In ricordo di Beppe Rinaldi

Giuseppe Rinaldi , da tutti considerato un maestro del Barolo, era preceduto dalla sua fama, anche un po’ sinistra: il ”Citrico”, come a dire burbero e caustico. Così lo avevano soprannominato. Pertanto prima dei suoi vini incuriosiva l’uomo. Perchè è il suo facitore a infondere l’anima al vino. Incontrare Giuseppe a Barolo è stata per me un’autentica sorpresa. Personalità d’altri tempi, con un raro senso dell’informalità e dell’essenzialità, Beppe Rinaldi era in possesso , altro che “Citrico”, di una profonda delicatezza interiore. Perchè la sua anima si apriva al prossimo, straniero e stranito, petalo per petalo, man mano che la distanza con l’altrui indifferenza si accorciava. Partiva così un dialogo in punta di piedi che si evolveva fino ai prodromi della confidenza. I suoi vini risultavano il contrappunto di questa speciale intimità. Verticali, tesi, succosi fino all’exploit organolettico del Barolo Brunate 2008,prelevato dalla botte in un impeto di generosità solo per noi, visitatori estemporanei della sua cantina. Un gesto e un vino indimenticabili.

Giuseppe Rinaldi è stato uno dei grandi custodi della tradizione, intesa come funzionale alla qualità del prodotto senza pericolo di macchia alcuna che ne adombrasse l’arcana illibatezza. E’ questo il motto che come una litania riecheggiava intermittente nelle sue parole. E’ questa la filosofia di vita e di lavoro che come una liturgia prometteva di non cambiare. Il vino, rispecchiante le caratteristiche peculiari del terroir di Barolo, è invece destinato a cambiare una volta in bottiglia, come di cosa viva che si evolve. Ma è buono da subito come tutti i fuoriclasse. La classe in un vino è qualcosa di difficile interpretazione e determinazione ma è sicuramente legata all’equilibrio senza il quale anche il più massivo e opulento dei campioni risulterebbe sgraziato.

I vini di Giuseppe sono equilibratissimi e pronti ad affrontare un futuro pieno di insidie come i migliori nebbioli in terra di Langa. Ai grandissimi o promettenti tali saran perdonati peccati aromatici e gustativi veniali. Qui, nella freschezza intonsa di millesimi esordienti, non c’è traccia di peccato. Il tempo fatalmente produrrà la consueta terziarizzazione. Cambiamento che sarà apprezzato da chi saprà o vorrà farlo.  Altro incontro indimenticabile con il “nostro” a Cerea, in provincia di Verona,  per la manifestazione “Vino Vino Vino ” . Durante la cena inaugurale dell’evento che si tenne nella storica “Trattoria Stazione” in quel di Castel d’Ario, Giuseppe Rinaldi fu la vera “star” della serata. Pur nel suo eloquio sussurrato, nel suo fare quasi dimesso, promanava   dall’esile figura quasi un’aura di grandezza che soggiogava tutti i presenti. Nelle sue creazioni c’è l’incarnazione dello spirito più autentico del vino “vero”, a cui tanti possono solo aspirare senza mai centrare. Perché l’essere tal quale all’avere è una questione esoterica. E’ uno stato di grazia dei fuoriclasse e degli artisti. Le sue varie versioni di Barolo sono paradigmatiche. Dal loro bouquet intenso, complesso e minerale emergono note di piccoli frutti rossi e le tipiche fragranze di viola e fiori appassiti. I vini rinaldiani sembrano sempre pronti, come quando ebbi la fortuna di berli spillati dalla botte, con tannini già setosi: una progressione goduriosa nel segno della classe e della finezza. S. Agostino affermò l’inesistenza della morte. Se così fosse Beppe Rinaldi vive due volte: in cielo e nei suoi vini.

Lascia Un Commento

Articoli Correlati

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: