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Le emozioni sono come fuochi d’artificio che scuotono l’anima assopita. Posseggono tutta l’incoerenza del sogno che la nostra stessa coscienza culla e crea. Hanno durata di fumo, passaggio di orme. Esistono nella impalpabile sostanza dell’incerta consapevolezza che ne abbiamo e profumano di ricordo. Si associano alle atmosfere, agli ambienti, agli odori e sono frammenti sparsi di vita che costellano il firmamento dell’umana esistenza. Dalla Puglia, quando varco i confini regionali e mi reco in Campania, assisto sempre alla medesima metamorfosi interiore: tutto il mio essere si predispone all’emozione. Non so perché questo mi accade, ma puntualmente quel che vado a fare mantiene le promesse di un’arcana felicità. “Gli Sfracanati” stavolta si ritrovano a Caserta da “I Masanielli”. E’ paurosamente riduttivo definire una simile palestra del gusto semplicisticamente una pizzeria. Io non so parlare di cibo. Non ne ho l’attitudine, né la competenza. Ma il tripudio dei sensi che ha accompagnato la degustazione della lunga teoria di preparazioni ( nove pizze, molto più che pizze!!) proposteci da Francesco Martucci non lascia scampo al mio discernimento: questo luogo assurge a tempio dell’arte culinaria. Anche se non sarei in grado di aggiungere altro per descrivere la sua bravura, posso riferire che il segreto di alcune delle sue pizze-capolavoro sta nelle tre cotture in successione a tre temperature diverse: al vapore a 100°, fritta a 180° e al forno a 400°-420°. Poi Francesco ci ha elencato, di volta in volta, le materie prime strepitose che vanno a sostanziare le sue creazioni ( quali il “black cod” , il pregiato merluzzo che viene dall’Alaska ) e descritto la genesi dei suoi originalissimi sincretismi culinari. Che dire? Vivissimi complimenti per gli eccellenti risultati raggiunti.

