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Rossi

Lungi dall’essere dei semplici gaudenti eno-gastronomici, “Gli Sfracanati” ricercano innanzitutto quanto di poetico contiene l’umana esistenza. Quando si radunano, sono imprescindibili due condizioni, che si traducono poi in due compresenze: l’eccellente vino e il dialogo con il “genius loci” . La fede in quest’ultimo è fondamentale. Concetto astruso, si potrebbe definire come il misterioso e rarefatto senso del luogo e dell’istante, in cui convergono arcane e nuove sensazioni. Questo fraseggio interiore è alla base di ogni esperienza degli Sfracanati. All’Osteria Varanalle le nostre anime, espanse nel tentativo di abbracciare il mondo, si sentono a casa perché si sono allineate allo spirito del luogo. In Contrada Bosco, nei pressi di Ariano Irpino, si respira un’aria senza tempo e i colori dell’ambiente che circondano le poche e sparse abitazioni sembrano richiamare una sorta di cromatismo primordiale, tale è la sensazione di purezza che promana da ogni presenza animale e vegetale e persino dalle cose inanimate. La collinetta che si erge armoniosa di fronte alla terrazza del ristorante, nel candore di un silenzio raro e prezioso appena rotto dalla musica di un vento lieve che muove come dita delicate le foglie degli alberi, sembra richiamare atmosfere leopardiane. Alla fine, ad accrescere l’incanto, ci pensano la cucina e i vini dell’Osteria, che sono di tutto rispetto. L’incipit enoico stavolta l’abbiamo affidato ad uno dei più grandi vini bianchi italiani: il “Cervaro della Sala” di Antinori. Quanta storia, quanto fascino, quanta classe, quanta intraprendenza racchiude quest’etichetta. Con un occhio alla Francia e all’inimitabile charme di un Montrachet, Antinori e la sua discendenza, nel solco della più stringente e qualitativa tradizione, hanno voluto regalare all’Italia uno chardonnay archetipico, con il vezzo di una punta di grechetto in omaggio alla territorialità. Sulla strada che da Orvieto porta a Ficulle giganteggia il Castello della Sala. Costruito da Angelo Monaldeschi nella metà del Trecento, era l’edificio simbolo di questa importantissima famiglia longobarda che all’epoca rivaleggiò con i Filippeschi per il dominio della Rocca di Orvieto. Guelfi gli uni, Ghibellini gli altri, ebbero l’onore di una citazione dantesca nel Sesto Canto del Purgatorio nella Divina Commedia. I Monaldeschi erano divisi in quattro nuclei distinti: Cervara, del Cane, dell’Angelo e della Vipera. Solo un matrimonio tra i Cervara e i della Vipera pose fine alle ostilità interne alla famiglia. Nel ‘500 il Castello della Sala passò nelle mani dell’istituto benefico dell’Opera del Duomo di Orvieto e vi rimase fino alle confische delle proprietà ecclesiastiche seguite all’Unità d’Italia. Giungiamo così al 1940, quando il Marchese Niccolò Antinori lo acquistò e cominciò a produrre vini bianchi. Ma dobbiamo aspettare gli anni ’80 e Piero Antinori per il salto di qualità. Il “Cervaro della Sala” vide la luce a partire dall’annata 1985. Nella versione che abbiamo degustato, la 2011, si avvale dell’apporto di uve chardonnay per il 90% con un saldo di grechetto. Vinificazione e maturazione in barrique ammontano a sei mesi e 10 sono i mesi di affinamento in bottiglia. Etichetta simbolo e vanto per l’enologia regionale e nazionale, mette tutti d’accordo, tradizionalisti e innovatori, dal punto di vista organolettico ( avrebbe messo d’accordo persino i rivali Monaldeschi e Filippeschi… ). Il colore nel bevante è giallo oro. Al naso è ampio l’arco olfattivo, tra note fresche e terziarie; immenso il corpo; lunghissimo il finale. I pochi anni di invecchiamento hanno dotato il campione di una vasta gamma di sentori terziari dove fanno ancora capolino effluvi floreali e fruttati ammantati di un velo di ossidazione stimolante e gustoso. E’ tale la struttura del Cervaro che passare ai rossi è facile. Il Polvanera “16” 2014 racconta mirabilmente il Primitivo di Gioia del Colle. Adagiata su di uno spesso strato di roccia, la Vigna San Benedetto regala una materia di prim’ordine per un Primitivo suadente e verticale, più convesso che concavo, più dinamico che massivo. La beva è golosa e nel contempo facile. Quel che si suole definire mineralità è la sua nota più affascinante. Supremo l’equilibrio, forse il più equilibrato dei vini bevuti.

