PIGNOL “NEREO” 1997

Quanti conoscono per davvero il vitigno “PIGNOLO” ? In pochi, per via della Storia complessa e per la rarità del prodotto. Ma procediamo con ordine. Diffuso prevalentemente nella Doc Colli Orientali del Friuli e nella sottozona Pignolo di Rosazzo, è un vitigno a bacca nera dal grappolo piccolo, serrato, di forma cilindrica e dall’acino piccolo, rotondo e pruinoso. E’ spesso, coriaceo, scuro. Leggermente tannico al palato. Di contro ha una polpa dolce e suadente. Le rese sono naturalmente molto basse, tre o quattro grappoli per pianta che significa tra i 250 grammi e il mezzo chilo per ceppo, per via delle difficoltà di allegagione che provocano una certa incostanza nella sua produttività. Il suo nome? Chi lo attribuisce alla sua scarsa generosità, chi alla forma caratteristica del grappolo simile a una pigna. Questi “difetti” sono diventati in realtà un grande pregio poiché il Pignolo è un vino ottenuto da bassa resa, ricchissimo di tannino, ben disposto alla sosta per lunghi anni in botte. Il Pignolo è presente in Friuli almeno dal 1422, data che compare su un documento che elenca il pagamento in vino di un terreno in affitto a San Giovanni di Manzano. Solo nei primi decenni dell’Ottocento si può leggere qualche nota che ne esalta i pregi. Nel 1939 il Poggi scrive: “ vecchio vitigno friulano, quasi scomparso per la limitata produttività e per la scarsa resistenza all’oidium. Si trovano esemplari ancora su piede franco sulle colline di Rosazzo…” e poi cita un precedente commento del professor Dalmasso che ne aveva intuito le potenzialità: “…tipo singolare di vino: di lusso”. Guido Poggi, nel suo Atlante ampelografico delle varietà friulane, prosegue tessendo lodi al Pignolo, ma pronosticando la sua sicura scomparsa. Negli anni Quaranta il Pignolo fece perdere le sue tracce. Sembrava che il Poggi avesse preconizzato il giusto. Furono Girolamo Dorigo e Walter Filiputti, quest’ultimo subentrato nell’amministrazione dell’Abbazia di Rosazzo, a ritrovare il Pignolo. Erano i primi anni Settanta. Del “Pignolo” parlavano tutti ma nessuno l’aveva mai assaggiato. Alcune indiscrezioni segnalavano che qualche vite era ancora presente nella Badia di Rosazzo. Don Luigi Nadalutti, l’Abate, era assillato dalle richieste di barbatelle che non esistevano. Filiputti scrive: “ nel ’78 feci l’amara scoperta: di viti ve n’erano solo due, appoggiate al vecchio muro che guarda a mezzogiorno. Da quelle due viti partimmo per recuperare il Pignolo di Rosazzo”. In solido con Girolamo Dorigo, si diede vita ad una grande operazione di archeologia ampelografica e da quelle due piante si realizzò, faticosamente, il primo vigneto di Pignolo.
Qual è il presente del “PIGNOLO” ? Tanti valenti vinificatori si sono cimentati nella sua produzione e c’è qualcuno che lo considera il più grande tra i vitigni autoctoni friulani a bacca rossa. Tra questi il vulcanico Fulvio Bressan. Per lui il “ Pignol “ è stato amore a prima vista. I BRESSAN sono da secoli contadini “vigneron” negli areali di Farra d’Isonzo e Mariano del Friuli. Il Pignolo, in particolare, è allevato in piccole parcelle in località “Corona”, frazione del comune di Mariano del Friuli. Quando si visitano le vigne di Bressan sembra di stare nella valle del Rodano, per la presenza di ciottoli tra i filari, ciottoli depositati nel suo sempiterno scorrere dall’Isonzo, che accumulano calore di giorno e lo rilasciano di notte. I vigneti vengono costantemente arati, le rese tenute basse non per vendemmia verde, ma per potatura cortissima: poche gemme, pertanto pochi i grappoli che cresceranno su ogni pianta. Nessun inerbimento tra i filari, oggi così in voga, per consentire l’autonomia idrica delle vigne, uniche padrone del terreno che le ospita. Fermentazioni spontanee; tempi lunghi per macerazioni e affinamenti. In cantina si usano cemento e legno rigorosamente non tostato. L’imbottigliamento, effettuato a mano, attende la piena maturazione del vino che viene immesso sul mercato quando è ritenuto pronto, altra rarità in questi tempi consegnati alla fretta. Acidità, tannini, alcol e sali minerali sono nel “Pignol” di Bressan sempre copiosi ma il nettare esprime una complessa e compiuta armonia. Merito della mano enologica di Fulvio e della sua sensibilità degustativa che lo inducono a discernimenti sensoriali puntuali e precisi. Comprare un vino di Bressan è una garanzia: se è finito sugli scaffali è perché il suo facitore ha ritenuto che lo meritasse. Ci tiene alla faccia Fulvio! Quando si parla di vino è serissimo e competente. Per celebrare il “Pignol” di Bressan non poteva esserci occasione più propizia dell’uscita di una bottiglia molto speciale che Fulvio ha voluto dedicare al padre. Il “Pignol 1997 Nereo” esce in commercio dopo 21 anni dalla vendemmia e solo in formato Magnum (1,5 litri), a dimostrare di cosa è capace l’uva pignolo. Vedremo. L’occasione ce la dà l’amico chef Nicola Russo del ristorante “Al Primo Piano” di Foggia che ha avuto il fegato di spendere la cifra che è occorsa per comprare “Nereo” ed ha imbastito una cena, la “1° Cena Clandestina”, per fruirne le piacevolezze. L’attesa è celestiale.