Detto questo, umilmente torno al mio amato “orticello” vinicolo. Cosa bere da “I Masanielli” in accompagnamento alle pizze che non sia la birra? La Campania ha dato sin dall’antichità una vasta gamma di nobili vini. Uno su tutti: il “Falerno”, autentico fiore all’occhiello della “CAMPANIA FELIX”, come ebbe a definire la regione Marco Terenzio Varrone. La scienza enologica in Campania si mostrava, secoli dopo, ancora molto evoluta. Presso la scuola medica salernitana, nel Medioevo, vigeva la seguente regola: “Vina probantur odore, sapore, nitore, colore” ovvero “ la bontà del vino si giudica dal profumo, dal sapore, dalla limpidezza e dal colore”. Oggi sapremmo forse dire di meglio? Rompendo gli indugi, in una carta piccola e agguerrita, rintracciamo una bollicina: il “Trentapioli” 2018 di Salvatore Martusciello. Il nome evoca tutta una storia. Le scale utilizzate per i lavori in vigna e la raccolta delle uve sono alte e ardite. Trattasi infatti di una viticoltura unica al mondo per via della forma d’allevamento adottata: l’alberata aversana. La pratica di sposare la coltivazione delle viti facendole inerpicare sui pioppi si perde nella notte dei tempi. L’asprinio che si ricava da questi spalti arborei che sfiorano i 15 metri di altezza viene spumantizzato con il metodo Martinotti e dà vita ad uno spumante vivace, allegro, fresco, dinamico e di piacevole bevibilità. Non è più l’Asprinio di un tempo, quando l’acidità poteva essere tagliente e diverse imperfezioni venivano spacciate per tipicità. Adesso c’è spazio per delicate note floreali, puntuti spunti agrumati, su di un corpo sufficientemente intenso e dalle complesse ricadute organolettiche. Va detto che la qualità del passato comunque meritò il seguente appunto di Sante Lancerio, l’esperto vinicolo al servizio di papa Paolo III Farnese ( quello, per intenderci, dell’EST! EST!! EST!!! di Montefiascone ) : “Il vino Asprinio viene da un luogo vicino a Napoli. Li migliori sono quelli di Aversa, città unica et buona. La state è sana bevanda. Di questa sorte Sua Santità usava bere alcuna volta per cacciare la sete avanti che andasse a dormire, et diceva farlo per rosicare la flemma”. A seguire un vino bianco fermo: il Fiano di Avellino 2018 di “Rocca del Principe”. La piccola azienda vitivinicola è nata nel 2004 per volontà di Ercole Zarrella, a Lapio, un piccolo borgo in provincia di Avellino. Il comune più vitato a Fiano di Avellino è considerato da sempre un cru d’elezione. All’interno dell’area vitata comunale, in contrada “Arianiello”, l’Azienda possiede una vigna di ha 1,40, con esposizione a nord-est e su terreno sabbioso, a 600 mt. s.l.m. “Arianiello” è una sorta di cru nel cru. E’ essenzialmente da questo appezzamento e da poche altre parcelle del circondario che si ricava il Fiano di Avellino aziendale. Il monte Tuoro (1400 mt.) si trova a brevissima distanza e fa da termoregolatore nel modulare il caldo e nell’accentuare le escursioni termiche di notte e d’inverno. Tra i filari massimo rispetto per l’ambiente: il terreno è pulito meccanicamente, le concimazioni sono esclusivamente organiche, i trattamenti fitosanitari sono ridotti al minimo, e nelle annate più generose tutto è mirato a mantenere basse le rese con rigorose potature verdi e specifici diradamenti dei grappoli. In cantina si provvede ad una fermentazione a temperatura controllata. Successivamente si implementa una lunga permanenza sulle fecce fini con frequenti rimontaggi e si procede altresì ad un affinamento in bottiglia di almeno sei mesi. Nel bicchiere si ritrovano la complessità e la ricchezza di gusto diretta conseguenza dell’arricchimento dalle fecce. In bocca è un serrato dialogo tra eleganza e pienezza di sorso, con una spiccata acidità e una notevole sapidità a rendere la beva ancor più golosa. Col primo rosso si passa ad un’altra creatura di Salvatore Martusciello: il Gragnano “Ottouve” 2019. Piedirosso, Aglianico, Sciascinoso, Suppezza, Castagnara, Zauca, Olivella e Surbegna: dall’unione sapiente di queste uve nasce il vino della tradizione della penisola sorrentina. il Gragnano frizzante! Dal colore rosso rubino, dalla spuma violacea molto fine che lentamente si dissolve nel bicchiere, è un vino rosso fragrante dal profumo di fragola, dalla beva compulsiva , dalla spiccata vocazione edonistica e conviviale. Con la pizza poi è la morte sua!! Parlare del CAMPI FLEGREI PIEDIROSSO COLLE ROTONDELLA 2017 è innanzitutto parlare di una delle aree più affascinanti dove poter produrre vino. CANTINE ASTRONI nasce nel cuore dei Campi Flegrei , sulle pendici esterne del cratere degli Astroni, tra Napoli e Pozzuoli, un tempo riserva di caccia Borbonica ed oggi oasi naturale WWF Italia. In questo angolo di terra unica baciata dal mare e animata dal fuoco vulcanico aleggia ovunque il mito, tra storia, letteratura e leggenda. Gli antichi avevano individuato sulle sponde del lago d’Averno l’ingresso dell’Ade. Nell’Eneide l’eroe virgiliano si avvale dei vaticini e dei responsi della Sibilla ,assisa nel suo antro nella vicina Cuma. Sul lago Lucrino, nell’antica Roma ai tempi di Mario e Silla, un tale Sergio Orata ideò la coltivazione delle ostriche . Fu tale il guadagno che il lago, da lucrum ( lucro ) , ne mutuò il nome. E potrei continuare a snocciolare aneddoti e curiosità all’infinito, tale è la ricchezza di vita sedimentata nei secoli in questi territori. CANTINE ASTRONI ha concentrato la sua attenzione soprattutto su due vitigni autoctoni: Falanghina e Piedirosso. Il vino è veramente buonissimo. E’ un rosso tremendamente esplicativo per chi si avvicina alla tipologia, dal vivace colore rubino, con un naso vinoso, floreale e fruttato di minuti frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo dà la stura a sfumature speziate e ad una fresca tessitura acida. Il sorso è secco e morbido e fa di questo vino un vero e proprio campione di bevibilità.

Per concludere, gli eccellenti dolci della compagna di Francesco Martucci, Lilia Colonna. Sorpresa nella sorpresa, non avrei mai pensato di trovare in una pizzeria un tale livello di pasticceria. Dolci buonissimi a cui abbiamo abbinato un Riesling che abbiamo scovato in carta : il QbA Trocken Alte Reben 2014 cru Abstberg di Von Schubert. La cantina Von Schubert sorge sulle rive del fiume Ruwer, un affluente della Mosella, nell’omonima e storica regione tedesca. La tenuta appartiene alla famiglia Von Schubert da cinque generazioni e vanta una storia antica e ricca di fascino. Fu infatti gestita fino alla fine del XVIII secolo dall’abbazia di Saint Maximin. Sulle bottiglie, in etichetta, campeggia un disegno stilizzato della facciata abbaziale. Venne poi requisita da Napoleone, e in seguito fu guidata da diversi proprietari di origine tedesca. Il Riesling QbA Trocken Alte Reben è ottenuto da uve di eccellente qualità del cru Abstberg, dal sottosuolo di ardesia blu e ricco di elementi minerali che nei vini esaltano la finezza di aromi e di sapori. La dicitura Alte Reben indica l’età delle vigne. Nella fattispecie le uve sono selezionate da piante di circa 80 anni. Basse rese per ettaro (circa 45-55 hl/ha ) , una fermentazione con soli lieviti naturali ed una vinificazione in acciaio inox o in grandi botti di rovere a seconda delle esigenze, garantiscono un Riesling ammaliante, ricco e concentrato, con una solida struttura e dai sapori speziati e minerali. Perfetta chiusa per una “pizzata” indimenticabile.

