“CORTON” e il ritorno di Sandro

Il bevitore appassionato ha sempre qualche oggetto del desiderio sotto forma di bottiglia da conquistare. A volte il costo proibitivo del vino in questione rende lunga la caccia. Con gli amici di bevute del “Brillo Parlante” si parlava di champagne a piede franco e del loro ridottissimo numero. A noi constano solo tre esemplari di champagne da vigne a piede franco: Il Vieilles Vignes Françaises” di Bollinger, “ Les Francs de pied” di Nicolas Maillart e “La Vigne d’Antan” di TARLANT . Il Vieilles Vignes Françaises” non è ancora nella nostra cantina ( qualcuno di noi l’ha comunque già bevuto in altre circostanze ) ma quando abbiamo avuto la disponibilità degli altri due campioni si è presa la decisione di degustarli ed è iniziata l’attesa. Perchè procurarsi le bottiglie desiderate è solo una parte dell’impresa: scegliere il momento opportuno per berle è altrettanto fondamentale. Siamo giunti così al 28 Settembre scorso, di sera, da “Bacco & Perbacco”. Colpo di scena: il nostro esperto di champagne, Antonio Lioce , non era presente . Si decide allora di rimandare la bevuta di bollicine d’oltralpe ad un’altra occasione e si reiventa la serata. Attorno al tavolo, gli amici del “Brillo Parlante” quasi al completo compreso il nuovo compagno di viaggio Sandro Maselli. Alla beva , nonostante tutto, un autentico “parterre de roi” : LES VINS PIROETTES-LA BULLE DE JEAN di Binner, MALVASIA 2013 di Podversic, HASAN DEDE 2013, vino in anfora dalla Turchia, BARBACARLO 1994 del Comm. Lino Maga, PINOT NERO 2015 del Podere della Civettaja , CORTON 2007 della Maison Champy, MIRABAI PINOT NOIR 2015 di Kelley Fox Wines, Cuvèe ENRICO 2000 di Villa Diamante, PORT ASKAIG 100^PROOF, whisky scozzese. L’ esito del simposio mi ha suggerito una chiave di lettura tripartita. Tre differenti piani emozionali, fatti di sentimenti e di domande , che ho chiamato come segue: I Perché –I Pareggi –I Sensi

I Perché”

  1. Perché aspettare che si sfianchi un nettare così performante come il BARBACARLO, nei momenti di massima espressività, in nome del mito dell’invecchiamento come sicuramente migliorativo? Io definii una volta il prolungato invecchiamento come una sorta di roulette russa del gusto. Stavolta è partito il colpo e sul cadavere del 1994 l’unico dinamismo rimasto stava nel leggero petillant;
  2. Perché immettere sul mercato vini dall’importante residuo organico? Farne menzione non è sufficiente: l’ HASAN DEDE 2013 ci ha costretti a misurarci con un florilegio di brandelli di materia galleggiante;
  3. Perché produrre il Pinot Nero negli Stati Uniti? Non ho mai incontrato un campione all’altezza della fama del nobile vitigno borgognone che venisse dagli States. C’è sempre qualcosa di stravagante nei profili organolettici dei Pinot americani. Nel MIRABAI PINOT NOIR al gusto si avvertiva una strana nota abboccata.
  4. Perché produrre vini da fine pasto o peggio ancora bollicine senza una specifica vocazione? Grappoli di splendido Fiano provenienti dalla Vigna della Congregazione destinati ad un vino artigiano e magari della tradizione previo invecchiamento di sette anni in botti di rovere. Solo mille bottiglie di una non emozionante Cuvèe ENRICO 2000 di Villa Diamante.

I Pareggi”

Ovvero quando un vino mantiene quanto promette.

  1. LES VINS PIROETTES-LA BULLE DE JEAN di Binner, destinato ad un abbrivio leggero e gioioso, ha colto nel segno

I Sensi”

Il vero significato dei nostri incontri enoici e dello stesso blog è celebrare la nostra amicizia. Poi ci sono le bottiglie che hanno dato senso alla serata.