Appagati, ci accostiamo al fuoriclasse del giorno: “Purosangue” 2013, il nuovo Taurasi di Luigi Tecce. Il termine “demiurgo” ci viene in soccorso. Con Luigi Tecce si supera persino il concetto di vigneron. E’ un filosofo prima che un produttore vinicolo; è un gaudente prima che un profondo conoscitore del vino; è pervaso di religiosità più che di spirito artistico. E il suo vino è sangue della terra più di tutti i nettari mai bevuti finora. Primato legato all’uomo che si fa Natura e di concerto con essa crea capolavori. La retro-etichetta così recita: “ Questo vino è prodotto da una vigna di Aglianico coltivata nelle ex particelle 96 e 213 del foglio 14 del comune di Paternopoli. Il suolo è sabbioso-argilloso di natura calcarea, ricco di materiale piroclastico, con una altimetria di 500 metri sul livello del mare, ed esposizione a sud/ovest”. L’estensione del vigneto è di 1 ettaro, lavorato in naturale. Il tipo di impianto è il cordone speronato, con una densità di ceppi di 5000 per ettaro e una produzione di 35 hl. L’età delle viti è di 15 anni. La vendemmia è manuale. In cantina , ad una fermentazione spontanea segue una lunga macerazione in botte di legno, affinamento di 12 mesi in tonneaux vecchie, 12 mesi in botti da 50 hl e ulteriori 24 mesi in bottiglia. Solforosa ai minimi ( solo 22.0 mg/l ) per 6.600 bottiglie.Sempre in retro-etichetta: NO a lieviti selezionati, enzimi, batteri malolattici, tannini aggiunti, disacida, chiarifica, filtrazione e gomma arabica.

Infinite le sollecitazioni sensoriali che promanano dal bicchiere. Colore rubino cupo e consistente. Impatto olfattivo magnetico, di carnosa intensità, con profumi sontuosi di frutti rossi ( ciliegia in primis ) al pieno della maturazione per passare a note di macchia mediterranea, liquirizia, grafite e cenere spenta, Tannini e acidità autorevoli conferiscono al campione volume, gusto , dinamismo e sapidità per una beva possente. Immenso. il vino dolce a seguire è quasi annichilito.

Ai piedi dei Pirenei nasce La “Magendia” 2015 di CLOS LAPEYRE, vino da uve surmature della denominazione Jurancon. L’ assoluto rispetto dei ritmi e delle trasformazioni naturali hanno prodotto un vino appena abboccato, dinamico e sapido in bocca, dove acidità e mineralità sono presenti. I profumi sono intriganti ed insoliti. Ma dopo Tecce le papille gustative non hanno potuto e forse voluto registrare altro.

Mentre mi accingevo a stappare una bottiglia di  Vall Llach 2002, vino rosso della DOQ Priorat prodotto dall’omonima azienda vitivinicola, ho ripensato a quanto scritto da me in passato sui vini vetusti…

“ … C’è una categoria di bevitori che amo definire “Rigattieri del gusto”. Costoro, innamorati dei profumi e dei sapori che solo i vini vetusti sanno elargire e intenti a lustrare le scarpe ai “guru” del settore mutuandone acriticamente le opinioni, sono della risma di quelli perennemente inattuali, proiettati sempiternamente su ipotetici futuri picchi di espressività organolettica dei nettari intercettati lungo il loro incedere sensoriale. Quasi mai ghermiti subito. Quasi sempre bevuti con nostalgia per quel che avrebbero  potuto essere e magari non sono stati. Il loro tipico  approccio mentale  ad un vino, per quanto risulti fantasmagorico al naso e appagante al palato, è il seguente:”…E’ così giovane: mi trovo forse davanti ad una bottiglia che avrebbe potuto riposare in cantina ancora a lungo? A quanto ammonterà la sua “tenuta” organolettica?….” E amenità del genere. E invece di godere del piacere del “qui” e “adesso”, invece  di abbandonarsi a briglie sciolte nel dominio della voluttà ,il desiderio del “rigattiere”  tende ad impigliarsi nel suo gioco preferito, quel meccanismo perverso e senza uscita che amo definire  la roulette russa dello “stappo”. Che è Il suo “onanismo” enologico. Che è lo stucchevole arzigogolare sul sesso degli angeli (…quando è giusto fruire di un nettare? A quando il suo apogeo gustativo?…) e che lo porta a differire la beva fino ai prodromi del baratro. Il più grande vanto del “rigattiere” è poter affermare di aver trascinato al limite estremo  le condizioni di bevibilità di un vino. Spesso il “rigattiere” possiede la generica nozione del miglioramento del vino in funzione dell’invecchiamento. Innanzitutto bisogna sapere cosa invecchiare. Ho visto comprare cartoni di riesling tedeschi “Qba” e destinarli ad un forzato imbrunimento. Chi glielo spiega all’incauto “rigattiere” che nessun bevitore consapevole lo farebbe e perché? Solo vini dalla grande struttura e dal sostanziale equilibrio possono solcare gli stessi cieli  dove osano le aquile…”