Rosario Tiso , 25 Giugno 2020

La regione Languedoc-Roussillon è estesa tra il Massiccio Centrale e il Golfo del Leone, sul Mar Mediterraneo. Va dal basso corso del Rodano ai Pirenei Orientali, a sud di Perpignan. In queste due antiche province francesi si producono i due terzi dei vins de table francesi. La regione è divisa tra quattro dipartimenti costieri: il GARD, l’HERAULT, l’AUDE e i PYRENEES ORIENTALES. Nella Languedoc-Roussillon i vigneti coprono una superficie pari al 35% dell’intera superficie vitata francese. Il clima mediterraneo è la costante fissa di tutta la zona con sbalzi termici a volte importanti soprattutto in estate. I venti aumentano la secchezza del clima quando soffiano da terra, come il mistral, il cers e la tramontana. Le correnti marine moderano però gli effetti della calura e apportano un’umidità benefica al ciclo colturale della vite. Cuore della regione è la grande AOC “Coteaux du Languedoc”. Si estende tra le città di Nìmes e Narbonne, passando per Montpellier, tra la Camargue e le Cévennes. L’ AOC comprende le seguenti denominazioni: Clairette-du-Languedoc, Clape e Quatorze, Faugères, Grès-de-Montpellier, Montpeyroux, Pezenas e Cabrières, Picpoul-de-pinet, Pic-Saint-Loup, Saint-Chinian, Saint-drézéry, Saint-saturnin, Terrasses-du-larzac, Terrasses-de-Béziers, Terres-de-sommières, Le Méjanelle, Saint-Christol, Saint-Georges-d’Orques, Vérargues. Come tutti i vigneti meridionali, queste AOC- eccetto Picpoul-de-pinet – assemblano diverse varietà di uva. Ciò è giustificato dalle caratteristiche climatiche regionali con estati molto calde e venti che partecipano alla sovra-maturazione delle uve. Molte prove di vinificazione con una sola uva effettuate nel “Coteaux du Languedoc” hanno dimostrato che questi vini non possono raggiungere un’alta qualità e dare la vera espressione del terroir. D’altra parte, l’assemblaggio di diverse varietà consente di ottenere un perfetto equilibrio tra acidità, alcol e tannini. Dall’incontro Di Carignan Blanc e Chenin Blanc nasce il “Pays D’Herault Blanc 2015” del produttore Mas Jullien. Siamo a Jonquierès nell’AOC Terrasses-du-Larzac. Olivier Jullien è uno dei personaggi più carismatici dell’Herault e in questo campione è riuscito a coniugare la forza dei bianchi del sud col nitore e l’eleganza della tradizione bianchista del nord. Mediterraneo fuori e nordico dentro. Di colore oro leggermente ambrato, si presenta al naso fresco e aromatico. Complesso di aromi fruttati e terziari, in bocca è fine ed elegante. E’ un bianco originale tenuto in tensione da una bella acidità.

Si passa poi al “Domaine D’Aupilhac” nell’AOC Montpeyroux. La famiglia D’Aupilhac coltiva la vite da più di cinque generazioni. I 25 ettari sono condotti con modalità agronomiche ed enologiche biologiche e biodinamiche. Per ottenere complessità nella cuvée “LOU MASET” , millesimo 2015, il domaine ha assemblato grenache, cinsault, syrah, carignan e mourvedre. Il tocco del legno vecchio conferisce ulteriori sentori al bouquet. Delicato e corposo, come sanno essere gli assemblaggi riusciti, ha nella levigatezza del tannino e nella beva appagante le sue caratteristiche più cospicue.

Il Roussillon è una regione molto particolare. La sua grande variabilità di suoli, il suo clima caldo ma influenzato dal mare e i suoi vecchi vigneti in grado di produrre poco e potenzialmente bene dovrebbero fare di questo spettacolare angolo di Francia una terra nota in tutto il mondo. Due le etichette provate: “Segna de Cor” 2010 del Domaine Le Roc des Anges e la “Cuvée Alexandria” , Cotes Catalanes blanc 2011 del produttore MATASSA. Roc des Anges è stata fondata nel 2001 da Marjorie Gallette recuperando dieci ettari di antiche vigne. Al nucleo originario sono state affiancate negli anni altre parcelle di terreno su cui sono stati impiantati nuovi vigneti. Domaine du Roc des Anges conta adesso circa 25 ettari in totale. Dal 2008, anche il marito di Marjorie, Stéphane, ha iniziato a occuparsi della gestione aziendale. Le uve coltivate sono: carignan noir, grenache noir, grenache gris, maccabeu, carignan blanc e syrah. Le conduzioni agronomica ed enologica sono sostanzialmente ispirate ai principi della biodinamica. Nella fattispecie il “Segna de Cor” ( 50% Grenache – 30% Carignan – 20% Syrah ) è vinificato e affinato in cemento ed ha già nel nome il racconto della sua essenza : dalle rocce ( Roc ) degli angeli ( des Anges ) il sangue ( Segna ) del cuore ( de Cor ). Fruttatissimo e speziato, regala refoli minerali e balsamici in un contesto fresco e morbido. Godurioso e appagante.