  1. Vincenzo Tommasi è il produttore del “Podere della Civettaja”. Affascinato dalla figura di Henri Jayer, è stato a più riprese in Borgogna prima di partire col suo progetto sull’Appennino toscano. Ha cinque parcelle disposte sui 500 mt. di altezza per complessivi 2.5 ettari di pinot nero. Le rese sono esiziali: mezzo chilo d’uva per pianta. La vendemmia è manuale, la fermentazione è con lieviti indigeni, i vasi vinari utilizzati sono in legno e in cemento. Imbottigliamento per caduta e senza filtrazione.
  2. La Borgogna è un mosaico di territori con caratteristiche pedoclimatiche uniche e la maison CHAMPY ne è la faccia storica essendo nata nel 1720 sulle cave del XV secolo che caratterizzano il centro di Beaune. Siamo nella Cote de Beaune. Il comune di Aloxe-Corton ospita nei suoi 250 ettari la più grande superficie di Grand Cru della Cote d’Or. Nella sua caratteristica collina si producono due Grand Cru: “CORTON” , che può essere sia rosso con uve pinot noir che bianco con uve chardonnay, con la possibilità di menzionare in etichetta il lieu-dit catastale; “CORTON-CHARLEMAGNE”, solo bianco da Chardonnay. I “CORTON” sono gli unici Grand Cru della Cote de Beaune. Dal gioco di squadra di Pierre Meurgey, il produttore, e Dimitri Bazas, l’enologo, il CORTON 2007 della Maison Champy presenta un olfatto sottilmente floreale ed ammaliante, un frutto esile al gusto, con tannini serrati e setosi e con un’acidità promettente. Tutto quello che ci si aspetta da un Corton. Ma soprattutto: non si dimentica il naso di un Pinot Nero della Borgogna!!
  3. Al confine tra Italia e Slovenia si stende una delle aree vinicole più affascinanti d’Italia. Al “COLLIO” corrisponde la zona di “BRDA”, all’ ISONZO la “VIPAVSKA DOLINA” ( la valle del Vipacco ) e al “CARSO” il “KRAS”. Vitigni coltivati, caratteristiche dei terreni e cultura vitivinicola sono condivise. Il Maestro di quelle terre può considerarsi JOSKO GRAVNER. Tanti i suoi discepoli. Uno dei più talentuosi è DAMIJAN PODVERSIC. Sul monte Calvario i suoi alberelli, coccolati da una conduzione agronomica tra il biologico e il biodinamico. La Natura per lui è l’ente creatore. Il contadino è come la madre del vino: lo porta in grembo, lo svezza e lo fa crescere. La sua MALVASIA 2013 ha un colore quasi ambrato. Ai sentori fruttati si avvicendano refoli balsamici, iodati, mielati e speziati. E’ una goduria centellinarne il sorso. In rovere da 30 hl per 36 mesi.
  4. PORT ASKAIG 100^PROOF, splendido whisky scozzese: torba e affumicatura da urlo!!

Cosa ci hanno raccontato questi campioni enoici? Dal mio canto ho quasi del tutto smesso di sciorinare descrizioni mirabolanti dei riscontri organolettici perché inizio a trovarle un po’ stucchevoli e talvolta false. Ho una mia tecnica: lasciarmi andare ad una vigile deriva. L’apparente passività consente il massimo di ricettività selettiva di odori e sapori e fa nettamente percepire i sentori nascosti delle cose. Occorre imparare a “stare”, lasciando che le cose vengano a te. Si rischia infatti di non riuscire a cogliere l’anima del vino, di entrare in una cartolina precostituita, di essere risucchiati in una catena di montaggio tecnica e filosofica. Accantonare le aspettative e tacere al massimo per entrare. In fondo si conosce solo venendo a patto con il “genius loci” del nettare alla beva nel silenzio del proprio Ego e attivando la parte animale che è in noi e soprattutto il cuore, che è un organo di fuoco. La beva emozionale non può che sgorgare copiosa. Tuttavia non posso nascondere lo stupore che mi hanno prodotto i vini che mi sono più piaciuti. Per quel che mi è piaciuto meno nessuno si senta offeso o tirato in ballo: si parla solo di vino, per me oggetto essenzialmente ludico e gioioso, e sono sempre opinioni personali , in un certo qual modo anche dilettantistiche, che non hanno nessuna funzione pontificatoria ma servono soltanto ad abbassare la febbre del mio sentire.

 

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