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Bollicine

Prima che le vacanze producano il naturale affievolimento delle tensioni buone e cattive che ci animano, prima che i sensi scivolino in quel torpore generato  dal temporaneo abbandono dei livelli consueti d’attenzione, con l’amico Antonio Lioce ci concediamo da sempre un ideale “rompete le righe” enoico con lo Champagne. “Agli Archi di Villa Maria”, ristorante inedito dove andiamo per la prima volta , sulla Strada Provinciale 115 che unisce Foggia a Troia, e che costituisce l’ultima scommessa dello chef Nicola Russo del ristorante foggiano “Al Primo Piano”, portiamo un paio di bottiglie . Lo schema è semplice: lui cucina per noi sempre qualcosa di diverso e noi ne approfittiamo per scoprire qualche chicca enoica. Quest’anno è la volta di BERGERONNEAU-MARION e della sua cuvée prestige: “Clos des Bergeronneau”. Recoltant Manipulant, 15 ettari per 90.000 bottiglie, il nostro ha la sede aziendale in Rue de la Prévoté, civico 22, a VILLE-DOMMANGE, villaggio insigne della Montagne de Reims. Il Pinot Meunier fa la parte del leone nelle vigne che si estendono fino al “Massif de Saint Thierry”. Degna di nota la scelta di non usare più la chimica per scortare, dalla vigna fino in cantina, la nascita dello champagne. L’inerbimento tra i filari rende i vigneti ameni quanto un giardino. Le fermentazioni in legni usati e nuovi recano spessore e complessità ai vini prodotti. “Clos des Bergeronneau” (2,10 ha) è nato nel 2007. Cintato da mura del XIX secolo, è composto per il 75% da Pinot Meunier e per il 25% da Pinot Nero, con viti di età oscillante tra i  65 e i 70 anni . Circondato da ringhiere, siepi e pareti basse magnificamente rinnovate, è un  posto magico che offre uno spettacolo incomparabile su questa parte del vigneto della Champagne situata a una decina di chilometri da Reims e quasi a venti da Epernay. Florent Bergeronneau e sua moglie, Veronique Marion,  sono gli attuali proprietari del “clos”. Figli di vigneron con diversi rami nel villaggio di Villedommange, a sud-ovest di Reims, hanno scelto le  botti di rovere per far maturare i loro gioielli. Dal “clos” si ricavano circa 7000 bottiglie dell’omonima cuvée realizzate esclusivamente con il pinot meunier.

Quel che colpisce subito è l’utilizzo di “muselet” ancestrali in corda di canapa e sigillo di cera.  Il bel colore brillante e luminoso dei campioni alla beva, millesimi 2008 e 2009, ci introduce ad una ricchezza olfattiva che richiede tempo e spazio per dipanarsi. In comune i campioni  hanno quanto segue: lievi note ossidative di  frutta secca, dapprima discrete poi più decise,  che introducono alla dolcezza della crema pasticcera, l’eleganza della tostatura e un ricordo di scorza d’agrume. La bocca rivela tutta la loro forza vitale, sublimata da una vibrante mineralità. Tuttavia c’è differenza tra i due millesimi. Nel lungo affinamento il 2008, complice un’annata eccezionale, ha sviluppato le sue nuances ad un registro superiore rispetto al 2009 e risulta più performante in pressochè tutti i parametri. Ma il suo equilibrio  non è ancora compiuto. Nella selva del suo complesso terziario  persino una nota d’incenso fa capolino ed introduce ad un finale interminabile. Ma sono gli strali olfattivi  che lo fanno sembrare un distillato  ad impressionare di più. C’è comunque da aspettarsi un ulteriore cambiamento verso complessità ancora più eteree e rarefatte. Il 2009 è invece di una soavità eccezionale dal punto di vista olfattivo, con note iodate e torbate in evidenza,  e di una rotondità esemplare da un punto di vista gustativo. E’ il suo momento e in fase di giudizio lo fa valere. Meglio il 2009 rispetto al 2008? A questo stadio della parabola evolutiva di entrambi forse sì.

Che scoperta il “Clos des Bergeronneau” ! Che coppia d’assi il binomio BERGERONNEAU-MARION! Lunga vita allo Champagne e a quei vigneron che ne hanno costruito la gloria con il culto della qualità, della professionalità e, nella fattispecie, della bellezza.

RT

Osservo con molto interesse tutto ciò che è passione, impegno ad inseguire l’indefinito e tutte le svariate alchimie per la ricerca dell’ immaginaria perfezione.