Matassa è una piccola azienda dei Pirenei Orientali sulle colline dei Coteaux des Fenouillèdes, nella regione del Roussillon, con 12 ettari di vigneto tra i 30 e i 113 anni, intorno al villaggio di Calce. Fondata nel 2002 dai neozelandesi Tom Lubbe, enologo di cantine francesi e sudafricane, e Sam Harrop, consulente enologico, prima dell’acquisizione era chiamata Clos Matassa. Tom Lubbe gestisce la vigna e la cantina rispettando i criteri della biodinamica, prestando grande attenzione alla biodiversità e al rispetto della natura. Le parcelle sono coltivate con vitigni indigeni: grenache, mourvèdre, carignan e moscato d’Alessandria. In cantina si persegue la stessa filosofia lavorativa che permea il lavoro in vigna, con l’obiettivo di avere un vino naturale pieno di energia minerale. Per lo più è stato  eliminato l’uso dello zolfo, sebbene in alcuni vini venga aggiunto in minime quantità (5 – 10 mg/l) dopo la fermentazione malolattica (mai prima dell’imbottigliamento). La “CUVÉE ALEXANDRIA” è 100% Moscato d’Alessandria . Prodotto in pochissime bottiglie, questo vino si realizza con un’accorta macerazione a contatto con le bucce. Aromatico e suadente, è un vino fresco e pieno di carattere con note speziate in bell’evidenza.

Tante sono le vie che si possono imboccare qualora s’intenda intraprendere un viaggio enoico, quell’otto volante dei sensi alla ricerca del piacere e dell’oblio che si consuma nel cerchio di un bicchiere. Io le amo tutte: degustazioni comparate per vitigno, verticali per annate di un singolo o più produttori, raffronti tra vigneron che si misurano col medesimo terroir. Per ultima, e non per importanza o efficacia, la via del coniugare vini diversi tra loro e accomunati solo dalla loro alta qualità. Leggendo Dumas pensavo alla trama de “I tre moschettieri”. Ai tre valenti combattenti del titolo si aggiunse il vero protagonista del romanzo, D’Artagnan : non si poteva pensare ad un sodalizio tra elementi così eterogenei ma così efficace nell’azione e nel pensiero come quello intercorso tra D’Artagnan, Aramis, Porthos e Athos. Così è stato l’altra sera , in una sorta di simposio improvvisato, con i consueti amici di bevute. Quattro i campioni che si sono succeduti alla beva, così diversi, così distanti, eppure così vicini negli entusiasmanti esiti organolettici. Si chiama BRDA: si legge Collio sloveno. Si parte da quelle lande rocciose e impervie con l’EXTO GREDIC 2012 di MOVIA. Il Tokaj ricorda Aramis, uomo distinto e delicato, all’apparenza un uomo di chiesa mancato, il quale provvisoriamente indossa le vesti di Moschettiere. Poi si passa al Predappio di Predappio “Vigna del Generale” riserva 2012 della Fattoria Nicolucci. E’ il nostro Porthos, il più “sanguigno” dei tre moschettieri. Col Grattamacco 2011 si sale di livello . Bolgheri non tradisce quasi mai. Athos, il più ammirato fra i tre da d’Artagnan, di animo nobile e distinto, giganteggia. D’Artagnan, abile nella spada e molto coraggioso, chiude il cerchio: strepitoso, come al solito, lo Schioppettino 2012 di Bressan.