L’azienda vinicola Vall Llach è stata fondata nei primi anni novanta dal cantante catalano Lluìs Llach e dal notaio Enric Costa a Porrera, uno dei nove villaggi della Catalogna meridionale che costituiscono la DOQ Priorat. Sottoposto ad un affinamento di 18 mesi in barrique da 225 e 300 litri  leggermente e mediamente tostate, il “Vall Llach 2002”  è un blend composto dal 65% di Cariñena, 25% Merlot, 10% Cabernet Sauvignon. Quel che presumibilmente è stato un campione alla vista dallo splendido colore granato molto brillante, con sfumature violacee, con un naso debordante di aromi di frutta nera matura ed erbe aromatiche e un sottofondo di tabacco e cioccolata, ed una pienezza gustativa e post-gustativa ai limiti della saturazione, dopo tanti anni si è risolto in un vino dal colore più opaco, per quanto brillante, un naso meno esuberante e più sottile, per quanto intrigante, e una fase gusto-olfattiva più agile e più scarna. L’equilibrio c’è. Come pure una patina lieve e stimolante di acidità che informa ogni cosa. Ma il frutto non c’è più e al suo posto affiora uno scenario gusto-olfattivo terziario che occhieggia al cuoio, al goudron, alla lacca. Nuances più aeree che terrestri. Si avverte altresì, in aggiunta al già detto, un aroma leggero di vaniglia. La struttura è ancora sana e ben definita ma ancor più sana e definita è la consapevolezza che non tutti i vini sono fatti per invecchiare e solo alcuni per andare oltre i 10-15 anni dalla vendemmia. La questione centrale è sempre la stessa: beccare il momento di massima espressività del nettare alla beva. E se piacciono le note fruttate, la freschezza, la pienezza e l’intensità,  non bisogna mai permettere al tempo di cancellarle del tutto.

Ros

Il mio amore per l’ Aglianico del Vulture “TITOLO” di Elena Fucci è coevo alla nascita di questo vino. Sin dai suoi esordi infatti sono stato abbagliato dalla sua diversità. Ecco cosa scrivevo qualche anno fa del “TITOLO” 2006: “…I colori del vigneto lucano sono forgiati dal sole. Nitidi, pieni, fitti di una grana pulsante d’energia. La bruna terra, gravida di humus, accoglie il verde brillante dei tralci primaverili, sotto lo smalto azzurrino di un cielo tersissimo. Sullo sfondo, il richiamo alla fonte di ogni vita, l’acqua, nell’ arcano profilo di un pozzo. In un simile contesto, nella vocata contrada Solagna del “Titolo” che sovrasta Barile in provincia di Potenza, prende vita l’omonimo nettare, un aglianico in purezza. La fattrice, una fascinosa ragazza dei nostri tempi: Elena Fucci….”. “…Ne ho bevuti di vini da aglianico, spesso eccellenti. Ma il “Titolo” è senza alcun dubbio il più femminile e suadente di tutti. Si direbbe quasi atipico nella sua setosa filigrana. I profumi poi tessono un’odorosa alcova di minuti frutti rossi e spezie, percorsa da strali di mineralità. La glicerina dipana copiosa i suoi velluti. A detta di Elena sarebbe persino un po’ spigoloso e acerbo. Francamente non me ne sono accorto. Da alcol e tannini non procedono asperità. E’ già perfettamente sferico e in bocca disegna ampie e carezzevoli volute. In Lei e nel “suo” vino l’irripetibile miracolo dell’unicità si è ancora una volta compiuto. Questi sono i “campioni” che salveranno il mondo dall ’omologazione e i sensi dall’ appiattimento. Vini che avverti riflesso speculare di chi li forgia (dolcezza anziché amaritudine; morbidezza piuttosto che ruvidità )e che osano sortite gustative inedite, partendo da vitigni che si vorrebbe sempre arcigni ma che sanno aprirsi a soavità insospettate, in passato sempre celate. A patto di saperle suscitare come Elena Fucci fa accortamente, modulando le molteplici corde della sua raffinata sensibilità, da qualche felice vendemmia…” .