Sono affascinato dalle persone che credono nei progetti dettati dalla loro passione, riuscendo a valicare ogni tipo di ostacolo e raggiungere la loro meta.

Mi lascio trasportare dalla mia voracità e decido di approfondire la conoscenza di Vincent e Raphaël Bérêche.

Questa è la storia di due fratelli che , oltre a gestire insieme al padre la Maison Bérêche a Ludes nella Montagne de Reims, innamorati della loro terra, decidono di realizzare qualcosa di unico nel suo genere, cercando in lungo ed in largo nella Champagne millesimi pronti ad evidenziare tutte le diversità delle zone più rappresentative.

La loro profonda conoscenza dello champagne, dei produttori e del territorio, li porta ad intraprendere un ambizioso progetto, la scoperta di vecchi millesimi ancora sui lieviti e non ancora messi in commercio.

Ecco , lo champagne nato dalla ricerca!

Ovviamente, concentrano le loro ricerche nelle produzioni di assoluto valore, vitigni, terroirs e micro produzioni pronti a rivelare champagne unici ; così si vestono del titolo di ” Négociant di lusso” e decidono di dare una identità alle zone più importanti della Champagne creando tre etichette : Montagne, Vallée e Côte.

Dopo aver degustato la “Côte” e la” Vallée” nel millesimo 2002, mancava all’appello solo la “Montagne”, ed insieme al compagno di tante bevute Rosario Tiso, stappiamo il millesimo 1999.

Rimaniamo esterrefatti ed ammaliati da tanta precisone enologica, storditi da incessanti profumi esotici e increduli rimandiamo più volte la beva, quasi a prolungare le nostre emozioni olfattive.

Un color oro vivo invade il calice, note mielose e minerali rimbalzano frequenti ad evidenziare un grande chardonnay, mentre una rosa elegante e agrumi scuri rimarcano la presenza del pinot noir in assemblaggio.

Nonostante la sua longeva età non dimostra alcuna sbavatura, una bocca perfetta ed equilibrata , ed un dosaggio che permette di cogliere al meglio tutte le proprietà organolettiche.

Ci lasciamo sedurre e abbandoniamo le nostre volte palatali a questo straordinario champagne!

Sboccatura gennaio 2018

Dosage 3gr/l

Millesimo 1999

Messo in bottiglia ad agosto del 2000

50% Chardonnay 50% Pinot Noir

Rilly-la-Montagne

Bottiglie 2026

 

A volte crediamo di inseguire qualcosa della quale conosciamo già la verità.

Monts de la Vallée 2013 di Antoine Bouvet

Una canzone di Gianni Togni recitava così: “E guardo il mondo da un oblò m’annoio un po’ … ma cambierò, si cambierò…“

Credo che in molti osservino il mondo enologico attraverso un oblò, soliti schemi, impreziositi da innumerevoli commenti legati ad una fantasia fiabesca.

Allargare i propri orizzonti dovrebbe essere, per qualsiasi appassionato di vino, una malattia della quale non esiste una cura.

La curiosità mi costringe ad inoltrarmi per sentieri non ancora battuti, a scalare pendii sottovento dai quali è molto facile cadere, ma questo non mi spaventa , anzi mi arricchisce di esperienze e di volontà che mi portano sempre verso nuovi traguardi.

Tutto questo mi esalta e mi fa sentire come un bambino con un giocattolo nuovo, desiderato ed atteso, pronto a scartarlo e a viverlo.

Ed eccolo il mio nuovo giocattolo, Les Monts de la Vallée 2013 di Antoine Bouvet.

La maison Bouvet è ubicata a Mareuil-sur-Ay, nella grande Vallée de la Marne, fondata dal nonno Guy nel 1970, dal quale Antoine ha ereditato la passione verso lo champagne.

La produzione di questa cuvée è limitata a pochissime bottiglie, 1998 precisamente, come anche il patrimonio delle vigne, che oltre a la succitata Mareuil-sur-Ay , consta anche un altro premier cru come quello di Avenay Val D’Or.

Così chiediamo ad Antoine come nasce questa cuvée :

“C’est un 100% Pinot Noir de la vendange 2013, un mélange de vignes à Mareuil Sur Aÿ et Avenay Val D’Or, Premier Cru, il n’y a pas de désherbant, travail du sol, la vinification est en cuve inoxydable, fermentation alcoolique naturelles, et Malo lactique aussi, je laisse le vin sur lies complète pendant au moins 6 mois”

Quindi, un pinot nero di due Premier Cru, nessun diserbante nella lavorazione del terreno, vinificazione in acciaio con malolattica ,  il vino è lasciato a contatto con i lieviti per 6 mesi.

