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Rosario Tiso

Osservo con molto interesse tutto ciò che è passione, impegno ad inseguire l’indefinito e tutte le svariate alchimie per la ricerca dell’ immaginaria perfezione.

Sono affascinato dalle persone che credono nei progetti dettati dalla loro passione, riuscendo a valicare ogni tipo di ostacolo e raggiungere la loro meta.

Mi lascio trasportare dalla mia voracità e decido di approfondire la conoscenza di Vincent e Raphaël Bérêche.

Questa è la storia di due fratelli che , oltre a gestire insieme al padre la Maison Bérêche a Ludes nella Montagne de Reims, innamorati della loro terra, decidono di realizzare qualcosa di unico nel suo genere, cercando in lungo ed in largo nella Champagne millesimi pronti ad evidenziare tutte le diversità delle zone più rappresentative.

La loro profonda conoscenza dello champagne, dei produttori e del territorio, li porta ad intraprendere un ambizioso progetto, la scoperta di vecchi millesimi ancora sui lieviti e non ancora messi in commercio.

Ecco , lo champagne nato dalla ricerca!

Ovviamente, concentrano le loro ricerche nelle produzioni di assoluto valore, vitigni, terroirs e micro produzioni pronti a rivelare champagne unici ; così si vestono del titolo di ” Négociant di lusso” e decidono di dare una identità alle zone più importanti della Champagne creando tre etichette : Montagne, Vallée e Côte.

Dopo aver degustato la “Côte” e la” Vallée” nel millesimo 2002, mancava all’appello solo la “Montagne”, ed insieme al compagno di tante bevute Rosario Tiso, stappiamo il millesimo 1999.

Rimaniamo esterrefatti ed ammaliati da tanta precisone enologica, storditi da incessanti profumi esotici e increduli rimandiamo più volte la beva, quasi a prolungare le nostre emozioni olfattive.

Un color oro vivo invade il calice, note mielose e minerali rimbalzano frequenti ad evidenziare un grande chardonnay, mentre una rosa elegante e agrumi scuri rimarcano la presenza del pinot noir in assemblaggio.

Nonostante la sua longeva età non dimostra alcuna sbavatura, una bocca perfetta ed equilibrata , ed un dosaggio che permette di cogliere al meglio tutte le proprietà organolettiche.

Ci lasciamo sedurre e abbandoniamo le nostre volte palatali a questo straordinario champagne!

Sboccatura gennaio 2018

Dosage 3gr/l

Millesimo 1999

Messo in bottiglia ad agosto del 2000

50% Chardonnay 50% Pinot Noir

Rilly-la-Montagne

Bottiglie 2026

 

A volte crediamo di inseguire qualcosa della quale conosciamo già la verità.

Siamo in provincia di Ancona, in quell’enclave vinicola di grande spessore che è il territorio di Montecarotto. La storia avita è più remota ma Natalino Crognaletti, titolare della “Fattoria S.Lorenzo”, ha iniziato la prima vinificazione e conseguente imbottigliamento nel 1995. Agronomo ed enologo, col piglio di un autentico “vigneron”, ha provato da subito a realizzare nettari che riflettessero consuetudini familiari, nel solco della continuità, sicuro che da simile abbrivio non poteva che scaturire l’eccellenza. Per diverse tipologie di vino, al di là delle certificazioni, la coltivazione è di tipo sostanzialmente biodinamico. In vigna le operazioni vengono ancora fatte a mano e la tradizione permea ogni gesto e ispira ogni disciplina, in accordo con i ritmi della natura.

Camminare i suoi vigneti è un’esperienza. Mai visto un complesso agronomico così vitale: fra i filari si alternano brani di coltivazioni miste(piselli, favetto per il sovescio) e tratti di terreno cosparsi di un compost fatto in casa con residui organici di ogni sorta. Piante di rose campeggiano ovunque ed ogni germoglio sulle piante e grappolino nascente e pendulo fra le foglie splende di una intonsa sanità. Nulla è intentato per una conduzione virtuosa della vigna. Dagli interramenti di corno-letame e corno-silice a pratiche di irroramento delle viti con il siero del latte. Tutto concorre ad un lotta biologica condotta con le armi che la natura suggerisce e concede all’intelligenza operosa del contadino. La perfetta simbiosi fra l’uomo e l’ambiente a Fattoria S.Lorenzo sembra cosa fatta e testimonial inconsapevole e d’eccezione di tanta armonia è stato il figlio di Natalino: durante la mia visita in vigna, Lui mangiava i piselli destinati al sovescio seraficamente assiso fra le piante!

