Le emozioni sono come fuochi d’artificio che scuotono l’anima assopita. Posseggono tutta l’incoerenza del sogno che la nostra stessa coscienza culla e crea. Hanno durata di fumo, passaggio di orme. Esistono nella impalpabile sostanza dell’incerta consapevolezza che ne abbiamo e profumano di ricordo. Si associano alle atmosfere, agli ambienti, agli odori e sono frammenti sparsi di vita che costellano il firmamento dell’umana esistenza. Dalla Puglia, quando varco i confini regionali e mi reco in Campania, assisto sempre alla medesima metamorfosi interiore: tutto il mio essere si predispone all’emozione. Non so perché questo mi accade, ma puntualmente quel che vado a fare mantiene le promesse di un’arcana felicità. “Gli Sfracanati” stavolta si ritrovano a Caserta da “I Masanielli”. E’ paurosamente riduttivo definire una simile palestra del gusto semplicisticamente una pizzeria. Io non so parlare di cibo. Non ne ho l’attitudine, né la competenza. Ma il tripudio dei sensi che ha accompagnato la degustazione della lunga teoria di preparazioni ( nove pizze, molto più che pizze!!) proposteci da Francesco Martucci non lascia scampo al mio discernimento: questo luogo assurge a tempio dell’arte culinaria. Anche se non sarei in grado di aggiungere altro per descrivere la sua bravura, posso riferire che il segreto di alcune delle sue pizze-capolavoro sta nelle tre cotture in successione a tre temperature diverse: al vapore a 100°, fritta a 180° e al forno a 400°-420°. Poi Francesco ci ha elencato, di volta in volta, le materie prime strepitose che vanno a sostanziare le sue creazioni ( quali il “black cod” , il pregiato merluzzo che viene dall’Alaska ) e descritto la genesi dei suoi originalissimi sincretismi culinari. Che dire? Vivissimi complimenti per gli eccellenti risultati raggiunti.

Detto questo, umilmente torno al mio amato “orticello” vinicolo. Cosa bere da “I Masanielli” in accompagnamento alle pizze che non sia la birra? La Campania ha dato sin dall’antichità una vasta gamma di nobili vini. Uno su tutti: il “Falerno”, autentico fiore all’occhiello della “CAMPANIA FELIX”, come ebbe a definire la regione Marco Terenzio Varrone. La scienza enologica in Campania si mostrava, secoli dopo, ancora molto evoluta. Presso la scuola medica salernitana, nel Medioevo, vigeva la seguente regola: “Vina probantur odore, sapore, nitore, colore” ovvero “ la bontà del vino si giudica dal profumo, dal sapore, dalla limpidezza e dal colore”. Oggi sapremmo forse dire di meglio? Rompendo gli indugi, in una carta piccola e agguerrita, rintracciamo una bollicina: il “Trentapioli” 2018 di Salvatore Martusciello. Il nome evoca tutta una storia. Le scale utilizzate per i lavori in vigna e la raccolta delle uve sono alte e ardite. Trattasi infatti di una viticoltura unica al mondo per via della forma d’allevamento adottata: l’alberata aversana. La pratica di sposare la coltivazione delle viti facendole inerpicare sui pioppi si perde nella notte dei tempi. L’asprinio che si ricava da questi spalti arborei che sfiorano i 15 metri di altezza viene spumantizzato con il metodo Martinotti e dà vita ad uno spumante vivace, allegro, fresco, dinamico e di piacevole bevibilità. Non è più l’Asprinio di un tempo, quando l’acidità poteva essere tagliente e diverse imperfezioni venivano spacciate per tipicità. Adesso c’è spazio per delicate note floreali, puntuti spunti agrumati, su di un corpo sufficientemente intenso e dalle complesse ricadute organolettiche. Va detto che la qualità del passato comunque meritò il seguente appunto di Sante Lancerio, l’esperto vinicolo al servizio di papa Paolo III Farnese ( quello, per intenderci, dell’EST! EST!! EST!!! di Montefiascone ) : “Il vino Asprinio viene da un luogo vicino a Napoli. Li migliori sono quelli di Aversa, città unica et buona. La state è sana bevanda. Di questa sorte Sua Santità usava bere alcuna volta per cacciare la sete avanti che andasse a dormire, et diceva farlo per rosicare la flemma”. A seguire un vino bianco fermo: il Fiano di Avellino 2018 di “Rocca del Principe”. La piccola azienda vitivinicola è nata nel 2004 per volontà di Ercole Zarrella, a Lapio, un piccolo borgo in provincia di Avellino. Il comune più vitato a Fiano di Avellino è considerato da sempre un cru d’elezione. All’interno dell’area vitata comunale, in contrada “Arianiello”, l’Azienda possiede una vigna di ha 1,40, con esposizione a nord-est e su terreno sabbioso, a 600 mt. s.l.m. “Arianiello” è una sorta di cru nel cru. E’ essenzialmente da questo appezzamento e da poche altre parcelle del circondario che si ricava il Fiano di Avellino aziendale. Il monte Tuoro (1400 mt.) si trova a brevissima distanza e fa da termoregolatore nel modulare il caldo e nell’accentuare le escursioni termiche di notte e d’inverno. Tra i filari massimo rispetto per l’ambiente: il terreno è pulito meccanicamente, le concimazioni sono esclusivamente organiche, i trattamenti fitosanitari sono ridotti al minimo, e nelle annate più generose tutto è mirato a mantenere basse le rese con rigorose potature verdi e specifici diradamenti dei grappoli. In cantina si provvede ad una fermentazione a temperatura controllata. Successivamente si implementa una lunga permanenza sulle fecce fini con frequenti rimontaggi e si procede altresì ad un affinamento in bottiglia di almeno sei mesi. Nel bicchiere si ritrovano la complessità e la ricchezza di gusto diretta conseguenza dell’arricchimento dalle fecce. In bocca è un serrato dialogo tra eleganza e pienezza di sorso, con una spiccata acidità e una notevole sapidità a rendere la beva ancor più golosa. Col primo rosso si passa ad un’altra creatura di Salvatore Martusciello: il Gragnano “Ottouve” 2019. Piedirosso, Aglianico, Sciascinoso, Suppezza, Castagnara, Zauca, Olivella e Surbegna: dall’unione sapiente di queste uve nasce il vino della tradizione della penisola sorrentina. il Gragnano frizzante! Dal colore rosso rubino, dalla spuma violacea molto fine che lentamente si dissolve nel bicchiere, è un vino rosso fragrante dal profumo di fragola, dalla beva compulsiva , dalla spiccata vocazione edonistica e conviviale. Con la pizza poi è la morte sua!! Parlare del CAMPI FLEGREI PIEDIROSSO COLLE ROTONDELLA 2017 è innanzitutto parlare di una delle aree più affascinanti dove poter produrre vino. CANTINE ASTRONI nasce nel cuore dei Campi Flegrei , sulle pendici esterne del cratere degli Astroni, tra Napoli e Pozzuoli, un tempo riserva di caccia Borbonica ed oggi oasi naturale WWF Italia. In questo angolo di terra unica baciata dal mare e animata dal fuoco vulcanico aleggia ovunque il mito, tra storia, letteratura e leggenda. Gli antichi avevano individuato sulle sponde del lago d’Averno l’ingresso dell’Ade. Nell’Eneide l’eroe virgiliano si avvale dei vaticini e dei responsi della Sibilla ,assisa nel suo antro nella vicina Cuma. Sul lago Lucrino, nell’antica Roma ai tempi di Mario e Silla, un tale Sergio Orata ideò la coltivazione delle ostriche . Fu tale il guadagno che il lago, da lucrum ( lucro ) , ne mutuò il nome. E potrei continuare a snocciolare aneddoti e curiosità all’infinito, tale è la ricchezza di vita sedimentata nei secoli in questi territori. CANTINE ASTRONI ha concentrato la sua attenzione soprattutto su due vitigni autoctoni: Falanghina e Piedirosso. Il vino è veramente buonissimo. E’ un rosso tremendamente esplicativo per chi si avvicina alla tipologia, dal vivace colore rubino, con un naso vinoso, floreale e fruttato di minuti frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo dà la stura a sfumature speziate e ad una fresca tessitura acida. Il sorso è secco e morbido e fa di questo vino un vero e proprio campione di bevibilità.