A dieci anni di distanza cosa mi suggeriscono i sensi, la mente e il cuore? Trovo l’ Aglianico “principe” di Elena Fucci, nella versione 2016, persino più grande di quanto ricordassi. E’ un vino che non è necessario aspettare tanto è buono fin da subito. Elena, per quanto convinta della necessità di procedere con lentezza per centrare l’assoluta qualità, ha la rapidità rabdomantica di fare le scelte agronomiche e di cantina giuste per ottenere un alto tasso qualitativo senza pregiudicare gioventù, freschezza, precoce ampiezza di profumi e di sapori . TITOLO è “tale e quale” ad Elena: un vino specchio di chi lo fa! “TITOLO” è destinatario di tutto un profluvio di cure ed attenzioni affinchè il frutto venga consegnato alla destinazione finale della bottiglia ai massimi livelli d’integrità e di consistenza. Encomiabile la scelta di consegnare al mercato un vino pronto alla beva. Tanti, troppi produttori costringono all’esordio campioni decisamente disequilibrati facendo pagare lo scotto dell’attesa di una compiuta amalgama organolettica al consumatore. Una piacevolezza differita di incerta esigibilità spinta fino agli eccessi di certi “Brunello” o certi “Barolo” che si vorrebbero, a detta degli stessi produttori, pronti dopo un decennio. Può considerarsi “etico” tutto questo? Elena no, come recitava una vecchia canzone: fa uscire dalla cantina solo prodotti che già consentono di godere.

Grazie!!

Con la definizione generica ed inelegante di “Sudovest” si indica un insieme di aree vitate a sud e a est di Bordeaux e a ovest del Midi, tutt’altro che omogenee. Nel ginepraio delle denominazioni a vocazione rossista riconducibili al territorio del Sudovest, mi son divertito ad esplorarne organoletticamente alcune attraverso diversi ed inconsueti nettari.

Cahors è l’ultimo angolo di Francia in cui si può trovare una significativa presenza del vitigno malbec, che fornisce vini corposi e rustici; ormai più famoso nella sua seconda patria, l’Argentina, diede grande fama alla regione in epoca prefillosserica. I problemi di adattamento ai portainnesti americani lo fecero cadere in disgrazia fino al periodo successivo al secondo dopoguerra, quando cominciò la rinascita del “vino nero” di Cahors. Ho bevuto due vini di Cahors: il “CLOS de GAMOT” 2015 e il SOLIS 2015 di Cosse & Maisonneuve.

CLOS de GAMOT” : uno stile antico per un grande vino. 100% malbec da viti con 40-120 anni. Stile tradizionale nel vero senso della parola: un colore intenso e penetrante che conduce a un naso diretto, intenso e potente, di grande eleganza su note fortemente fruttate.

Parcelle vinificate separatamente in piccoli tini ed estrazione tramite rimontaggi , così da donare struttura armoniosa e un grande potenziale d’invecchiamento ai vari assemblaggi; diraspamento completo; 1 anno in acciaio ; qui nessuna barrique: l’affinamento, che dura circa due anni, è fatto solo nei ‘Foudres’ e nei ‘Demi-Muid’. Perfettamente puliti e armoniosi, i vini del “CLOS de GAMOT” richiedono una certa cultura del gusto per essere compresi.

Il Clos de Gamot si trova sulla riva destra del fiume Lot, a Prayssac. Oggi rappresenta l’aspetto più ‘tradizionale’ di Cahors.

SOLIS 2015: dalle giovani vigne della tenuta, miscela di Malbec (85%), Merlot (12%) e Tannat (3%). Matthieu Cosse è originario di Agen, enologo e viticoltore dal 1999 per il gusto per questo vino nero e per la sua finezza. Dal gennaio 2001, sfrutta 24 ettari e converte rapidamente 9 ettari di vigneto al credo biodinamico.
Una politica di 
bassa resa , raccolta manuale a maturità ottimale, selezione sulla vite, estrazioni delicate per rispettare la qualità del frutto e lunga maturazione in botte sono necessarie per la massima espressione dei vini che risultano densi, equilibrati e con tannini fini.