All’assaggio, dal forziere di delizie enologiche dell’azienda, brillano diverse gemme. Ma niente è paragonabile ai  “San Lorenzo” : la beva si dispiega emozionale e “celeste”, si varcano i confini di ogni prevedibilità e nella fumèa alcolica si intravvedono i cancelli di inediti paradisi sensoriali.                                                                

E veniamo al campione di oggi : SAN LORENZO BIANCO 2004 , verdicchio in purezza. Dove pesca il nostro campione tanta ficcante mineralità? Quali toni balsamici recano il chiaro sentore di eucalipto e gli intermittenti refoli iodati? E la frutta secca, il pepe bianco e il tabacco percepiti lievi, intonsi e non bruniti dai 140 mesi di affinamento sui lieviti in acciaio inox e cemento e circa 12 mesi in bottiglia? Il tutto alla luce di un cromatismo vivido, oro puro, e di una compostezza olfattiva e palatale conchiusa.

Non sempre tutto è spiegabile. Quel che sappiamo è che le vibrazioni sono vere e il facitore dei vini autentico. E tanto può bastare se l’inconfessato desiderio del bevitore consapevole di imbattersi in campioni indimenticabili e immortali sembra prossimo a realizzarsi e il sogno a compiersi.

Giuseppe Rinaldi , da tutti considerato un maestro del Barolo, era preceduto dalla sua fama, anche un po’ sinistra: il ”Citrico”, come a dire burbero e caustico. Così lo avevano soprannominato. Pertanto prima dei suoi vini incuriosiva l’uomo. Perchè è il suo facitore a infondere l’anima al vino. Incontrare Giuseppe a Barolo è stata per me un’autentica sorpresa. Personalità d’altri tempi, con un raro senso dell’informalità e dell’essenzialità, Beppe Rinaldi era in possesso , altro che “Citrico”, di una profonda delicatezza interiore. Perchè la sua anima si apriva al prossimo, straniero e stranito, petalo per petalo, man mano che la distanza con l’altrui indifferenza si accorciava. Partiva così un dialogo in punta di piedi che si evolveva fino ai prodromi della confidenza. I suoi vini risultavano il contrappunto di questa speciale intimità. Verticali, tesi, succosi fino all’exploit organolettico del Barolo Brunate 2008,prelevato dalla botte in un impeto di generosità solo per noi, visitatori estemporanei della sua cantina. Un gesto e un vino indimenticabili.

Giuseppe Rinaldi è stato uno dei grandi custodi della tradizione, intesa come funzionale alla qualità del prodotto senza pericolo di macchia alcuna che ne adombrasse l’arcana illibatezza. E’ questo il motto che come una litania riecheggiava intermittente nelle sue parole. E’ questa la filosofia di vita e di lavoro che come una liturgia prometteva di non cambiare. Il vino, rispecchiante le caratteristiche peculiari del terroir di Barolo, è invece destinato a cambiare una volta in bottiglia, come di cosa viva che si evolve. Ma è buono da subito come tutti i fuoriclasse. La classe in un vino è qualcosa di difficile interpretazione e determinazione ma è sicuramente legata all’equilibrio senza il quale anche il più massivo e opulento dei campioni risulterebbe sgraziato.

