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Distillati

Nato dalla collaborazione tra la distilleria Cooley e il distillatore scozzese Gordon Mitchell, Connemara è una rarità nel panorama irlandese, rappresentando l’unico whiskey torbato prodotto nella terra di san Patrizio. Qualunque sia la sua declinazione, un Bog Oak o un 22 anni, un Cask Strenght piuttosto che un Original, il carattere dell’isola, in maniera più o meno marcata, emerge in tutta la sua nitidezza.

Il nome Connemara, di origine gaelica (Conmara), è mutuato da una regione situata a ovest, nella contea di Galway, abitata nell’antichità dalla tribù di Conmhaicne, il cui territorio, aspro e ricco di torbiere, stride con l’eleganza e l’equilibrio del whiskey. Questa contraddizione però enfatizza l’abilità dei distillatori nell’armonizzare il malto, importato dalla Scozia, con le peculiarità distintive di un popolo e del suo modo di vivere, meno rude e più aperto rispetto a quello dei vicini abitanti delle Highlands.

Uno stile di whiskey che si era perso in Irlanda dal XIX secolo e che ha trovato nuova vita negli anni Ottanta del secolo scorso, quando la distilleria Cooley ha riavviato la produzione- pur non prevedendo all’inizio la creazione di un torbato-, per immetterlo sul mercato alla fine degli anni Novanta con un crescente riscontro internazionale!

Per i puristi, dogmatici estimatori dei torbati il Connemara può apparire una blasfemia, sia in termini geografici sia di “robustezza”; ma come emerso nel mio articolo precedente sull’Ardbeg, non avendo molta stima per l’ottusa intransigenza e per le mode, mi sento sommessamente di suggerire un approccio che tenga conto del momento! Lo stato d’animo che si modifica con l’umore della giornata; l’agire che prevarica schemi mentali precostituiti e steccati convenzionali, lasciando spazio all’istinto, o all’intuito se preferite, per aprirsi alla novità, pur senza intaccare tradizione e cerimoniale, che, cum grano salis, rappresentano il trait d’union tra passato, presente e futuro; il filo rosso in grado di arginare, a mio modesto parere, l’omologazione occidentale e la deriva relativista!

Se dovessimo usare questa “filosofia” di degustazione, allora ritengo che i Connemara, da quello originale a quelli più invecchiati, possano rappresentare un elemento di aggregazione trasversale, il collante di un convivio, da salotto o da pub, in cui il whiskey accompagna in un viaggio meno solitario e più incline all’altro, pronti a ricevere e a donare, con quel briciolo di leggerezza con cui andrebbe vissuta la vita!

Meno adatto all’intimismo e alla riflessione- al massimo bidirezionale- di un Coal Ila, di un Talisker o di altri straordinari whisky delle Highlands, i Connemara rendono un po’ più civettuoli- ecco perché sono amati anche dalle donne!-, aperti e franchi al tempo stesso, un degno complemento d’interminabili diatribe calcistiche a più voci o, in un androceo, dell’immancabile autocelebrazione del maschio alfa: in sintesi un mix di virtù virili e debolezze muliebri!

Questo mio convincimento non è il risultato finale di un semplice esercizio stilistico di retorica destinato a catturare l’attenzione di qualche lettore, ma la constatazione, evidente anche ai meno avvezzi al whiskey, di una torbatura più leggera, che, quindi, rende meno complessa e più nitida la percezione della piramide olfattiva e gustativa del Connemara. Infatti, scendendo nel tecnicismo e parlando, ad esempio, del Connemara Original (blend di whiskies invecchiati quattro, sei e otto anni), bisogna ricordare che i whiskies torbati sono classificati in conformità a un indicatore di misurazione del livello di “affumicatura” chiamato phenols per million (ppm), che nei rinomati whiskies scozzesi, soprattutto quelli dell’isola di Islay (Lagavulin, Ardbeg, Laphroaig, ecc.), ha una media di 30, mentre per il Connemara Original ci si attesta sui 13-14 (non ci si discosta molto da questo valore anche per gli altri Connemara). La conseguenza è che il sentore di torba, al naso e al palato, non riveste un ruolo prevalente, ma rappresenta un corollario setoso, sicuramente importante ma pur sempre un corollario, che impatta in maniera meno rude e decisa sui recettori sensoriali, e i suoi 40% non sono un pugno alcolico, bensì una carezza, pur se decisa, avvolta da cenni di miele, caramello, note medicinali e di malto. C’è chi percepisce anche una nota dolciastra (io, no!), che troverebbe giustificazione nell’invecchiamento in botti di bourbon.