Spostandosi ad Ovest, ci si imbatte nel misconosciuto territorio di Marcillac. Marcillac-Vallon si trova su cammino di Compostela per quei viandanti che partono da Le Puy. A Marcillac-Valloin e nei suoi dintorni la vigna fu piantata dai monaci di Conques nel IX secolo. Ebbe alterne vicende di coltivazione. Il suo apice produttivo fu concomitante con lo sfruttamento delle miniere di ferro a Mondalazac e di carbone a Decazeville agli inizi del 1900. Una condizione che contagiò anche il vino di Marcillac, un vino da “miniera”, che dissetava quasi 35.000 persone. Poi ci fu la tremenda gelata del 1956. Fatto sta che solo nel 1990 la vigna è rifiorita, e con essa l’uva Mansois o Saumoncés, vitigno conosciuto anche come Fer Servadou a Madiran e a Gaillac. È fuor di dubbio che questo Marcillac abbia anche ristorato e riscaldato i viandanti e i pellegrini che si dirigevano a Compostela. Lo stesso si vorrebbe che accadesse oggi che finalmente il vino di Marcillac è rinato. La sua nuova vita ha un punto fermo nell’uva Mansois; a questa si possono aggiungere il Cabernet Sauvignon e il Merlot, e in un futuro non molto lontano il vecchio e straordinario vitigno Prunelart . I viticoltori non sono molti, se ne contano una quindicina, però sono agguerriti nel voler recuperare il tempo perso negli ultimi cinquanta anni. Il Mansois ha bisogno di affinare in legno, per cui spazio alla barrique; poi ha anche bisogno di sostare in vetro e c’è chi ve lo tiene anche un anno; infine c’è chi questa sosta la fa fare in una vecchia cantina d’epoca primitiva a 1300 metri di altitudine. I vigneti abitano in un terreno non del tutto ospitale, sono tutti terrazzati e vige l’obbligatorietà della manualità di lavoro. Il vino Marcillac di oggi è di un rosso un po’ concentrato e consistente; ha odori di frutta rossa, di violetta, di liquirizia e una punta di mineralità fumé. Ha del tannino, ma non è agreste come il fascino dell’ambiente circostante,  anzi si lascia bere con golosa freschezza. Del Domaine du Cros ho bevuto “Lo Sang del Pais”, 100% Fer Servadou (Sang del Pais).Vino rosso con fermentazione a contatto con le bucce per tre settimane in acciaio. Affinamento in acciaio e bottiglia. Solo 5000 bottiglie. Lo Sang del pais ha color rosso rubino con riflessi violacei. Al naso i profumi giocano fra spezie, pepe, frutti rossi e cassis. In bocca è caldo, piacevole, fresco con tannini morbidi.

Muovendosi in direzione sudovest, cioè verso i Pirenei e il confine spagnolo, la scena si arricchisce di nuovi vitigni: tra le uve rosse giganteggia il Tannat. l’AOC Irouléguy è l’ultima AOC prima del confine franco-spagnolo in cui si producono vini bianchi, rossi e rosati.

Il Domaine Arretxea si trova nel sud-ovest della Francia, in una zona abbracciata a nord dai vigneti di Bordeaux e a sud dalla catena montuosa dei Pirenei. Questa cantina storica fonda le proprie etichette su vitigni autoctoni della regione. Queste terre infatti, sono ricche di vitigni unici, tipici ed eterogenei tra loro. Domaine Arretxea dispone di 8,5 ettari vitati. La conduzione del lavoro è soggetta alla viticoltura biodinamica oramai da anni. I padroni di casa sono Michel e Thérèse Riouspeyrous veri conoscitori di queste terre e amanti del rispetto della natura in ogni sua forma. I vini prodotti sono una fotografia esatta, piacevole e profonda della bellezza di questa regione francese. Vini autentici, capaci di coinvolgere neofiti ed appassionati, attraverso vitigni unici e prodotti sempre espressivi. Sicuramente una realtà da scoprire in tutta la sua bellezza e semplicità.

IROULÈGUY ROUGE “ARRETXEA” 2010 è tannat unito in assemblaggio con due vitigni internazionali, cabernet franc e cabernet sauvignon (tannat 66%, cabernet franc 17%, cabernet sauvignon 17%). Macerazione sulle bucce per 4/5 settimane con ripetuti pigeages; affinamento in legno. Un vino rosso e corposo, ottimo se abbinato a tavola con piatti ricchi e saporiti.

 

L’area vinicola della Turenna, nel cuore della Valle della Loira , in cui si producono vini bianchi e rossi, offre buone condizioni di coltivazione per le uve rosse che nella “Touraine “ significa essenzialmente produrre Cabernet Franc. I vini rossi della Touraine sono generalmente prodotti con Cabernet Franc o Gamay in purezza, tuttavia in molti casi si ricorre anche all’uso di Cabernet Sauvignon, Malbec (Côt), Pineau d’Aunis e Grolleau. Le zone più celebri per la produzione di vini rossi sono Bourgueil, St.-Nicolas-de-Bourgueil e Chinon. I vigneti di Bourgueil e Saint- Nicolas- de- Bourgueil, ben esposti a mezzogiorno, sulla riva destra della Loira, sono disposti in parte su terreni ghiaiosi e in parte in una zona tufacea. I vini che provengono dalle “graviers” (terreni ghiaiosi ) maturano più rapidamente; gli altri sono suscettibili di un più lungo invecchiamento. I vigneti di Chinon sono più frazionati rispetto a quelli di Bourgueil e ciò è dovuto alla diversità geologica dei suoli che formano la congiunzione delle due vallate della Loira a del suo affluente Vienne. Anche i vini di Chinon sono fatti essenzialmente di Cabernet Franc e sono suscettibili di invecchiamento, soprattutto quelli provenienti da zone tufacee. Recentemente ho fatto un viaggio enoico nel bicchiere per quelle lande. Ho bevuto, nel giro di pochi giorni, tre campioni: Chinon “Clos Guillot” 2015 di Bernard Baudry, Bourgueil Breteche 2014 di Domaine de la Chevalerie, Pigeur Fou 2015 del Domaine de la Cotelleraie.

