree che terrestri. Si avverte altresì, in aggiunta al già detto, un aroma leggero di vaniglia. La struttura è ancora sana e ben definita ma ancor più sana e definita è la consapevolezza che non tutti i vini sono fatti per invecchiare e solo alcuni per andare oltre i 10-15 anni dalla vendemmia. La questione centrale è sempre la stessa: beccare il momento di massima espressività del nettare alla beva. E se piacciono le note fruttate, la freschezza, la pienezza e l’intensità,  non bisogna mai permettere al tempo di cancellarle del tutto.

Ros

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