I vini di Giuseppe sono equilibratissimi e pronti ad affrontare un futuro pieno di insidie come i migliori nebbioli in terra di Langa. Ai grandissimi o promettenti tali saran perdonati peccati aromatici e gustativi veniali. Qui, nella freschezza intonsa di millesimi esordienti, non c’è traccia di peccato. Il tempo fatalmente produrrà la consueta terziarizzazione. Cambiamento che sarà apprezzato da chi saprà o vorrà farlo.  Altro incontro indimenticabile con il “nostro” a Cerea, in provincia di Verona,  per la manifestazione “Vino Vino Vino ” . Durante la cena inaugurale dell’evento che si tenne nella storica “Trattoria Stazione” in quel di Castel d’Ario, Giuseppe Rinaldi fu la vera “star” della serata. Pur nel suo eloquio sussurrato, nel suo fare quasi dimesso, promanava   dall’esile figura quasi un’aura di grandezza che soggiogava tutti i presenti. Nelle sue creazioni c’è l’incarnazione dello spirito più autentico del vino “vero”, a cui tanti possono solo aspirare senza mai centrare. Perché l’essere tal quale all’avere è una questione esoterica. E’ uno stato di grazia dei fuoriclasse e degli artisti. Le sue varie versioni di Barolo sono paradigmatiche. Dal loro bouquet intenso, complesso e minerale emergono note di piccoli frutti rossi e le tipiche fragranze di viola e fiori appassiti. I vini rinaldiani sembrano sempre pronti, come quando ebbi la fortuna di berli spillati dalla botte, con tannini già setosi: una progressione goduriosa nel segno della classe e della finezza. S. Agostino affermò l’inesistenza della morte. Se così fosse Beppe Rinaldi vive due volte: in cielo e nei suoi vini.

Dopo il primo “Simposio” colpevolmente non narrato dagli amici del blog “Il Brillo Parlante”, quando si è condivisa la beva tra le altre di bottiglie del calibro di “Goustan” di Demarne-Frison, “Rossobordò 2011” di Walter Mattoni, “Terrarossa 2006” di Cotar e “Volpe Rosa 2016” della Cantina Giardino, non posso esimermi dal raccontare i vini del secondo incontro, svoltosi nel magico scenario di Piazza Duomo a Lucera ai tavoli di “Bacco&Perbacco” lo scorso 26 Luglio . E’ stato un percorso emozionale più che gustativo.

Cercando di rispettare la successione temporale e dopo una deliziosa e lievemente frizzante anteprima con “ Les Vins Pirouettes”, Gewurztraminer 2013 del produttore alsaziano Binner, passo a snocciolare le descrizioni della lunga teoria di nettari degustati.

Abbiamo cominciato come meglio non si poteva con Antoine Bouvet che ci ha stregati con “Les Monts de la Vallee”, uno champagne per tutti inedito. Pinot noir in purezza, ha sciorinato fascino e sostanza da vendere!

Poi è stata la volta di un gioiello succulento, il “Follia bianco 2014” di Piana dei Castelli  . Non bevevo un vino dei “Castelli Romani” così buono da una vita. L’azienda di Velletri è pure convintamente biodinamica e non ha esitato a rompere gli schemi con questo prodotto e l’utilizzo congiunto di uve autoctone e alloctone: Grechetto, Malvasia puntinata, Trebbiano giallo e Sauvignon surmaturo e muffato. La resa è esiziale: 30 q/ha. La macerazione a freddo si protrae per 96 ore e la vinificazione è in vasche di cemento. Lieviti indigeni ed elevazione sulle fecce fini per 24 mesi. Nessuna filtrazione e chiarifica.

La star della serata è stata, a mio modestissimo parere, la “Ribolla 2004” di Radikon. Il compianto Stanislao Radikon è stato uno dei protagonisti ( insieme a Josko Gravner, Nico Bensa e Dario Princic ) della rinascita della Ribolla sulle colline di Oslavia, al confine con la Slovenia. La particolarità delle bucce dell’uva Ribolla, dure e difficili da pressare, suggerì a questi coraggiosi viticoltori la decisione di farle macerare col mosto. Nessuna rapida sgrondatura, tipica dei vini bianchi,  ma una sorta di vinificazione  “in rosso”. In realtà per ragioni pratiche nel primo dopoguerra si vinificava per “alzata di cappello”. Di giorno si vendemmiava. La sera si tornava in cantina e si pigiava l’uva lasciandola nei tini. Infine la mattina successiva, dopo il prolungato contatto con le bucce e con la parte solida del mosto tutta ammassata in superficie “a cappello alzato”, si spillava da sotto la parte liquida. Era una sorta di macerazione. Le piante di ribolla di Radikon arrivano a sessant’anni d’età e si trovano nelle aree più vocate . Sono allevate ad alberello e senza l’utilizzo di prodotti di sintesi. In cantina sono previste lunghe fermentazioni con le bucce indotte da soli lieviti indigeni in grandi legni. Il 2004 ha trascorso 4 anni in botte e due in bottiglia, previo imbottigliamento senza solforosa. Risultato? Aspetto ambrato, scena olfattiva molto seducente e complessa, dove il frutto sta in secondo piano anticipato da note di erbe aromatiche, fiori appassiti, strali minerali e dolce ossidazione. Il corteo dei profumi prosegue con nuances fruttate ben mature ma che nella loro fittezza, innervate come sono da una presente acidità, sciorinano un quadro sensoriale più elegante che spesso, con la risultante di una virile e asciutta compostezza al palato.

