COMTES DE CHAMPAGNE 1995 di TAITTINGER

Io non sono un tipo che definirebbe una persona di cinquant’anni “giovane”, perché mi ricordo perfettamente com’ero e cos’ero a vent’anni. Parimenti, non definirei mai un vino affinato lungamente o che è stato in bottiglia per molti anni “fresco, anzi freschissimo…”, perché a quel punto andrebbe ridefinito lo stesso concetto di “fresco” in un vino. Ho bevuto migliaia di bottiglie entro i dieci anni dall’imbottigliamento, rischiando e consumando diversi infanticidi, e so perfettamente com’è un vino “fresco, anzi freschissimo…”. Che poi il nettare vetusto possa avere ancora qualcosa da dire e da dare è fuor di dubbio, specie se è un grande vino. Anche un vecchio di ottant’anni ha ancora qualcosa da dire e da dare, ma nel migliore dei casi nel suo futuro c’è la prospettiva di una placida e serena dipartita. Questo preambolo per introdurre il racconto della bevuta del più grande Blanc de Blancs della mia vita: non è Delamotte, né Salon. E neppure un Clos du Mesnil. E’ il Comtes de Champagne 1995 di Taittinger. Ma procediamo con ordine. Con l’amico Antonio Lioce siamo soliti organizzare degustazioni estemporanee ispirate da acquisti occasionali di nettari a volte desiderati da tempo. Così ci siamo ritrovati con un paio di bottiglie di tutto rispetto: “Le Millesime” 1996 di VAZART-COQUART ( sboccatura ottobre 2019 ) e il Comtes de Champagne 1995 di TAITTINGER ( in commercio intorno al 2005 dopo 120 mesi sui lieviti ) . Da qualche anno a questa parte siamo giunti alla conclusione che, quando si tratta di capire veramente quel che stiamo a bere, non c’è niente di meglio che la propria casa. Così l’amico A.L. ha approntato una cena degna di una tavola regale per sostenere la beva dei due Blanc de Blancs.

Abbiamo cominciato con il millesimato di VAZART-COQUART . La maison si trova nel cuore della Côte des Blancs a Chouilly e gestisce 11 ettari coltivati quasi esclusivamente a chardonnay. I vigneti hanno in media 30 anni e Jean Pierre Vazart, l’attuale titolare dell’azienda, promuove da tempo una viticoltura sostenibile con l’obiettivo di preservare e rinnovare il suolo attraverso una conduzione agronomica biodinamica. Nel 2012 la maison ha ottenuto la certificazione “High Environmental Value Vineyard” che identifica le aziende che mirano a ridurre l’impatto ambientale. “Le Millesime” si presenta alla vista con un bel colore dorato. Niente di “fresco, anzi freschissimo…” promana dal bicchiere ( nonostante un degorgement recentissimo ). Quel che ci viene incontro è una splendida maturità, come si conviene a prodotti che hanno un po’ di anni sul groppone: al naso note di sottobosco, funghi, acidità agrumate e biscotti; in bocca materia densa, suadente, corposa, solida. Alla fine quel velo di ossidazione che ammanta le papille gustative ci scorta verso nuances da distillato, con accenni torbati e strali minerali. Buonissimo. Stavamo quasi pensando di aver sbagliato scaletta. Ma poi è arrivato il fuoriclasse: “Comtes de Champagne” 1995 di TAITTINGER. Era il 1945 quando François Taittinger, secondogenito del fondatore Pierre, prende le redini della maison di famiglia e ne fissa lo stile legato allo Chardonnay. Non solo: recupera definitivamente le strutture sotterranee (cripte dei monaci e crayères) sotto quella che fu l’abbazia di Saint-Nicaise e ne fa le cantine per la maturazione dei migliori champagne Taittinger. Nel frattempo, è affiancato nell’opera dal fratello minore Claude (che riceverà il testimone a seguito della scomparsa prematura di François nel 1960), che nel 1952 ha un’idea: produrre un “ blan de blancs “ di altissimo livello che diventerà anche la cuvée de prestige di Taittinger. Era nato il “Comtes de Champagne”, che sarà poi lanciato cinque anni più tardi.

Ci sembrava di sognare a occhi aperti. Lo champagne, versato religiosamente nel bevante, è stato più di quanto potevamo immaginare. Colore oro antico, affascinante. Naso di rara complessità. Burroso come un vecchio Borgogna : anche qui sottobosco autunnale, come nel campione precedente, ma prima dei funghi si avvertono note di nocciole e noci e ai funghi si aggiungono i tartufi, la cioccolata bianca e un che di affumicato. Il tutto innervato di note agrumate, laccato di un velo di golosa ossidazione, sublimato da note di maderizzazione. E’ un vino da meditazione con le bolle. Niente perciò di “fresco, anzi freschissimo…”. Qui c’è l’evoluzione della specie. E non siamo manco sicuri di aver colto il campione nel suo momento di massima espressività. Magari è in parabola discendente ed era ancora più buono un paio d’anni fa.

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