Ad introdurlo, rintracciate nell’enoteca del ristorante, due annate del “Pignol” normale: 2001 e 2004. Non ce ne vogliano champagne e quant’altro ci capiterà di bere: “ubi maior, minor cessat”, si parla solo di pignolo. Lo schema produttivo generale di Fulvio Bressan riguardo al suo “Pignol” è il seguente: fermentazione e lunga macerazione sulle bucce per 30 giorni. Affinamento minimo in botti grandi di almeno 3 anni ed ulteriore sosta in bottiglia di 15 mesi. Produzione sulle 3.500 bottiglie. Siamo in otto: Rosario Tiso, Sergio Panunzio, Antonio Rotolo , Ettore Pacilli , Michele Solimando, Nicola Russo, Giuseppe Nazzaro e Massimo Penna. Dopo una splendida “magnum” di champagne, Brut Nature di Benoit Lahaye, procediamo alla beva dei rossi. Per gli apripista Pignol 2004 e Pignol 2001 un unico racconto. Alla vista mostrano un bel colore rosso rubino dai riflessi granato. Il naso è per entrambi intenso e complesso con profumi di fiori rossi macerati, frutta in confettura, pepe nero, mineralità terrosa e sbuffi mentolati. Il 2004 è più esuberante; il 2001 più austero. Il sorso è subito ricco e materico, di grande corpo e calore, con tannino e acidità perfettamente a loro agio in un quadro armonico compiuto. Sapidi, goduriosi e coinvolgenti fino all’ultima goccia. Che campioni! Avremmo potuto finire qui!! Ma si va verso il momento tanto atteso: è la volta del “Nereo”. Splendido rubino sondabile fissando lo sguardo sul cerchio vinoso sospeso nel bevante, smagliante in controluce, con l’unghia che si svolge in trasparenze. Naso profondissimo e disorientante con incenso, odore di sacrestia, erbe officinali, ricordi di frutti rossi macerati, pepe, tabacco, cuoio e cacao. E ancora cenere spenta, grafite, sottobosco e “humus”. Vibrante vigore balsamico; arcana mineralità. Al palato il tannino dov’è, tanto è setoso e ben intrecciato? Al gusto l’acidità dov’è, tanto è carezzevole e perfettamente integrata? La persistenza è interminabile. L’eleganza è suprema. Questo vino è un capolavoro! Grande Fulvio Bressan!!

Attoniti accogliamo la chiusa propostaci dal mastro birraio Michele Solimando, in accompagnamento ai dolci: Russian Imperial Stout “Alekseevna”, di sua produzione. E come un istante “deja vu”, mi sovviene il ricordo di un autunno lontano. Era il 2012 ed eravamo con gli amici di Slow Food ospiti del celeberrimo mastro birraio Teo Musso nella sua Piozzo, in provincia di Cuneo. L’inventore della “Baladin”, ad un certo punto della notte, si alzò e lanciò una sfida, ardua da raccogliere per astanti provati da giornate interminabili di degustazioni: chi vuol visitare il mio birrificio? Parimenti Michele Solimando, mosso da un improvviso slancio di passione, ha proposto, dopo cotanta serata, di visitare il suo nascente birrificio situato nel “Villaggio Artigiani” a Foggia. Abbiamo aderito entusiasti all’iniziativa e abbiamo appreso del progetto “FOVEA REVOLUTION”, l’intento di realizzare la prima birra al mondo di solo grano duro. L’abbiamo assaggiata in birrificio: ha il suo perché. Ma questa è già un’altra storia.

2 Commenti

  • Fulvio Bressan
    2 mesi ago

    …grazie di vero cuore

    • Pierpaolo Petrilli
      Pierpaolo Petrilli
      2 mesi ago

      Di nulla, e’ semplicemente cio’ che pensiamo….

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