Il colore è un oro chiaro, ma l’intensità e le sfumature variano secondo le tipologie di Connemara che si avrà il piacere di degustare; come pure la viscosità, notevolmente maggiore nel Bog Oak rispetto all’Original.

Un saluto a tutti e, come sempre, bevete con giudizio!

Capita molto spesso che, andando in giro per acquisti, ci sia offerto un prodotto le cui caratteristiche siano esaltate da roboanti superlativi o da una ricercata e stucchevole magniloquenza delle parole. Un po’ come in un suq arabo o in un mercato indiano, la brillantezza dei colori, l’esaltazione dei sapori e il giusto prezzo varia secondo l’abilità del venditore e della sua capacità persuasiva. Alla fine si torna a casa con qualcosa di cui ci si accorge subito dell’inutilità o, nel migliore dei casi, di aver pagato troppo.

Alcuni anni fa, chiacchierando con un carissimo amico titolare di un locale e assai attento alla ricerca di distillati, ebbi l’impressione che mi stava accadendo qualcosa di analogo riguardo a un whisky. Non fidandomi troppo della boria degli intenditori o dell’assioma snob per il quale il whisky non è mai torbato, provavo una malcelata diffidenza a credere a quanto mi stava dicendo sull’Ardbeg Uigeadail. Poi, dando fiducia alla sua onestà intellettuale, mi lasciai convincere ad assaggiare questa edizione de luxe dell’Ardbeg… e fu subito amore!

Le sensazioni scaturite da quell’assaggio stimolarono sensi e fantasia. Sapori noti e ricordi mitologici si susseguivano nella mente a ritmo frenetico, quasi che la potenza e l’equilibrio dell’alcol e dei profumi amplificassero il ricordo e le immagini di viaggi solitari o letture notturne. Un mondo parallelo in cui mi lasciai condurre senza opporre resistenza, cullato dal calore che sprigionava ogni singolo sorso e dalla voce del mio amico che, col passare dei minuti, diventava sempre più indistinta e lontana, ma al tempo stesso cadenzava, con la sua pacatezza, il cambio di scena nella mia mente.

Non erano leggende di “immortali” o scontri tra clans che si materializzavano, ma le distese delle Highlands, i laghi incastonati nel verde e lo iodio che, dal frangere dei flutti sulle scogliere, si solleva e si offre alle narici del viaggiatore anche a miglia di distanza dalla costa.

Il secondo tumbler (ma va bene anche un calice a tulipano per whisky, in modo da aumentare la superficie del liquido a contatto con l’aria e incanalare i profumi nella parte superiore, più stretta, agevolando l’analisi olfattiva) agì più sull’area del cervello preposta alla riflessione, richiamando alla quotidianità e, quindi, alla banalità dell’ovvio, all’approssimazione del sapere, al nozionismo accettato come fungibile della conoscenza. Paradossalmente, il secondo “giro” fece svanire quella parte onirica che il suo collega aveva portato con sé: la politica si sostituì ai paesaggi, il lavoro al verde dell’orizzonte e l’inquietudine, congenita nel genere umano, al grigio del cielo. Nonostante lo schema meno appagante che si stava delineando, la straordinarietà dell’Uigeadail rimaneva la stessa!

Caratterizzato da un colore giallo dorato molto intenso, da profumi torbati- ma non invasivi- e iodati sicuramente complessi, l’Ardbeg Uigeadail risulta robusto (grazie anche ai suoi 54°), oleoso, con sentori di frutta secca, uva passa e una leggerissima vena salmastra, quasi sicuramente la conseguenza delle acque utilizzate per la sua produzione, provenienti dai laghi circostanti la distilleria Ardbeg. La sua elevata qualità è il risultato di un’attenta ricerca delle materie prime. L’orzo per l’ottenimento del malto è Bere Barley (che è una varietà autoctona), la torba è di Islay e l’affinamento della miscela dei diversi tipi di Ardbeg- tutti di dieci anni e tutti invecchiati in botti di bourbon- avviene in botti di sherry. Al termine dell’intero processo d’invecchiamento segue l’imbottigliamento, senza che il whisky sia filtrato a freddo.

Come per il vino, anche per il whisky l’eccellenza del risultato presuppone qualità nei singoli elementi di partenza.

Un prodotto di assoluto livello, il cui riconoscimento si è avuto nel 2009, quando è stato premiato whisky dell’anno, e da allora compare nell’olimpo dei migliori whisky, come sancito dal suo inserimento nella “Whisky Bible” di Jim Murray.

A presto e buon assaggio a tutti.