Ma procediamo con ordine. L’azienda Movia si trova al confine tra la Slovenia e l’Italia.
La sua fondazione, davvero antica, risale addirittura al 1700 e, a partire da quegli anni, generazioni su generazioni hanno lavorato e sudato sulle terre di proprietà, allo scopo di lasciare un’impronta perpetua.
Nel 1820, poi, una delle figlie dell’omonima famiglia sposa uno dei Kristančič: da quel momento, oltre alla coltivazione di alberi da frutto, l’azienda inizia a dedicarsi anche alla viticoltura.
Da allora il motto, nonché stile di vita, di Movia è: ” Sii autentico, rispetta Madre Natura e non ostacolarla nel suo corso”; nell’azienda, in cui si contano in totale 22 ettari di proprietà, si guarda infatti alla Natura in tutta la sua grandezza. Per concimare il terreno si usano solo letame, compost, preparati biodinamici e sovescio. I fitofarmaci sono solo organici, rame e zolfo. Il diserbo è meccanico ed in cantina si utilizzano solo lieviti indigeni.
Il GREDIC 2012 è un blend a maggioranza tocai ed un saldo di sauvignon e zelen. Affascinante e suadente , in ragione delle basse rese si esprime anche con una struttura importante. E’ lui ad aprire le danze. Poi si passa al Sangiovese. L’azienda agricola Nicolucci è stata fondata da Giuseppe Nicolucci nel lontano 1885 a Predappio Alta, frazione del rinomato comune di Predappio, poco distante da Forlì. L’azienda è a conduzione rigorosamente famigliare e si sviluppa su un’estensione di circa 10 ettari, per una produzione annua che si attesta sulle 70.000 bottiglie circa. Oggi le redini della gestione sono affidate ad Alessandro Nicolucci, esponente della quarta generazione, enotecnico che segue quotidianamente il lavoro in azienda. L’azienda, per un certo periodo si è chiamata “Casetto dei Mandorli”. Ora è ritornata “Fattoria Nicolucci”. Nei vigneti, situati a circa 300 metri sul livello del mare su terreni ricchi di argilla, calcare e minerali, si coltiva principalmente sangiovese. Una vigna vecchia di oltre novant’anni, in precedenza di proprietà di un generale che, di ritorno dalla guerra, decise di acquistare il terreno migliore per coltivarci sangiovese è la storia, tra mito e realtà, che ancora oggi si cela dietro al Riserva “Predappio di Predappio Vigna del Generale”, Romagna Sangiovese Superiore DOC. Nella versione 2012 , complesso e particolare, propone aromi e sapori mai comuni. Le uve, dopo la vinificazione, maturano per ben due anni in botti di rovere, per poi venire imbottigliate. Un vino che può evolvere ancora qualche anno in cantina ma che noi gustiamo già. Dopo il Tocai e il Sangiovese si comincia a salire. Come ben sanno gli appassionati di vino, la storia del Rinascimento bolgherese risale a non troppi anni fa quando un manipolo di aziende seguirono le orme di Mario Incisa della Rocchetta e la strada tracciata dal suo Sassicaia. La tendenza era però ricorrere a uve alloctone che qui si erano felicemente acclimatate. La 
Cantina Grattamacco nasce alla fine degli anni 70 . Il primo millesimo prodotto è del 1982. La sfida di Grattamacco comincia dall’aver infranto la rigida gabbia dell’uvaggio bordolese. Al principe dei vitigni toscani, il Sangiovese, andava ritagliato un posto che fosse qualcosa di più di una presenza esiziale. Ecco quindi una percentuale non marginale nella composizione finale del blend. Il Sangiovese del Podere Grattamacco è infatti unico nel suo genere e arricchisce con pregevoli e inaspettate caratteristiche il risultato finale. Da vigne con esposizione sud-ovest di 26 anni d’età e una densità di ceppi per ettaro che conta tra le 4-500 e le 6000 unità, il vino si avvale di una resa di 60 q/li ad ettaro . La vinificazione è in tini di rovere di Slavonia da 7 hl, innescata da lieviti indigeni. Affinamento in barrique per 18 mesi. Quello che ne deriva è un vino di grande struttura e statura, elegante e intenso, caratterizzato da continui richiami fruttati e speziati, in un contesto gusto-olfattivo caldo e mediterraneo. Per chiudere si va in Friuli. E’ il momento di D’Artagnan.

Fulvio Bressan è uno dei più carismatici produttori italiani di vino “artigianale” .

Vino-bandiera è lo Schioppettino, da vitigno autoctono friulano (anche detto ribolla nera) dall’originalità espressiva quasi incomparabile. Ha un odore di pepe bianco e di spezie semplicemente sublime .

Come in ogni versione, anche lo Schioppettino 2012 si distingue per caratteristiche organolettiche talmente debordanti da lasciare di stucco: si ama, senza vie di mezzo. Un grandissimo vino. Un vecchio zio di mia madre che possedeva una vigna nel mio paese natìo, mi diceva quando ero piccolo che la terra doveva essere assaggiata per valutarne la qualità. Ne prendeva un pizzico tra il pollice e l’indice, lo annusava e se lo metteva sopra la lingua per sentirne il sapore. Al gusto non doveva essere né troppo amara né troppo dolce, né salata né insipida, né troppo arida né troppo umida. Perchè la terra, diceva alla fine, doveva essere sì ricca ma anche fine. Chissà se Fulvio ha fatto la stessa cosa quando ha scelto il suolo dove ospitare le viti di Schioppettino. La sua vigna ricorda il Rodano meridionale tanti sono i ciottoli lungo i filari depositati dall’Isonzo che accumulano il calore di giorno e lo rilasciano di notte. Dall’interazione tra un simile “terroir” e il genio del vignaiolo è scaturito un nettare affascinante come pochi, la cui cifra più cospicua è data dalle emozioni che sa procurare.