Per concludere, gli eccellenti dolci della compagna di Francesco Martucci, Lilia Colonna. Sorpresa nella sorpresa, non avrei mai pensato di trovare in una pizzeria un tale livello di pasticceria. Dolci buonissimi a cui abbiamo abbinato un Riesling che abbiamo scovato in carta : il QbA Trocken Alte Reben 2014 cru Abstberg di Von Schubert. La cantina Von Schubert sorge sulle rive del fiume Ruwer, un affluente della Mosella, nell’omonima e storica regione tedesca. La tenuta appartiene alla famiglia Von Schubert da cinque generazioni e vanta una storia antica e ricca di fascino. Fu infatti gestita fino alla fine del XVIII secolo dall’abbazia di Saint Maximin. Sulle bottiglie, in etichetta, campeggia un disegno stilizzato della facciata abbaziale. Venne poi requisita da Napoleone, e in seguito fu guidata da diversi proprietari di origine tedesca. Il Riesling QbA Trocken Alte Reben è ottenuto da uve di eccellente qualità del cru Abstberg, dal sottosuolo di ardesia blu e ricco di elementi minerali che nei vini esaltano la finezza di aromi e di sapori. La dicitura Alte Reben indica l’età delle vigne. Nella fattispecie le uve sono selezionate da piante di circa 80 anni. Basse rese per ettaro (circa 45-55 hl/ha ) , una fermentazione con soli lieviti naturali ed una vinificazione in acciaio inox o in grandi botti di rovere a seconda delle esigenze, garantiscono un Riesling ammaliante, ricco e concentrato, con una solida struttura e dai sapori speziati e minerali. Perfetta chiusa per una “pizzata” indimenticabile.

Rosario Tiso , 25 Giugno 2020

Syrah 2011 di Stefano Amerighi

Perché accada qualcosa di importante sulla scena del mondo ci vuole essenzialmente un grande uomo con un grande sogno. Solo il visionario, con capacità quasi rabdomantiche,  fa le cose giuste, al momento e nel luogo giusto, per estrapolare dalla realtà quanto di buono ha in serbo per chi ha il coraggio di dissotterrarne i tesori.

Continua a Leggere

Purosangue 2013 di Luigi Tecce

Lungi dall’essere dei semplici gaudenti eno-gastronomici, “Gli Sfracanati” ricercano innanzitutto quanto di poetico contiene l’umana esistenza. Quando si radunano, sono imprescindibili due condizioni, che si traducono poi in due compresenze: l’eccellente vino e il dialogo con il “genius loci” .

Continua a Leggere

Brunello di Montalcino “Le Chiuse” 2005 e l’incontro con “Gli Sfracanati”

“ E’  nato un nuovo gruppo di “gaudenti”! Traendo ispirazione dalla natura dei loro più profondi e malcelati intenti si chiameranno “Gli Sfracanati”, al secolo Maurizio Romano, Francesco Gorgoglione, Giuseppe Nazzaro, Massimo Galantini, Carlo Basetti e il sottoscritto…” Era il 16 Ottobre del 2013, e cominciava un’avventura a sfondo enoico che, in maniera intermittente, dura tutt’ora.

Continua a Leggere