Insieme ad altri famelici bevitori, tendiamo i calici pronti ad assaporare questo blanc de noir, e quale luogo migliore per degustarlo se non “Bacco e Perbacco” a Lucera?

Una sorprendente rivelazione l’olfattiva di questo Pinot noir!

La cremosità di una delicata pasticceria è spiazzante, suadenti note speziate ed agrumate giungono al naso insieme ad una spiccata florealità.

Viola, cannella, e piccoli fragranti frutti rossi aleggiano nel calice a rimarcare l’anima di questo pinot noir e tentare gli astanti alla beva.

L’approccio gustativo è rimarchevole, biscottato e burroso, con una acidità equilibrata che accarezza setosamente il palato, ma a differenza di altri blanc de noir, qui siamo di fronte ad uno champagne sensuale, vivace e mai invadente.

Una piacevolissima beva di un giovanissimo vigneron…

Complimenti Antoine!

 

Non imparerai mai tanto come quando prendi il mondo nelle tue mani. Prendilo con rispetto, perché è un vecchio pezzo di argilla, con milioni di impronte digitali su di esso.
John Updike

Da una vita Io e Antonio Lioce siamo impegnati in una rappresentazione che vede protagonisti l’uomo e la Natura. Il luogo scelto come set è sempre lo stesso: la baia di Vignanotica.

E’, anche oggi e come di consueto,  una splendida mattina d’estate. Dopo aver lasciato la macchina in quei parcheggi a mezza costa che dominano la vallata digradante verso il mare, ci dirigiamo con una sgangherata navetta verso la spiaggia. Giunti nell’emiciclo fatto di falesie millenarie, giriamo a destra per raggiungere la grotta più grande della baia, la più ambita dai gitanti per riporvi masserizie e adagiarvi membra provate dal sole. E’ quello il luogo da sempre conquistato con partenze che vedono le prime luci dell’alba in giorni infrasettimanali meno pullulanti di turisti.

La prima cosa da fare è sedersi nel fondo della grotta con le spalle addossate alle pareti. E’ fondamentale che la scena venga ripresa dal basso, dalle pietre verso l’infinito. Come sfondo, in prospettica e serrata sequenza, la volta e l’ingresso della grotta, la spiaggia ciottolosa, le azzurrità di mare e cielo che si contendono la linea dell’orizzonte. Le alte strida dei gabbiani, il rumore del mare, il sibilo del vento sono le uniche colonne sonore concesse all’azione.

In compagnia dell’uomo una sola presenza, lo Champagne, nelle seguenti declinazioni: “LES MESNIL 1990”  di BRUNO PAILLARD , “AMBONNAY MILLESIME’ 1990”  di ANDRE’ BEAUFORT e  “CHARLIE 1990”  di CHARLES HEIDSIECK .

Bruno Paillard è uno dei massimi interpreti dello Chardonnay. A Le-Mesnil-sur Oger, nel cuore del cru “Le Mesnil”, possiede due lieux-dits: “Mournoir” e “Pudepeigne”. Dal “Pudepeigne” ha tirato fuori questo “Le Mesnil 1990” che offre decise fragranze di frutta candita e panettone, nell’alveo di un incalzante ventaglio agrumato ,  tallonate da sentori terziari e tocchi boisè che fanno pensare ad un vino da meditazione. Quasi grasso, è innervato da una carbonica magistralmente dosata che attraversa la tessitura del liquido e concede levità e respiro tra aromi di lime, cedro, mineralità di gesso e pasticceria. L’approccio gustativo è ampio e detonante, pur essendo cremoso ed equilibrato al palato. Una cremosità aerea, un merletto lieve ma continuo e fitto. Uno champagne dallo spirito innumere. Che champagne!!

Jacques Beaufort gestisce due vigneti, ciascuno avente la sua etichetta: Jacques Beaufort a Polisy ( AUBE ) , Andrè Beaufort ad Ambonnay               (MONTAGNE DE REIMS). Una forte allergia ai prodotti agricoli di sintesi ne hanno fatto, sin dal 1969, un sostenitore di scelte agronomiche ed enologiche biologiche prima, biodinamiche poi. Persino prodotti tollerati quali rame e zolfo sono progressivamente limitati da omeopatia ed aromaterapia. La fermentazione è innescata da lieviti indigeni ed è svolta anche la malolattica. Poi, per i prodotti più ricercati, infiniti affinamenti sui lieviti. L’ AMBONNAY MILLESIME’ 1990 è un blend di Pinot nero all’80% ed un saldo di Chardonnay. Profumi intensi e tanta mineralità, ma dai lieviti di “panetteria” si passa a quelli di “caseificio”. Tutto sembra latteggiare: un velo latteo copre ogni cosa e ne pregiudica la piena espressività.