Congenitamente elegante, il Chinon “Clos Guillot” 2015 di Bernard Baudry è un vino che snocciola una lunga teoria di frutti neri al naso e al palato, riuscendo ad essere nel contempo fresco ed austero, qualità che è appannaggio solo dei grandi vini. Proveniente da una famiglia di produttori di vino di Cravant les Coteaux, Bernard Baudry ha iniziato come consulente del vino presso il laboratorio di Tours insieme a Jacques Puisais, dopo gli studi sul vino a Beaune. Questa esperienza di formazione è durata 5 anni prima che decidesse di avviare un’attività in proprio nel 1975, partendo da una piccola proprietà di 2 ettari. Ora è affiancato dal figlio Matthieu e la proprietà conta 32 ettari di vigneti distribuiti nella denominazione controllata CHINON , nei comuni di Cravant, Coteaux e Chinon. I vigneti sono situati su terreni molto variegati di ghiaia nella pianura, calcare argilloso sulle pendici e calcari sabbiosi sugli altipiani. La diversità dei terroir offre la possibilità di effettuare vinificazioni parcellari di cui il “Clos Guillot” 2015 è un esempio.

Con il Domaine de la Chevalerie siamo nel villaggio di Restigne, situato vicino a Bourgueil. 33 ettari di Cabernet Franc che giacciono su terrazze e pendii prevalentemente rivolti a sud e composti (in ordine ascendente) di sabbia eolica / soffiata dal vento, ghiaie, argilla e tufo (gesso di Turonien). La potatura corta, le basse rese, la raccolta manuale e le tabelle di selezione contribuiscono a un prodotto finito più fine, mentre fermenti di lievito selvatico, macerazioni fresche ed elevazione fino a otto mesi completano la tela. Stephanie ed Emmanuel Caslot, al comando del Domaine, declinano il loro Cabernet in versioni che esaltano le diverse parcelle di proprietà. Il Bourgueil Breteche 2014 al naso rivela un ricco bouquet di frutta rossa e pur essendo goloso al palato, resta un vino teso e minerale nel suo essere espressione di un lieu-dit e di un’annata. Il Domaine de la Cotelleraie

è una prestigiosa proprietà che copre attualmente 27 ettari ed è gestita da Gérald Vallée. Della stessa famiglia da secoli, questa proprietà ha un fascino unico e apre le sue porte per visite guidate alle cantine o per degustazioni guidate. I suoi appezzamenti coprono terrazze e pendii calcareo-silicei con le caratteristiche ghiaie della Valle della Loira.

Gérald Vallée, ereditando questa magnifica casa vinicola, si propone di produrre grandi vini dove esprimere la tipicità del terroir e la natura del Cabernet Franc. Chiaroveggente, ha convertito la sua vigna in agricoltura biologica dal 2006, nove anni dopo il recupero della tenuta. Gérald Vallée segue rigorosamente il lavoro del suo terreno (aratura, zappatura, ecc.).  Come corollario, la sua vinificazione rimane la più sana possibile: senza lievito chimico, chaptalisation o uso di enzima sintetico. Il vigneto familiare della famiglia Vallée è stabilito su uno dei migliori terroir di Saint-Nicolas-de-Bourgueil. Unico appunto: il suo ultimo nato, il Pigeur Fou 2015, pur nello stile di una vinificazione corretta e nel suo essere spremuta d’uva, propone un tannino ancora allappante, pregiudicante una facile beva.

Comunque fruttato, al peperone verde d’ordinanza al naso fa da contraltare il lampone ed un gusto secco e asciutto al palato.

Ogni convivio fatica sempre a decollare. Inizialmente i commensali, ordinatamente disposti a mezzo-busto, tendono a difendere le proprie convizioni proteggendole dietro i calici vacanti.
A quel punto ci viene sovente in soccorso il vino quale propellente emozionale capace di liberare cuori & filosofie.
Alcuni giorni fa mi sono ritrovato con i soliti amici ed immediatamente si avvertiva la necessita’ di lubrificare il pensiero.
Senza ulteriori indugi ci siamo affidati a:
LE ROC DES ANGES – SEGNA DE COR 2015

Nel 2001 Marjorie Gallette diede vita ad un progetto di recupero di una decina di ettari di antiche vigne di grenache ed in pochissimo tempo ha dato vita ad una produzione crescente ma di estrema rilevanza.
In questo blend la generosita’ carnosa del Grenache viene bilanciata dal Carignan (30%) e Sirah (20%) realizzando un accordo gradevolissimo.
Rosso rubino carico esplode in sentori di frutta rossa matura bilanciate da note speziate e di erbe aromatiche.
La beva risulta rotonda e morbida ma equilibrata da un’acidita’ tenue e gradevole quanto l’accennata trama tannica. Corroborante.