Il bevitore appassionato ha sempre qualche oggetto del desiderio sotto forma di bottiglia da conquistare. A volte il costo proibitivo del vino in questione rende lunga la caccia. Con gli amici di bevute del “Brillo Parlante” si parlava di champagne a piede franco e del loro ridottissimo numero. A noi constano solo tre esemplari di champagne da vigne a piede franco: Il Vieilles Vignes Françaises” di Bollinger, “ Les Francs de pied” di Nicolas Maillart e “La Vigne d’Antan” di TARLANT . Il Vieilles Vignes Françaises” non è ancora nella nostra cantina ( qualcuno di noi l’ha comunque già bevuto in altre circostanze ) ma quando abbiamo avuto la disponibilità degli altri due campioni si è presa la decisione di degustarli ed è iniziata l’attesa. Perchè procurarsi le bottiglie desiderate è solo una parte dell’impresa: scegliere il momento opportuno per berle è altrettanto fondamentale. Siamo giunti così al 28 Settembre scorso, di sera, da “Bacco & Perbacco”. Colpo di scena: il nostro esperto di champagne, Antonio Lioce , non era presente . Si decide allora di rimandare la bevuta di bollicine d’oltralpe ad un’altra occasione e si reiventa la serata. Attorno al tavolo, gli amici del “Brillo Parlante” quasi al completo compreso il nuovo compagno di viaggio Sandro Maselli. Alla beva , nonostante tutto, un autentico “parterre de roi” : LES VINS PIROETTES-LA BULLE DE JEAN di Binner, MALVASIA 2013 di Podversic, HASAN DEDE 2013, vino in anfora dalla Turchia, BARBACARLO 1994 del Comm. Lino Maga, PINOT NERO 2015 del Podere della Civettaja , CORTON 2007 della Maison Champy, MIRABAI PINOT NOIR 2015 di Kelley Fox Wines, Cuvèe ENRICO 2000 di Villa Diamante, PORT ASKAIG 100^PROOF, whisky scozzese. L’ esito del simposio mi ha suggerito una chiave di lettura tripartita. Tre differenti piani emozionali, fatti di sentimenti e di domande , che ho chiamato come segue: I Perché –I Pareggi –I Sensi

I Perché”

  1. Perché aspettare che si sfianchi un nettare così performante come il BARBACARLO, nei momenti di massima espressività, in nome del mito dell’invecchiamento come sicuramente migliorativo? Io definii una volta il prolungato invecchiamento come una sorta di roulette russa del gusto. Stavolta è partito il colpo e sul cadavere del 1994 l’unico dinamismo rimasto stava nel leggero petillant;
  2. Perché immettere sul mercato vini dall’importante residuo organico? Farne menzione non è sufficiente: l’ HASAN DEDE 2013 ci ha costretti a misurarci con un florilegio di brandelli di materia galleggiante;
  3. Perché produrre il Pinot Nero negli Stati Uniti? Non ho mai incontrato un campione all’altezza della fama del nobile vitigno borgognone che venisse dagli States. C’è sempre qualcosa di stravagante nei profili organolettici dei Pinot americani. Nel MIRABAI PINOT NOIR al gusto si avvertiva una strana nota abboccata.
  4. Perché produrre vini da fine pasto o peggio ancora bollicine senza una specifica vocazione? Grappoli di splendido Fiano provenienti dalla Vigna della Congregazione destinati ad un vino artigiano e magari della tradizione previo invecchiamento di sette anni in botti di rovere. Solo mille bottiglie di una non emozionante Cuvèe ENRICO 2000 di Villa Diamante.

I Pareggi”

Ovvero quando un vino mantiene quanto promette.

  1. LES VINS PIROETTES-LA BULLE DE JEAN di Binner, destinato ad un abbrivio leggero e gioioso, ha colto nel segno

I Sensi”

Il vero significato dei nostri incontri enoici e dello stesso blog è celebrare la nostra amicizia. Poi ci sono le bottiglie che hanno dato senso alla serata.

  1. Vincenzo Tommasi è il produttore del “Podere della Civettaja”. Affascinato dalla figura di Henri Jayer, è stato a più riprese in Borgogna prima di partire col suo progetto sull’Appennino toscano. Ha cinque parcelle disposte sui 500 mt. di altezza per complessivi 2.5 ettari di pinot nero. Le rese sono esiziali: mezzo chilo d’uva per pianta. La vendemmia è manuale, la fermentazione è con lieviti indigeni, i vasi vinari utilizzati sono in legno e in cemento. Imbottigliamento per caduta e senza filtrazione.
  2. La Borgogna è un mosaico di territori con caratteristiche pedoclimatiche uniche e la maison CHAMPY ne è la faccia storica essendo nata nel 1720 sulle cave del XV secolo che caratterizzano il centro di Beaune. Siamo nella Cote de Beaune. Il comune di Aloxe-Corton ospita nei suoi 250 ettari la più grande superficie di Grand Cru della Cote d’Or. Nella sua caratteristica collina si producono due Grand Cru: “CORTON” , che può essere sia rosso con uve pinot noir che bianco con uve chardonnay, con la possibilità di menzionare in etichetta il lieu-dit catastale; “CORTON-CHARLEMAGNE”, solo bianco da Chardonnay. I “CORTON” sono gli unici Grand Cru della Cote de Beaune. Dal gioco di squadra di Pierre Meurgey, il produttore, e Dimitri Bazas, l’enologo, il CORTON 2007 della Maison Champy presenta un olfatto sottilmente floreale ed ammaliante, un frutto esile al gusto, con tannini serrati e setosi e con un’acidità promettente. Tutto quello che ci si aspetta da un Corton. Ma soprattutto: non si dimentica il naso di un Pinot Nero della Borgogna!!
  3. Al confine tra Italia e Slovenia si stende una delle aree vinicole più affascinanti d’Italia. Al “COLLIO” corrisponde la zona di “BRDA”, all’ ISONZO la “VIPAVSKA DOLINA” ( la valle del Vipacco ) e al “CARSO” il “KRAS”. Vitigni coltivati, caratteristiche dei terreni e cultura vitivinicola sono condivise. Il Maestro di quelle terre può considerarsi JOSKO GRAVNER. Tanti i suoi discepoli. Uno dei più talentuosi è DAMIJAN PODVERSIC. Sul monte Calvario i suoi alberelli, coccolati da una conduzione agronomica tra il biologico e il biodinamico. La Natura per lui è l’ente creatore. Il contadino è come la madre del vino: lo porta in grembo, lo svezza e lo fa crescere. La sua MALVASIA 2013 ha un colore quasi ambrato. Ai sentori fruttati si avvicendano refoli balsamici, iodati, mielati e speziati. E’ una goduria centellinarne il sorso. In rovere da 30 hl per 36 mesi.
  4. PORT ASKAIG 100^PROOF, splendido whisky scozzese: torba e affumicatura da urlo!!