Un vino decisamente da ricordare. La Tenuta Biodinamica Mara si trova invece in provincia di Rimini e il vigneto di sola uva sangiovese è coltivato come un giardino. Il “Mara Mia 2011” è pervenuto ad una placida maturità pregno di frutta rossa in confettura, sentori terziari e una carezza vanigliata recata dai legni di elevazione: l’emozione di un vino che sta invecchiando bene. Grande sorpresa dal “Barbacarlo 2005” del comm. Lino Maga. Barbacarlo è un cru, una denominazione, un’azienda. I Maga sono il Barbacarlo da oltre mezzo secolo. Ricordo che molti anni fa comprai un cartone di Barbacarlo dopo aver letto su Maga Lino ed il suo vino scritti di Gianni Brera, Mario Soldati, Luigi Veronelli. All’epoca, con la lira e un commercio on-line inesistente, il costo della spedizione quasi pareggiò quello del prodotto. Al mio palato non avvezzo alle rusticità oltrepavesiane il vino risultò ostico ma franco. Adesso quelle che mi sembrarono asprezze paiono essersi dissolte e ricomposte in una suprema armonia. Nonostante vividi tannini e una bella acidità, il Barbacarlo 2005 ha un naso prorompente e originalissimo, un bouquet speziato e intrigante, e ha maturato un corpo da grande rosso da invecchiamento. Chapeau!!

Col Primitivo “Mondo Nuovo 2015” di Morella beviamo il territorio di Manduria e la filosofia produttiva di una coppia, Gaetano Morella viticoltore e Lisa Gilbee enologa, che ne stanno riscrivendo la Storia. Ancora una grande interpretazione: è forse questa la vera tipicità del Primitivo?

Si chiude come di consueto con un distillato: è la volta del Peated single malt irish whiskey “ CONNEMARA “ della Cooley distillery, distilleria irlandese localizzata proprio nella penisola di Cooley. Ennesima delizia per una serata indimenticabile.

Amo i produttori che riversano tutta la loro sapienza enologica, tutto il loro amore, tutta la loro anima, in un solo vino. Un’unica etichetta dove si gioca per intero la partita dell’interazione tra uomo e natura. In molti di loro quasi non albergano sentimenti estranei al puro atto creativo. Tanti di questi non pensano ai soldi più di quanto non sia necessario, né alla fama costruita fuori dal bicchiere. Spesso luccicano di sogni e di immaginazione, più che di realtà e di profitto. A volte sembrano un po’ strani, solitari, criptici. Ma di contro sovente i loro vini parlano la lingua universale della piacevolezza organolettica. Uno tra i pochi è Michele Perillo, da tempo interprete di un magistrale Taurasi.