Amo i produttori che riversano tutta la loro sapienza enologica, tutto il loro amore, tutta la loro anima, in un solo vino. Un’unica etichetta dove si gioca per intero la partita dell’interazione tra uomo e natura. In molti di loro quasi non albergano sentimenti estranei al puro atto creativo. Tanti di questi non pensano ai soldi più di quanto non sia necessario, né alla fama costruita fuori dal bicchiere. Spesso luccicano di sogni e di immaginazione, più che di realtà e di profitto. A volte sembrano un po’ strani, solitari, criptici. Ma di contro sovente i loro vini parlano la lingua universale della piacevolezza organolettica. Uno tra i pochi è Michele Perillo, da tempo interprete di un magistrale Taurasi.

L’armonia di un grande vino rosso si gioca principalmente nella perfetta integrazione e riduzione in equilibrio delle colonne portanti della sua struttura: tannini e acidità.
Entrambe si abbeverano alla stessa fonte: il liquido secreto dalle ghiandole salivari. I tannini lo aggrediscono e lo prosciugano col conseguente effetto allappante. In assenza di saliva l’acidità non è ammorbidita, i suoi spigoli smussati, le sue asperità avvolte. L’acidità promuove da sé la salivazione ma il tannino “duro”, dai polìmeri corti e uncinati, la azzera.
Il tannino “duro” non è certo rintracciabile nei vini di Michele Perillo. Chimicamente diverso da quello che risiede sulla buccia e nella polpa dell’acino e senza considerare l’apporto del “dolce” tannino “gallico” del legno, si annida nel rachide(che natura ha creato per reggere i pomi, l’unica parte utile di frutto).Per questo è in assoluto un errore non diraspare! C’è chi non diraspa. Perchè ha fatto di necessità virtù e sembra voler convincere il mondo che una congiuntura climatica negativa può risultare quasi un vantaggio. Il problema è quello atavico di avere uve che il famoso enologo Emile Peynaud definiva, nel migliore dei casi, “d’argento”. Quando la natura è avversa e la materia prima è inconsistente per la cronica difficoltà del frutto a maturare dove imperversano freddi e nebbie, la struttura va costruita con i materiali di scarto. I francesi, specificatamente in Borgogna, spesso lo fanno. Un’ esigenza “tecnica” per reperire “struttura”. Il Taurasi di Michele Perillo non ha di questi problemi. Ha congenita e bastevole struttura ed è quasi perfetto da subito! E passo ad elencare la schiera trionfante di nuances visive ed olfattive che promanano dal bicchiere e l’entusiasmante teoria di note gustative che invadono la volta palatale alla beva del suo Taurasi 2007. L’aspetto è subito splendido, di lucente buona stoffa. Quel che mi ha colpito è la fittezza della trama: assembramento di particelle in ogni goccia per uno spessissimo tatto che si intuisce sin dall’aspetto, un rubino perdutamente fondo. La coltre di frutto è ingente. Frutti rossi minuti e numerosissimi. Legno buono.  Ogni snasata cerco invano di decriptarne la composizione. Rimane una sensazione di suadenza olfattiva attraversata da effluvi balsamici e speziati. Lo straripante estratto potrebbe far temere una debacle sul fronte dell’equilibrio. Ci si chiede se l’efferato morso del poderoso tannino finirà per spegnere ogni piacevolezza. Ma è la fase di bocca il punto forte.
Senza indugio son passato all’assaggio.

C’era il frutto, materia prima costitutiva. C’era la dolcezza, base imprescindibile di ogni piacere organolettico. C’era l’acidità, a dar movimento e freschezza. C’era un ampio corredo di sentori terziari, a dar conto e prova di nobile lignaggio. C’era una vena di elegante ossidazione, a conferire una nota di vissuto e di mistero sotto l’egida del tempo.

Michele Perillo, che vigneron !!

Rosario Tiso

E’ oggettivamente complesso riprendere la trama dopo LA LEGGENDA DI VIGNANOTICA di Rosario Tiso ed Antonio Lioce ma ad ogni conto, come un comico costretto ad entrare in scena dopo Woody Allen, mi propongo di “voltare pagina”.

La location domenicale resta la medesima ma si alternano continuamente “ospiti da 75 cl” in grado di aiutarmi ad eludere la convenzione.