Alto il dosaggio, oscillante attorno ai 10 grammi/litro. “CHARLIE” è nato dall’estro del celeberrimo chef de cave Daniel Thibault, che ne concepì la creazione fin dal millesimo 1979. Blend quasi paritario Pinot nero e Chardonnay ( con leggera prevalenza di Chardonnay ) , in un’epoca in cui si idolatrano i prodotti “nature”,  è un grande champagne dall’alto dosaggio ( 12 grammi / litro ) e dalla struttura monumentale. Torrone, pan di spezie, biscotti, cioccolato bianco, frutta tropicale e secca,   sinfonia di profumi che fanno da preludio ad una bocca voluttuosa, sapida, dalla trama calda e dai lunghi ritorni tostati. Un grande classico senza tempo.

Col procedere dell’estasi alcolica l’azione dei protagonisti declina e si riduce a mero moto dell’anima. E si torna indietro nel dominio del nostro vero sé, una monade vivente che da sempre pulsa dentro di noi. Si torna indietro,  stanchi delle sovrastrutture create ed innalzate per nascondere sé a se stessi, ed ogni abbattimento e ogni perdita diventano guadagno: la nostra visiera è finalmente alzata sul mondo.

Ammiro dal fondo della grotta lo splendido scenario della baia e penso che quello è un angolo del mondo, un posto dove si passa ma che resta là, ai piedi della sua roccia e sulla riva del suo mare, e che non ha veduto mai nulla del resto della terra. E’ qui che sono in questo momento; è qui che si vive: ogni altro luogo è separato. Per quanto esteso di infiniti spazi suggeriti dalla vista che si perde e che si espande fin dove soffia la brezza marina, questo è un angolo del mondo abitato da presenze ancestrali che non vedremo mai al di là della maestosa corte di falesie . Nella sua dinamica fissità, il pensiero della Natura sembra aver voluto disegnare qui quasi l’espressione di una persona, una sorta di volto fatto di pietre, alberi, cielo, mare, cui sembriamo abituarci fino a provare per esso amicizia, un volto che resta là aspettando la sera e che non può seguirci quando con sguardo supplichevole lo scrutiamo per l’ultima volta prima di voltargli le spalle e fare ritorno a casa.

Incuriosito da alcune recensioni lette sul web, sguinzaglio il mio pointer alla ricerca della preda.

La ricerca non è affatto facile, anzi risulta alquanto difficile e piena di intoppi.

Occorre esaminare diversi elementi: conservazione, livello del liquido e soprattutto il prezzo.

Finalmente, dopo due mesi di indagini il mio fido segugio porta a casa la preda: la “Cuvée Des Enchanteleurs 1996” della maison Henriot e mia!

Il 1996 nella Champagne è stato un anno strepitoso, dove la maturazione dell’uva ha raggiunto valori al di sopra della normalità.

La maison Henriot si trova nel centro del villaggio di Pierry, nel dipartimento della Marna a sud di Epernay.

Composta dal 55% di chardonnay e 45 % di pinot noir, la cuvée brut deve il suo nome agli abili “Cantinieri”, dopo una richiesta da parte del patron Paul Henriot.

La cuvée viene fatta riposare sui lieviti per almeno 12 anni prima del dégorgement ed è figlia del compianto chef de cave Daniel Thibault (scomparso prematuramente).

Immerso nella stupenda baia di San Nicola, ai piedi di Peschici, e circondato da una natura vogliosa di recuperare quanto lasciato in quello sciagurato luglio del 2007, abbandono i miei sensi alla ricerca di emozioni.

Lo verso, lo ammiro e lo avvicino al naso, e con un doppio carpiato mi tuffo dentro… porca paletta che champagne!

Il coefficiente di difficoltà molto elevato rende la gusto/olfattiva intrigante e complessa.

Un color oro intenso e una bolla ancora viva mi conducono in una show room di torrefazione, dove il negoziante è pronto a propormi miscele esotiche di ogni genere.

Faccio fatica a tornare sul trampolino, e resto ancora un po’ dentro ,sedotto dalle intense note di pietra focaia degli chardonnay della “Côte des Blancs”.

