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Antoine Bouvet

Dopo il primo “Simposio” colpevolmente non narrato dagli amici del blog “Il Brillo Parlante”, quando si è condivisa la beva tra le altre di bottiglie del calibro di “Goustan” di Demarne-Frison, “Rossobordò 2011” di Walter Mattoni, “Terrarossa 2006” di Cotar e “Volpe Rosa 2016” della Cantina Giardino, non posso esimermi dal raccontare i vini del secondo incontro, svoltosi nel magico scenario di Piazza Duomo a Lucera ai tavoli di “Bacco&Perbacco” lo scorso 26 Luglio . E’ stato un percorso emozionale più che gustativo.

Cercando di rispettare la successione temporale e dopo una deliziosa e lievemente frizzante anteprima con “ Les Vins Pirouettes”, Gewurztraminer 2013 del produttore alsaziano Binner, passo a snocciolare le descrizioni della lunga teoria di nettari degustati.

Abbiamo cominciato come meglio non si poteva con Antoine Bouvet che ci ha stregati con “Les Monts de la Vallee”, uno champagne per tutti inedito. Pinot noir in purezza, ha sciorinato fascino e sostanza da vendere!

Poi è stata la volta di un gioiello succulento, il “Follia bianco 2014” di Piana dei Castelli  . Non bevevo un vino dei “Castelli Romani” così buono da una vita. L’azienda di Velletri è pure convintamente biodinamica e non ha esitato a rompere gli schemi con questo prodotto e l’utilizzo congiunto di uve autoctone e alloctone: Grechetto, Malvasia puntinata, Trebbiano giallo e Sauvignon surmaturo e muffato. La resa è esiziale: 30 q/ha. La macerazione a freddo si protrae per 96 ore e la vinificazione è in vasche di cemento. Lieviti indigeni ed elevazione sulle fecce fini per 24 mesi. Nessuna filtrazione e chiarifica.

La star della serata è stata, a mio modestissimo parere, la “Ribolla 2004” di Radikon. Il compianto Stanislao Radikon è stato uno dei protagonisti ( insieme a Josko Gravner, Nico Bensa e Dario Princic ) della rinascita della Ribolla sulle colline di Oslavia, al confine con la Slovenia. La particolarità delle bucce dell’uva Ribolla, dure e difficili da pressare, suggerì a questi coraggiosi viticoltori la decisione di farle macerare col mosto. Nessuna rapida sgrondatura, tipica dei vini bianchi,  ma una sorta di vinificazione  “in rosso”. In realtà per ragioni pratiche nel primo dopoguerra si vinificava per “alzata di cappello”. Di giorno si vendemmiava. La sera si tornava in cantina e si pigiava l’uva lasciandola nei tini. Infine la mattina successiva, dopo il prolungato contatto con le bucce e con la parte solida del mosto tutta ammassata in superficie “a cappello alzato”, si spillava da sotto la parte liquida. Era una sorta di macerazione. Le piante di ribolla di Radikon arrivano a sessant’anni d’età e si trovano nelle aree più vocate . Sono allevate ad alberello e senza l’utilizzo di prodotti di sintesi. In cantina sono previste lunghe fermentazioni con le bucce indotte da soli lieviti indigeni in grandi legni. Il 2004 ha trascorso 4 anni in botte e due in bottiglia, previo imbottigliamento senza solforosa. Risultato? Aspetto ambrato, scena olfattiva molto seducente e complessa, dove il frutto sta in secondo piano anticipato da note di erbe aromatiche, fiori appassiti, strali minerali e dolce ossidazione. Il corteo dei profumi prosegue con nuances fruttate ben mature ma che nella loro fittezza, innervate come sono da una presente acidità, sciorinano un quadro sensoriale più elegante che spesso, con la risultante di una virile e asciutta compostezza al palato.

Un vino decisamente da ricordare. La Tenuta Biodinamica Mara si trova invece in provincia di Rimini e il vigneto di sola uva sangiovese è coltivato come un giardino. Il “Mara Mia 2011” è pervenuto ad una placida maturità pregno di frutta rossa in confettura, sentori terziari e una carezza vanigliata recata dai legni di elevazione: l’emozione di un vino che sta invecchiando bene. Grande sorpresa dal “Barbacarlo 2005” del comm. Lino Maga. Barbacarlo è un cru, una denominazione, un’azienda. I Maga sono il Barbacarlo da oltre mezzo secolo. Ricordo che molti anni fa comprai un cartone di Barbacarlo dopo aver letto su Maga Lino ed il suo vino scritti di Gianni Brera, Mario Soldati, Luigi Veronelli. All’epoca, con la lira e un commercio on-line inesistente, il costo della spedizione quasi pareggiò quello del prodotto. Al mio palato non avvezzo alle rusticità oltrepavesiane il vino risultò ostico ma franco. Adesso quelle che mi sembrarono asprezze paiono essersi dissolte e ricomposte in una suprema armonia. Nonostante vividi tannini e una bella acidità, il Barbacarlo 2005 ha un naso prorompente e originalissimo, un bouquet speziato e intrigante, e ha maturato un corpo da grande rosso da invecchiamento. Chapeau!!