Questa settimana il grato compito spetta a:
DOMINIQUE ROGER – DOMAINE DU CARROU – SANCERRE RED 2015

Siamo nel bel mezzo della Loira nel Villaggio di Bue dove la famiglia ROGER produce Sancerre dal 1600.
Il vino appare alla vista di un rosso lenito e schiude prontamente nuance di frutta rossa non matura. La beva e’ calda, avvolgente e conferma immediatamente i sentori olfattivi liberando note di ciliegie, lamponi e more. Il finale completa l’accordo con note speziate accattivanti che reclamano il sorso successivo. Prospettico.

Nel mondo del vino l’ omologazione e l’ appiattimento , imposti da indecenti industriali, furbi opportunisti e persino da vittime del mercato, col tangentizio aiuto di enologi, critici e giornalisti d’antan, sta per finire. Ma non ci si illuda. Un nuovo appiattimento e una nuova omologazione si profilano all’orizzonte in nome di una agronomia ( e una conseguente e correlata scienza enologica) naturale, biologica, biodinamica. Si parla di vini veri. Ma, come disse il poeta, “il nemico è sempre alla tua testa”. Vero dovrebbe essere innanzitutto il produttore: è lui il demiurgo, il facitore, il creatore. E il vino, prima di essere vero, dovrebbe essere buono. Tutto il resto è noia o imbroglio. Così ritorno sempre a Josko Gravner, l’archetipo del “vigneron” illuminato e virtuoso. Capace di svestire i panni della celebrità per una ricerca più profonda e più vicina alle sue radici ( Hugh Johnson, nella sua guida dei vini del mondo del 1998, parlava di lui come del padre spirituale del Collio, osannandone i fantastici Chardonnay e Sauvignon… ) , è stato colui che ha definito una volta per tutte – in campo enoico – l’esatta linea di demarcazione e i giusti confini tra l’arte e la religione, tra la tecnica e la filosofia. Ho bevuto il suo ROSSO BREG 2005, pignolo in purezza. Resa di 18 quintali a fronte di un impianto da 7-8.000 ceppi per ettaro. Le uve sono state vendemmiate in ottobre, a piena maturazione. Quindi fermentazione in tini di rovere aperti con vinacce e lieviti indigeni per 40 gg e senza controllo della temperatura. Poi 72 mesi in legni grandi di slavonia e ulteriore lungo affinamento senza chiarifiche o filtrazioni. Non mi aspetto da Gravner perfette simmetrie tra componenti dure e morbide, né profili arzigogolati o tannini impalpabili. Quel che ricerco è molto più grande: personalità, carisma, riverbero del “genius loci”, emozione. E puntualmente tutto questo arriva nella forma seguente: colore rubino tendente al granato; manto scuro e denso da cui esalano profumi di frutta rossa sotto spirito e sentori agrumati; ulteriore snasata e florilegio di spezie, macchia mediterranea, grafite, cuoio, tabacco. La fase gustativa è piena e appagante, innervata da strali minerali e balsamici che danno riposo e freschezza. E ad un possente incedere non può che seguire un lunghissimo epilogo. Fino ai prodromi della pura emozione.
Rosario Tiso

Capita di quando in quando di inanellare scelte poco premianti malgrado relego al WE la massima attenzione nella selezione enoica lenitiva.

La scelta del Venerdi’ (#Martin Ardorfer Riesling Strasser Weinberge 2016) per accompagnare crudo di mare ha finito per trabordare in una dolcezza stucchevole che mal si coniugava con l’eccellenza della ns terra.

Neppure l’abituale adunanza di Zerolandia riusciva a compensare l’attesa che finisce sovente per implodere carica d’aspettative.

Non potevo mancare la scelta del Sabato sera al cospetto di un’anticipo di lusso:bracioline di carne di cavallo cucinate da mia sorella.

Occorreva un “campione” fresco di riconoscimenti, puntato quindi il naso nella personale cantina, estraevo senza esitazioni:

#AR.PE.PE. ROCCE ROSSE VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA DOCG 2002

https://www.arpepe.com/

 

Questo vino e’ stato considerato il miglior ROSSO 2017 dal #Gambero Rosso per l’annata 2007.
Nasce nel cuore della #Sassella questo #valtellina riserva di #chiavennasca (nebbiolo) mostra il nerbo della radice capace di sfidare il granito per regalarci il suo frutto.
Stappo l’annata 2002 con congruo anticipo per scoprirla di un rosso rubino granato, caratteristica del nebbiolo, la beva mostra immediati sentori di ciliegia e prugna impreziositi
da noce moscata e cuoio. Elegante, asciutto ed equilibrato conserva un’acidita’ tenue che lo rende speciale. INDIMENTICABILE.