I quattro moschettieri

Tante sono le vie che si possono imboccare qualora s’intenda intraprendere un viaggio enoico, quell’otto volante dei sensi alla ricerca del piacere e dell’oblio che si consuma nel cerchio di un bicchiere. Io le amo tutte: degustazioni comparate per vitigno, verticali per annate di un singolo o più produttori, raffronti tra vigneron che si misurano col medesimo terroir. Per ultima, e non per importanza o efficacia, la via del coniugare vini diversi tra loro e accomunati solo dalla loro alta qualità. Leggendo Dumas pensavo alla trama de “I tre moschettieri”. Ai tre valenti combattenti del titolo si aggiunse il vero protagonista del romanzo, D’Artagnan : non si poteva pensare ad un sodalizio tra elementi così eterogenei ma così efficace nell’azione e nel pensiero come quello intercorso tra D’Artagnan, Aramis, Porthos e Athos. Così è stato l’altra sera , in una sorta di simposio improvvisato, con i consueti amici di bevute. Quattro i campioni che si sono succeduti alla beva, così diversi, così distanti, eppure così vicini negli entusiasmanti esiti organolettici. Si chiama BRDA: si legge Collio sloveno. Si parte da quelle lande rocciose e impervie con l’EXTO GREDIC 2012 di MOVIA. Il Tokaj ricorda Aramis, uomo distinto e delicato, all’apparenza un uomo di chiesa mancato, il quale provvisoriamente indossa le vesti di Moschettiere. Poi si passa al Predappio di Predappio “Vigna del Generale” riserva 2012 della Fattoria Nicolucci. E’ il nostro Porthos, il più “sanguigno” dei tre moschettieri. Col Grattamacco 2011 si sale di livello . Bolgheri non tradisce quasi mai. Athos, il più ammirato fra i tre da d’Artagnan, di animo nobile e distinto, giganteggia. D’Artagnan, abile nella spada e molto coraggioso, chiude il cerchio: strepitoso, come al solito, lo Schioppettino 2012 di Bressan.

