KRUG 1998 a “Fontana delle Rose”

Ho sempre cercato di trasformare la sofferenza in pepite d’oro, nella moneta sonante di una maggiore consapevolezza, di una maggiore apertura, di un salto di qualità umano e culturale. A volte la trasmutazione risultava così perfetta che del dolore nulla restava, ed era tutto un raccogliere i frutti spirituali di quell’essere prima morti e poi risorti.
Con gli anni, e con questa pandemia, non è più così!
Il male sembra lasciare tracce sempre più profonde e incancellabili nella mia mente ed è come se restasse impigliato nei gangli del mio cervello e non scorresse più via fluido, come faceva un tempo. Mi sta sempre davanti.
Di fronte all’impossibilità di mondare la mente e il cuore da questi tarli, non resta che l’abbandono. La vita forse non va sempre affrontata ma accolta, ascoltata, contemplata?
Il cervello può essere limitato, totalmente infestato di fantasmi e percorso da presagi di morte. L’immaginazione anche no. E’ potenzialmente linda ed immacolata come un bambino. E così pure i desideri e le speranze.
Modulando le nostre facoltà si possono fare miracoli. Non sono più le facili alchimie giovanili quando il montare della forza vitale era così copioso da disarticolare ogni genere di malessere, ma è il momento di un’arte più sottile e rarefatta: partire da un punto e rintracciarvi l’infinito. La consueta gita al mare, che vede da oltre un decennio il sottoscritto e l’amico Antonio Lioce recarsi a “Vignanotica” e dall’anno scorso a “Fontana delle Rose”, potrebbe essere uno di quei punti. La forza di fare una simile affermazione me la danno le bottiglie al seguito, rigorosamente champagne: Avize D.T. 1997 di Jacquesson , KRUG 1998 , AYALA 1999 . Di Krug e Jacquesson ho parlato tante volte perché tante volte ho degustato i nettari di questi produttori mitici. Posso solo aggiungere un paio di considerazioni. L’idea di eccellenza di Joseph Krug, fondatore dell’omonima maison, era legata a quella che all’epoca era la “Cuvée N.1”, che è poi diventata la “Grande Cuvèe” attuale. Lo champagne multimillesimato ti consente di dipingere un profilo organolettico utilizzando una sterminata tavolozza di colori recati appunto dalle numerosissime annate a cui lo chef de cave può attingere. Tuttavia le più grandi emozioni l’ho sempre vissute con quella che un tempo era la “Cuvée N.2”, oggi la versione “Vintage”. Il fatto di produrla in annate eccezionali fornisce un campione di valore assoluto. L’individualità , a volte, supera in fatto di emozioni la collegialità: l’assolo ha per me un fascino insuperabile. Per quanto riguarda Jacquesson, la sboccatura tardiva di millesimi già eccellenti all’esordio permette di ottenere risultati estremi in fatto di qualità e conseguente riscontro organolettico. Gli ulteriori aromi terziari sviluppati in ambiente poco ossidativo associati ad un residuo di freschezza che resiste nel chiuso della bottiglia fino all’effettuazione del degorgement, producono sensazioni uniche ed indimenticabili . Di AYALA non ho mai parlato. Fondata nel lontano 1860 da Edmond de Ayala, che dalla Colombia si era trasferito ad Aÿ, nella Vallèe della Marne, Ayala oggi appartiene alla Maison Bollinger, la quale lavora strenuamente per riportare la cantina agli antichi fasti. Situata nel cuore della Champagne, la Maison Ayala rimane oggi un piccolo gioiello con un fiore all’occhiello: Nicolas Klym, chef de cave della Maison da 25 anni, ossessionato dalla costante ricerca della qualità.

Il Millésime 1999 della Maison Ayala è uno champagne di qualità eccelsa, figlio di una grande annata. Dall’unione di un 80% di Pinot nero e di un 20% di Chardonnay, con uve provenienti quasi esclusivamente da vigneti classificati “Grand Cru”, ci si aspetta un grande classico, opulento e speziato, edonista e goloso, elegante e raffinato. Staremo a vedere!

Come l’anno scorso giungiamo a “Fontana delle Rose”, in contrada “Mattinatella”. Subito ci seduce la squisita accoglienza di Antonia Ciuffreda nello splendido contesto del Lido-Ristorante “CALA ROSA”. E’ il luogo prescelto per la degustazione. Quest’anno un già impareggiabile approdo si arricchisce di un evidente valore aggiunto gastronomico: la presenza in cucina del figlio di Antonia, Francesco, promettente chef in fieri. Infatti la proposta culinaria mostra un evidente salto di qualità: dall’impiattamento ai sapori tutte le preparazioni profumano di studio, gusto, equilibrio. La territorialità dei piatti è a volte in un dettaglio, in una nuance gustativa. Abbiamo mangiato benissimo e bevuto alla grande!! Veniamo dunque allo champagne. Sia Ayala che Jacquesson hanno mantenuto quello che promettevano. Il primo, centellinato sotto l’ombrellone con ostriche e gamberi crudi, mostra le caratteristiche della compiuta evoluzione di una cuvèe prestige. Pure il secondo risulta essere un eccellente D.T. Ma quel che fa saltare il banco è Krug, accompagnato, sempre sotto l’ombrellone, da una fritturina di pesce fragrante e sapida che Antonia predispone prontamente. Il Krug 1998 l’ho già bevuto 10 anni fa. Corro a rileggermi la recensione. E resto senza parole: c’è tutto quello che c’era allora e qualcosa di più. Così mi esprimevo: “…Poi, la recita di una pagana giaculatoria per predisporre gli animi, e si procede all’apertura del Krug 1998. Con questa annata  assistiamo all’ennesima rappresentazione di un mito.
L’osservazione del liquido brillante che lentamente scorre nel bicchiere fa presagire sicure piacevolezze: la carica cromatica, per intensità e tonalità, richiama i migliori millesimi. Un perlage finissimo disegna un ricamo verticale verso la volta del disco vinoso. In bocca abbiamo ritrovato poi la medesima energia ascensionale nel riverbero carbonico che lambiva e solleticava la volta palatale.
Il colore è autentico oro zecchino della massima caratura.
Al naso si è quasi storditi dalla complessità e profondità degli spunti olfattivi, un effluvio odoroso poliedrico dove freschezza e maturità giocano a prendere la testa del gruppo di profumi che si levano maestosamente dal calice.
I profumi sono famiglie che si ergono dal bicchiere e si issano fino alle narici proponendo essenze di fiori, frutta esotica, dolci da forno, remote speziature.
Ogni scossa è un rimescolamento del bouquet con nuove e seducenti combinazioni.
Ma è la bocca stavolta ad entusiasmare: semplicemente sontuosa, untuosa, saturizzante le potenzialità analitiche dei recettori gustativi.
Può un vino-spumante essere consistente come e più di un vino fermo?
Solo Krug è capace di questo, in forza di una sapienza enologica di trasformazione imperfettibile.
Una natura pirandelliana prima serve la freschezza briosa di un raffinato vino- spumante; poi vira su note opulente da vino bianco di grande struttura.
Infine invade il campo dei distillati da sigaro: dopo due ore il Krug può assumere le note di un brandy o di un Cognac.
E’  l’inimitabile profilo evolutivo e gustativo del Krug…”

Il valore aggiunto è dato dal meraviglioso sviluppo terziario del campione. Il “può assumere le note di un brandy o di un Cognac” diventa realtà : il Krug 1998 ad oggi sembra un vino da meditazione per opulenza e complessità ed in bocca libera incredibilmente uno sciame di bollicine ancora palpitanti e con una acidità golosa a renderne piacevolissimo l’incedere sulle papille gustative.

Krug: un mito che continua a strabiliare.

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