Cosa ci hanno raccontato questi campioni enoici? Dal mio canto ho quasi del tutto smesso di sciorinare descrizioni mirabolanti dei riscontri organolettici perché inizio a trovarle un po’ stucchevoli e talvolta false. Ho una mia tecnica: lasciarmi andare ad una vigile deriva. L’apparente passività consente il massimo di ricettività selettiva di odori e sapori e fa nettamente percepire i sentori nascosti delle cose. Occorre imparare a “stare”, lasciando che le cose vengano a te. Si rischia infatti di non riuscire a cogliere l’anima del vino, di entrare in una cartolina precostituita, di essere risucchiati in una catena di montaggio tecnica e filosofica. Accantonare le aspettative e tacere al massimo per entrare. In fondo si conosce solo venendo a patto con il “genius loci” del nettare alla beva nel silenzio del proprio Ego e attivando la parte animale che è in noi e soprattutto il cuore, che è un organo di fuoco. La beva emozionale non può che sgorgare copiosa. Tuttavia non posso nascondere lo stupore che mi hanno prodotto i vini che mi sono più piaciuti. Per quel che mi è piaciuto meno nessuno si senta offeso o tirato in ballo: si parla solo di vino, per me oggetto essenzialmente ludico e gioioso, e sono sempre opinioni personali , in un certo qual modo anche dilettantistiche, che non hanno nessuna funzione pontificatoria ma servono soltanto ad abbassare la febbre del mio sentire.

 

I vini di territorio di Les Caves, quest’anno, sbarcano all’Ex Dogana di via dello scalo di San Lorenzo in Roma, per l’ormai consolidato appuntamento della degustazione nazionale annuale aperta agli operatori.

Il Brillo Parlante ha fatto una puntatina nella capitale per vedere di persona cosa ha organizzato con la sua squadra patron Bucci per questa edizione 2018.

La manifestazione si è tenuta presso l’Ex Dogana di Roma,uno spazio multifunzionale sorto agli inizi del ‘900 come scalo merci ed oggi utilizzato per ospitare eventi di ogni genere.

La location si presta particolarmente bene a questo genere di manifestazioni anche grazie alla sua posizione strategica in quanto ubicata a poche centinaia di metri dalla stazione Termini, quindi facilmente raggiungibile anche a piedi.

Sessantasette (67) i produttori “presenti”, non tutti in prima persona ma tutti degnamente rappresentati dai trecentosettantadue (372) vini in assaggio .

A completamento della manifestazione, tre operatori della ristorazione laziale ( Trippini da Civitella del lago, Pastella e Trapizzino da Roma ), il banco formaggi di Fil Rouge ( da far perdere la testa a chi – come noi – apprezza il genere ), poster e magliette sul tema “We can be heroes”, i caffè di Maska Coffee, le attrezzature per il servizio e il controllo termico del vino di Visioni, gli aceti di La Guinelle, gli Armagnac di Chateau de Leberon e Domaine d’ Aurensan, la bella novità dei cocktail di Drinkit ; insomma un  bel circus, piuttosto completo…..

Per questa edizione 2018 Les Caves è riuscita a coinvolgere anche una nota radio romana che, nell’arco della giornata, ha intervistato a turno produttori e addetti ai lavori presenti all’evento, oltre a diffondere bella musica.

 

Ok! Tutto molto bello, ma veniamo a noi! O meglio veniamo al vino!!!

 

Passeggiando tra i banchi di degustazione ( unico neo della giornata la loro disposizione un po’ troppo ravvicinata e con poco spazio di fronte, con così tanti produttori e tantissimi visitatori ) abbiamo incontrato tanti vignaioli che già avevamo il piacere di conoscere, preso confidenza con diverse new entry e constatato qualche assenza dovuta all’uscita dal catalogo di Les Caves.