Col Primitivo “Mondo Nuovo 2015” di Morella beviamo il territorio di Manduria e la filosofia produttiva di una coppia, Gaetano Morella viticoltore e Lisa Gilbee enologa, che ne stanno riscrivendo la Storia. Ancora una grande interpretazione: è forse questa la vera tipicità del Primitivo?

Si chiude come di consueto con un distillato: è la volta del Peated single malt irish whiskey “ CONNEMARA “ della Cooley distillery, distilleria irlandese localizzata proprio nella penisola di Cooley. Ennesima delizia per una serata indimenticabile.

Monts de la Vallée 2013 di Antoine Bouvet

Una canzone di Gianni Togni recitava così: “E guardo il mondo da un oblò m’annoio un po’ … ma cambierò, si cambierò…“

Credo che in molti osservino il mondo enologico attraverso un oblò, soliti schemi, impreziositi da innumerevoli commenti legati ad una fantasia fiabesca.

Allargare i propri orizzonti dovrebbe essere, per qualsiasi appassionato di vino, una malattia della quale non esiste una cura.

La curiosità mi costringe ad inoltrarmi per sentieri non ancora battuti, a scalare pendii sottovento dai quali è molto facile cadere, ma questo non mi spaventa , anzi mi arricchisce di esperienze e di volontà che mi portano sempre verso nuovi traguardi.

Tutto questo mi esalta e mi fa sentire come un bambino con un giocattolo nuovo, desiderato ed atteso, pronto a scartarlo e a viverlo.

Ed eccolo il mio nuovo giocattolo, Les Monts de la Vallée 2013 di Antoine Bouvet.

La maison Bouvet è ubicata a Mareuil-sur-Ay, nella grande Vallée de la Marne, fondata dal nonno Guy nel 1970, dal quale Antoine ha ereditato la passione verso lo champagne.

La produzione di questa cuvée è limitata a pochissime bottiglie, 1998 precisamente, come anche il patrimonio delle vigne, che oltre a la succitata Mareuil-sur-Ay , consta anche un altro premier cru come quello di Avenay Val D’Or.

Così chiediamo ad Antoine come nasce questa cuvée :

“C’est un 100% Pinot Noir de la vendange 2013, un mélange de vignes à Mareuil Sur Aÿ et Avenay Val D’Or, Premier Cru, il n’y a pas de désherbant, travail du sol, la vinification est en cuve inoxydable, fermentation alcoolique naturelles, et Malo lactique aussi, je laisse le vin sur lies complète pendant au moins 6 mois”

Quindi, un pinot nero di due Premier Cru, nessun diserbante nella lavorazione del terreno, vinificazione in acciaio con malolattica ,  il vino è lasciato a contatto con i lieviti per 6 mesi.

Insieme ad altri famelici bevitori, tendiamo i calici pronti ad assaporare questo blanc de noir, e quale luogo migliore per degustarlo se non “Bacco e Perbacco” a Lucera?

Una sorprendente rivelazione l’olfattiva di questo Pinot noir!

La cremosità di una delicata pasticceria è spiazzante, suadenti note speziate ed agrumate giungono al naso insieme ad una spiccata florealità.

Viola, cannella, e piccoli fragranti frutti rossi aleggiano nel calice a rimarcare l’anima di questo pinot noir e tentare gli astanti alla beva.

L’approccio gustativo è rimarchevole, biscottato e burroso, con una acidità equilibrata che accarezza setosamente il palato, ma a differenza di altri blanc de noir, qui siamo di fronte ad uno champagne sensuale, vivace e mai invadente.

Una piacevolissima beva di un giovanissimo vigneron…

Complimenti Antoine!

 

Non imparerai mai tanto come quando prendi il mondo nelle tue mani. Prendilo con rispetto, perché è un vecchio pezzo di argilla, con milioni di impronte digitali su di esso.
John Updike