L’armonia di un grande vino rosso si gioca principalmente nella perfetta integrazione e riduzione in equilibrio delle colonne portanti della sua struttura: tannini e acidità.
Entrambe si abbeverano alla stessa fonte: il liquido secreto dalle ghiandole salivari. I tannini lo aggrediscono e lo prosciugano col conseguente effetto allappante. In assenza di saliva l’acidità non è ammorbidita, i suoi spigoli smussati, le sue asperità avvolte. L’acidità promuove da sé la salivazione ma il tannino “duro”, dai polìmeri corti e uncinati, la azzera.
Il tannino “duro” non è certo rintracciabile nei vini di Michele Perillo. Chimicamente diverso da quello che risiede sulla buccia e nella polpa dell’acino e senza considerare l’apporto del “dolce” tannino “gallico” del legno, si annida nel rachide(che natura ha creato per reggere i pomi, l’unica parte utile di frutto).Per questo è in assoluto un errore non diraspare! C’è chi non diraspa. Perchè ha fatto di necessità virtù e sembra voler convincere il mondo che una congiuntura climatica negativa può risultare quasi un vantaggio. Il problema è quello atavico di avere uve che il famoso enologo Emile Peynaud definiva, nel migliore dei casi, “d’argento”. Quando la natura è avversa e la materia prima è inconsistente per la cronica difficoltà del frutto a maturare dove imperversano freddi e nebbie, la struttura va costruita con i materiali di scarto. I francesi, specificatamente in Borgogna, spesso lo fanno. Un’ esigenza “tecnica” per reperire “struttura”. Il Taurasi di Michele Perillo non ha di questi problemi. Ha congenita e bastevole struttura ed è quasi perfetto da subito! E passo ad elencare la schiera trionfante di nuances visive ed olfattive che promanano dal bicchiere e l’entusiasmante teoria di note gustative che invadono la volta palatale alla beva del suo Taurasi 2007. L’aspetto è subito splendido, di lucente buona stoffa. Quel che mi ha colpito è la fittezza della trama: assembramento di particelle in ogni goccia per uno spessissimo tatto che si intuisce sin dall’aspetto, un rubino perdutamente fondo. La coltre di frutto è ingente. Frutti rossi minuti e numerosissimi. Legno buono.  Ogni snasata cerco invano di decriptarne la composizione. Rimane una sensazione di suadenza olfattiva attraversata da effluvi balsamici e speziati. Lo straripante estratto potrebbe far temere una debacle sul fronte dell’equilibrio. Ci si chiede se l’efferato morso del poderoso tannino finirà per spegnere ogni piacevolezza. Ma è la fase di bocca il punto forte.
Senza indugio son passato all’assaggio.

C’era il frutto, materia prima costitutiva. C’era la dolcezza, base imprescindibile di ogni piacere organolettico. C’era l’acidità, a dar movimento e freschezza. C’era un ampio corredo di sentori terziari, a dar conto e prova di nobile lignaggio. C’era una vena di elegante ossidazione, a conferire una nota di vissuto e di mistero sotto l’egida del tempo.

Michele Perillo, che vigneron !!

Rosario Tiso

Dietro una grande birra artigianale c’è un grande mastro birraio. Quel che rende grande un mastro birraio è la smisurata passione associata ad una vasta competenza tecnica, ad una variegata esperienza sul campo e una spiccata vena artistica. A fare da amalgama, una grande personalità. Tutte qualità che da sempre rintraccio copiosamente in Michele Solimando. A Lui si deve la nascita della birra artigianale “made in Foggia”. Dapprima col marchio EBERS; poi, con la creazione ed il successo sempre crescente del marchio REBEERS. Il birrificio si trova al Villaggio Artigiani, in Viale degli Artigiani al civico 30, dove il nostro produce direttamente le sue birre. Prima però c’è tutta una storia da raccontare. Ho conosciuto Michele Solimando visitando le Langhe. Pur essendo un viaggio mirato alla scoperta dei grandi rossi da Nebbiolo, l’itinerario contemplava la visita al birrificio “BALADIN” , in quel di Piozzo, di uno dei maestri d’Italia: Teo Musso. Quell’esperienza risultò decisiva nel percorso umano e professionale di Michele: come Teo, non riteneva gli appassionati di birra “figli di un dio minore”  rispetto agli amanti del vino. Di ritorno a casa, passò alle vie di fatto e dopo un adeguato avviamento professionale fatto di viaggi nei “sancta sanctorum” mondiali della birra e collaborazioni con i suoi più valenti interpreti , prese a cimentarsi con l’arte di produrre birra artigianale. L’esordio fu di quelli folgoranti: nacque la EBERS, la prima birra artigianale foggiana. A distanza di qualche anno non è più il mastro birraio della EBERS ma, come solo i grandi sanno fare, ha saputo ripetersi e superarsi: adesso Michele Solimando è il facitore unico e geniale della REBEERS, assoluto vertice qualitativo della birra artigianale nella città di Foggia,  stella di prima grandezza in ambito regionale, nel girone dell’eccellenza in campo nazionale, con relativi premi e riconoscimenti. Ma veniamo alle birre prodotte, vere protagoniste dell’estasi sensoriale che Michele da sempre dispensa ai fruitori dei suoi nettari :