Noi del Brillo Parlante – per orientarci tra i tantissimi vini in degustazione – abbiamo preferito concentrare la nostra attenzione sulle novità del 2018 ( con qualche sporadica eccezione per qualcosa di già noto ) ; se non avessimo fatto così avremo rischiato davvero di perderci…..

Dunque, ecco quello che più ci è rimasto impresso nella memoria e nel cuore.

  • Non è ancora neppure in catalogo, ma il nuovo progetto di Mattia Barzaghi – targato Tenuta Montagnani – già promette grandi cose. Due le Vernacce assaggiate, entrambe 2017 : una base in riconoscibilissimo stile Barzaghi, che ci ha fatto venire voglia di aprire una Rezet 2011 conservata in cantina, e un crù da singola vigna che mostra fin d’ora un grande potenziale evolutivo.

 

  • Cascina Ebreo : Rosso 2016, blend di Dolcetto con saldi di Barbera e Nebbiolo, la facilità di beva sposa la capacità di durare nel tempo. E poi due vini che possiamo già considerare di “culto” : Barbera Segreto e Nebbiolo Torbido ( entrambi 2009 ). Il primo per chi crede che la Barbera non possa avere complessità; il secondo un Barolo non Barolo da far girare la testa.

 

  • Una “lacuna” storica del catalogo Les Caves è finalmente colmata : arriva un Aglianico ! E che Aglianico quello de “ Le Nuvole” di Barile. Abbiamo provato solo il crù Franco 2014 ( la versione base Russe non era ancora imbottigliata ) e la sua eleganza ci ha stregato. Di spalla una versione in rosato, Russine, con un bel bouquet olfattivo e una beva piacevolissima. Infine un interessante bianco, Ianghe, da vitigni autoctoni che più autoctoni non si può ( Malvasia del Vulture e Moscato di Rapolla ).

 

  • Di Monte Maletto a colpirci inizialmente erano state la zona di provenienza ( Carema ) e le etichette “soldatiane”. A Roma poi abbiamo conosciuto Gian Marco Viano e quando ci ha parlato dei terrazzamenti su cui sorgono le sue vigne e della scomparsa di suo padre nello stesso periodo in cui lui iniziava a fare vino l’assaggio per noi era diventato pleonastico. E difatti abbiamo incontrato due piccoli capolavori : Erbaluce di Caluso Vecchie Tonneau ( teso e vibrante ) e Battito del Maletto ( la finezza fatta vino ).

 

  • Varchiamo le Alpi e siamo nel terroir di Banyuls. Ci voleva un artista portoghese ( Josè Carvalho detto Zè ) per diffondere l’idea che qui si possono creare anche grandi vini secchi…. La dimostrazione : Le Vieux Saltimbanque ( Chardonnay, Grenache blanc e Macabeu ) per un bianco di grande struttura e mineralità ; Le Pirate qui Chante ( 100 % Grenache Noir ) per un bagno gustativo di mediterraneità.

 

  • A questo punto andiamo a trovare una vecchia e simpaticissima conoscenza, Natale Simonetta di Cascina Baricchi, richiamati da due novità. La nuova edizione del ChèChà in grande spolvero e grazie al 40% di chenin sulla base chardonnay in pieno “Cheninja Style”. E poi una chicca fuori catalogo : un bianco rifermentato in bottiglia da bere a secchi ( a Roma l’afa la faceva da padrona ) dal nome in sintonia con il personaggio di Natale – Johnny Gambato ( 70% di pinot nero e il resto vitigni a bacca bianca ).

 

 

  • Dulcis in fundo, non si poteva non passare dal vulcanico Fulvio Bressan; anche perché c’era la possibilità di bere la sua ultima gemma. L’attesa non è andata delusa : il Nereo Pignol 1997 in Magnum da pochissimo in bottiglia è stato una deflagrazione di tutto ciò che contraddistingue un immenso vino rosso, dalla complessità pazzesca ma a 21 anni dalla vendemmia ancora vivo, fresco e bevibile.

Dunque la risposta è si : buona anche la sesta!

Les Caves è una garanzia per questo genere di manifestazioni : Christian e i suoi collaboratori riescono sempre a coniugare professionalità e goliardia in modo da rendere interessante e piacevole al contempo la giornata con la loro “scuderia” ( una citazione particolare alla consueta simpatia dell’amico Paolo Pallozzi – per l’occasione al banco della “Francia attorno ai 10 €” con Ganevat di scorta…… ).

 

Il loro catalogo è proprio come piace a noi, dinamico, aperto alle novità innestate su un telaio consolidato di  conferme : come a nostro parere dovrebbe essere qualunque carta dei vini.

Dalla Ex Dogana di Roma per il Brillo Parlante è tutto.

Arrivederci alla settima edizione e occhio al nostro blog con tante novità in arrivo…..