Ma procediamo con ordine. L’azienda Movia si trova al confine tra la Slovenia e l’Italia.
La sua fondazione, davvero antica, risale addirittura al 1700 e, a partire da quegli anni, generazioni su generazioni hanno lavorato e sudato sulle terre di proprietà, allo scopo di lasciare un’impronta perpetua.
Nel 1820, poi, una delle figlie dell’omonima famiglia sposa uno dei Kristančič: da quel momento, oltre alla coltivazione di alberi da frutto, l’azienda inizia a dedicarsi anche alla viticoltura.
Da allora il motto, nonché stile di vita, di Movia è: ” Sii autentico, rispetta Madre Natura e non ostacolarla nel suo corso”; nell’azienda, in cui si contano in totale 22 ettari di proprietà, si guarda infatti alla Natura in tutta la sua grandezza. Per concimare il terreno si usano solo letame, compost, preparati biodinamici e sovescio. I fitofarmaci sono solo organici, rame e zolfo. Il diserbo è meccanico ed in cantina si utilizzano solo lieviti indigeni.
Il GREDIC 2012 è un blend a maggioranza tocai ed un saldo di sauvignon e zelen. Affascinante e suadente , in ragione delle basse rese si esprime anche con una struttura importante. E’ lui ad aprire le danze. Poi si passa al Sangiovese. L’azienda agricola Nicolucci è stata fondata da Giuseppe Nicolucci nel lontano 1885 a Predappio Alta, frazione del rinomato comune di Predappio, poco distante da Forlì. L’azienda è a conduzione rigorosamente famigliare e si sviluppa su un’estensione di circa 10 ettari, per una produzione annua che si attesta sulle 70.000 bottiglie circa. Oggi le redini della gestione sono affidate ad Alessandro Nicolucci, esponente della quarta generazione, enotecnico che segue quotidianamente il lavoro in azienda. L’azienda, per un certo periodo si è chiamata “Casetto dei Mandorli”. Ora è ritornata “Fattoria Nicolucci”. Nei vigneti, situati a circa 300 metri sul livello del mare su terreni ricchi di argilla, calcare e minerali, si coltiva principalmente sangiovese. Una vigna vecchia di oltre novant’anni, in precedenza di proprietà di un generale che, di ritorno dalla guerra, decise di acquistare il terreno migliore per coltivarci sangiovese è la storia, tra mito e realtà, che ancora oggi si cela dietro al Riserva “Predappio di Predappio Vigna del Generale”, Romagna Sangiovese Superiore DOC. Nella versione 2012 , complesso e particolare, propone aromi e sapori mai comuni. Le uve, dopo la vinificazione, maturano per ben due anni in botti di rovere, per poi venire imbottigliate. Un vino che può evolvere ancora qualche anno in cantina ma che noi gustiamo già. Dopo il Tocai e il Sangiovese si comincia a salire. Come ben sanno gli appassionati di vino, la storia del Rinascimento bolgherese risale a non troppi anni fa quando un manipolo di aziende seguirono le orme di Mario Incisa della Rocchetta e la strada tracciata dal suo Sassicaia. La tendenza era però ricorrere a uve alloctone che qui si erano felicemente acclimatate. La 
Cantina Grattamacco nasce alla fine degli anni 70 . Il primo millesimo prodotto è del 1982. La sfida di Grattamacco comincia dall’aver infranto la rigida gabbia dell’uvaggio bordolese. Al principe dei vitigni toscani, il Sangiovese, andava ritagliato un posto che fosse qualcosa di più di una presenza esiziale. Ecco quindi una percentuale non marginale nella composizione finale del blend. Il Sangiovese del Podere Grattamacco è infatti unico nel suo genere e arricchisce con pregevoli e inaspettate caratteristiche il risultato finale. Da vigne con esposizione sud-ovest di 26 anni d’età e una densità di ceppi per ettaro che conta tra le 4-500 e le 6000 unità, il vino si avvale di una resa di 60 q/li ad ettaro . La vinificazione è in tini di rovere di Slavonia da 7 hl, innescata da lieviti indigeni. Affinamento in barrique per 18 mesi. Quello che ne deriva è un vino di grande struttura e statura, elegante e intenso, caratterizzato da continui richiami fruttati e speziati, in un contesto gusto-olfattivo caldo e mediterraneo. Per chiudere si va in Friuli. E’ il momento di D’Artagnan.

Fulvio Bressan è uno dei più carismatici produttori italiani di vino “artigianale” .

Vino-bandiera è lo Schioppettino, da vitigno autoctono friulano (anche detto ribolla nera) dall’originalità espressiva quasi incomparabile. Ha un odore di pepe bianco e di spezie semplicemente sublime .

Come in ogni versione, anche lo Schioppettino 2012 si distingue per caratteristiche organolettiche talmente debordanti da lasciare di stucco: si ama, senza vie di mezzo. Un grandissimo vino. Un vecchio zio di mia madre che possedeva una vigna nel mio paese natìo, mi diceva quando ero piccolo che la terra doveva essere assaggiata per valutarne la qualità. Ne prendeva un pizzico tra il pollice e l’indice, lo annusava e se lo metteva sopra la lingua per sentirne il sapore. Al gusto non doveva essere né troppo amara né troppo dolce, né salata né insipida, né troppo arida né troppo umida. Perchè la terra, diceva alla fine, doveva essere sì ricca ma anche fine. Chissà se Fulvio ha fatto la stessa cosa quando ha scelto il suolo dove ospitare le viti di Schioppettino. La sua vigna ricorda il Rodano meridionale tanti sono i ciottoli lungo i filari depositati dall’Isonzo che accumulano il calore di giorno e lo rilasciano di notte. Dall’interazione tra un simile “terroir” e il genio del vignaiolo è scaturito un nettare affascinante come pochi, la cui cifra più cospicua è data dalle emozioni che sa procurare.

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