 

SWEETLY BLONDE (5,7%)

Birra ad alta fermentazione, di ispirazione belga, prodotta con metodo artigianale. Ispirata alla classica bière blonde belga. Acqua, malto d’orzo, luppoli, lievito. Alla rifermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia per affinarne il gusto e l’aroma.

 

GOLDEN KICK (8,5%)

Birra ad alta fermentazione, ispirata alla versione laica delle Tripel trappiste, prodotta con metodo artigianale: non filtrata, non pastorizzata, priva di additivi, naturale al 100%. Acqua, malto d’orzo, zucchero candito chiaro, luppolo, lievito. Alla fermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia a temperatura controllata per affinarne il gusto e l’aroma.

 

BIANCA MADELEINE (5,4%)

Birra ad alta fermentazione, di ispirazione belga, prodotta con metodo artigianale. Ispirata alla classica bière blanche belga. Acqua, malto d’orzo, fiocchi di cereali, grano duro Senatore Cappelli, scorze d’arancia fresca del Gargano, coriandolo, luppoli, lievito. Alla rifermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia per affinarne il gusto e l’aroma.

 

HOPSFULL (7%)

 

Birra ad alta fermentazione, ispirata alle Cascadian Dark Ale americane, prodotta con metodo artigianale: non filtrata, non pastorizzata, priva di additivi, naturale al 100%. Acqua, malto d’orzo, malto di segale, luppoli, lievito. Ad una lunga fermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia a temperatura controllata per affinarne il gusto e l’aroma.

 

APAKS AMERICAN PALE ALE (6,7%)

Birra ad alta fermentazione, ispirata alla renaissance birraria americana,
prodotta con metodo artigianale: non filtrata, non pastorizzata, priva di additivi, naturale al 100%. Acqua, malti d’orzo, luppoli, lievito. Alla fermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia a temperatura controllata per affinarne il gusto e l’aroma.

 

Michele Solimando: un uomo, un mastro birraio, una garanzia di assoluta qualità.

 

Rosario Tiso

Da una vita Io e Antonio Lioce siamo impegnati in una rappresentazione che vede protagonisti l’uomo e la Natura. Il luogo scelto come set è sempre lo stesso: la baia di Vignanotica.

E’, anche oggi e come di consueto,  una splendida mattina d’estate. Dopo aver lasciato la macchina in quei parcheggi a mezza costa che dominano la vallata digradante verso il mare, ci dirigiamo con una sgangherata navetta verso la spiaggia. Giunti nell’emiciclo fatto di falesie millenarie, giriamo a destra per raggiungere la grotta più grande della baia, la più ambita dai gitanti per riporvi masserizie e adagiarvi membra provate dal sole. E’ quello il luogo da sempre conquistato con partenze che vedono le prime luci dell’alba in giorni infrasettimanali meno pullulanti di turisti.

La prima cosa da fare è sedersi nel fondo della grotta con le spalle addossate alle pareti. E’ fondamentale che la scena venga ripresa dal basso, dalle pietre verso l’infinito. Come sfondo, in prospettica e serrata sequenza, la volta e l’ingresso della grotta, la spiaggia ciottolosa, le azzurrità di mare e cielo che si contendono la linea dell’orizzonte. Le alte strida dei gabbiani, il rumore del mare, il sibilo del vento sono le uniche colonne sonore concesse all’azione.

In compagnia dell’uomo una sola presenza, lo Champagne, nelle seguenti declinazioni: “LES MESNIL 1990”  di BRUNO PAILLARD , “AMBONNAY MILLESIME’ 1990”  di ANDRE’ BEAUFORT e  “CHARLIE 1990”  di CHARLES HEIDSIECK .

Bruno Paillard è uno dei massimi interpreti dello Chardonnay. A Le-Mesnil-sur Oger, nel cuore del cru “Le Mesnil”, possiede due lieux-dits: “Mournoir” e “Pudepeigne”. Dal “Pudepeigne” ha tirato fuori questo “Le Mesnil 1990” che offre decise fragranze di frutta candita e panettone, nell’alveo di un incalzante ventaglio agrumato ,  tallonate da sentori terziari e tocchi boisè che fanno pensare ad un vino da meditazione. Quasi grasso, è innervato da una carbonica magistralmente dosata che attraversa la tessitura del liquido e concede levità e respiro tra aromi di lime, cedro, mineralità di gesso e pasticceria. L’approccio gustativo è ampio e detonante, pur essendo cremoso ed equilibrato al palato. Una cremosità aerea, un merletto lieve ma continuo e fitto. Uno champagne dallo spirito innumere. Che champagne!!

Jacques Beaufort gestisce due vigneti, ciascuno avente la sua etichetta: Jacques Beaufort a Polisy ( AUBE ) , Andrè Beaufort ad Ambonnay               (MONTAGNE DE REIMS). Una forte allergia ai prodotti agricoli di sintesi ne hanno fatto, sin dal 1969, un sostenitore di scelte agronomiche ed enologiche biologiche prima, biodinamiche poi. Persino prodotti tollerati quali rame e zolfo sono progressivamente limitati da omeopatia ed aromaterapia. La fermentazione è innescata da lieviti indigeni ed è svolta anche la malolattica. Poi, per i prodotti più ricercati, infiniti affinamenti sui lieviti. L’ AMBONNAY MILLESIME’ 1990 è un blend di Pinot nero all’80% ed un saldo di Chardonnay. Profumi intensi e tanta mineralità, ma dai lieviti di “panetteria” si passa a quelli di “caseificio”. Tutto sembra latteggiare: un velo latteo copre ogni cosa e ne pregiudica la piena espressività.

Alto il dosaggio, oscillante attorno ai 10 grammi/litro. “CHARLIE” è nato dall’estro del celeberrimo chef de cave Daniel Thibault, che ne concepì la creazione fin dal millesimo 1979. Blend quasi paritario Pinot nero e Chardonnay ( con leggera prevalenza di Chardonnay ) , in un’epoca in cui si idolatrano i prodotti “nature”,  è un grande champagne dall’alto dosaggio ( 12 grammi / litro ) e dalla struttura monumentale. Torrone, pan di spezie, biscotti, cioccolato bianco, frutta tropicale e secca,   sinfonia di profumi che fanno da preludio ad una bocca voluttuosa, sapida, dalla trama calda e dai lunghi ritorni tostati. Un grande classico senza tempo.

Col procedere dell’estasi alcolica l’azione dei protagonisti declina e si riduce a mero moto dell’anima. E si torna indietro nel dominio del nostro vero sé, una monade vivente che da sempre pulsa dentro di noi. Si torna indietro,  stanchi delle sovrastrutture create ed innalzate per nascondere sé a se stessi, ed ogni abbattimento e ogni perdita diventano guadagno: la nostra visiera è finalmente alzata sul mondo.

Ammiro dal fondo della grotta lo splendido scenario della baia e penso che quello è un angolo del mondo, un posto dove si passa ma che resta là, ai piedi della sua roccia e sulla riva del suo mare, e che non ha veduto mai nulla del resto della terra. E’ qui che sono in questo momento; è qui che si vive: ogni altro luogo è separato. Per quanto esteso di infiniti spazi suggeriti dalla vista che si perde e che si espande fin dove soffia la brezza marina, questo è un angolo del mondo abitato da presenze ancestrali che non vedremo mai al di là della maestosa corte di falesie . Nella sua dinamica fissità, il pensiero della Natura sembra aver voluto disegnare qui quasi l’espressione di una persona, una sorta di volto fatto di pietre, alberi, cielo, mare, cui sembriamo abituarci fino a provare per esso amicizia, un volto che resta là aspettando la sera e che non può seguirci quando con sguardo supplichevole lo scrutiamo per l’ultima volta prima di voltargli le spalle e fare ritorno a casa.