Finalmente decido di assaggiarlo e improvvisamente una nota mielosa accarezza il palato.

L’opulenza di una grassa nocciola e di un agrume candito mascherano la sapidità , ma a stupirmi è il perfetto equilibrio di uno champagne ormai maggiorenne.

Un grandissimo champagne!!!

 

Finchè si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo.

Cesare Pavese                 

                                                Deg.17/06/2018                        

 

      

Viticoltori da cinque generazioni,i Belin cercano di preservare l’ambiente locale e comunicano questo rispetto tramite i loro vini. In vigna si applicano la lotta ragionata e l’inerbimento.Olivier Belin cerca di fare Champagne equilibrati e di facile bevibilità nei suoi vigneti della Vallèe de la Marne.

 

Abbiamo scelto per questa breve selezione il –Bel Instant Brut- composto da: Pinot Maunier 80%; Chardonnay 10% e Pinot Noir 10%, ricavati da vigne di circa 30 anni.

Dal lavoro di un anno in vigna, Olivier, riesce a mettere in commercio circa 16000 bottiglie di questa etichetta.

Il Bel Instant è la bollicina ideale per accompagnare aperitivi o pietanze a base di carne bianca, presentando nel bicchiere un perlage  delicato e persistente.

Con una buona maturità, questo brut offre al naso un bouquet di pesche e albicocche accompagnato da note appena vanigliate. In bocca, la prima a presentarsi è nuovamente la frutta  seguita subito dal caramello che senza infastidire lascia spazio a sentori molto piacevoli di pane appena scottato.

Dunque, questo fu ” Tradition” di Olivier Belin, secondo noi de Il Brillo Parlante, può accompagnare i vostri aperitivi al mare o in città, donandovi momenti armoniosi!

Alcuni anni or sono, un’idea balenò nella mente del “Degustatore Indipendente” e “Bevitore d’Alta quota” Antonio Lioce. Si era fatta pressante l’esigenza di coniugare l’estasi sensoriale ingenerata dall’esperienza enoica e l’incanto suggerito da quei luoghi che sono magici nel loro essere punto d’incontro di più infiniti: l’elemento equoreo che si fa mare, il respiro dell’universo che si fa cielo, l’insondabile precipizio dell’anima che si manifesta nel tentativo di esprimere l’eterno. Simile fraseggio interiore non è prerogativa di tutti: è riservato solo a spiriti capaci di ascoltare la voce delle onde che narrano arcane leggende, di intendere le parole d’amore recate dal vento, di nutrirsi di luce, di profumi, di ozio, di abbandono. Così bastò scegliere la baia più bella del mondo, la cosiddetta “Baia dei Gabbiani”, e i vini preferiti del momento, e uno splendido sincretismo esperienziale prese corpo: nacque l’evento “Vignanotica” . La prima volta toccò al Serpico 1999 dei Feudi di S.Gregorio e al Poggio Golo 1998 della Fattoria del Cerro a fare da sponda enoica. L’anno imprecisato è stato coperto dalla patina discreta della dimenticanza, ma le emozioni sono presenti come tracce indelebili nei cuori dei due compagni d’avventura che tentarono da subito e in solido l’impresa: Antonio Lioce e Rosario Tiso. Fu tale la bellezza del momento che si temette di non riuscire a riviverla. La seconda volta di Vignanotica quasi ci colse di sorpresa. Raccattammo dei vini quasi frettolosamente, il Terre Alte di Felluga, il Camelot di Firriato e l’Ognissole dei Feudi di S.Gregorio, e corremmo ancora una volta alla Baia delle nostre più rarefatte passioni. 

Fu ancora un successo e finalmente capimmo : eravamo destinati all’assoluto, proprio noi, proprio lì. E pensammo, quasi naturalmente, al vino della luce: lo Champagne. Da quel momento in poi il viatico etilico avrebbe parlato solo il linguaggio delle più classiche delle bollicine. E così è stato!! Abbiamo degustato, nel tempo e nell’ordine, i seguenti nettari: “Brut Tradition Grand Cru” di Egly-Ouriet, ”La Closerie” di Jerome Prevost, ”L’amateur” di David Leclapart , “Brut Tradition Blanc de Blancs Millesimè 2007” di Fernand Thill , “Brut Tradition” di Pierre Legras, Ferrari del Centenario, l’Initial di Jacques Selosse, l’Apotre di David Leclapart, “Les Crayeres” di Egly-Ouriet, “Femme 1995” della maison Duval-Leroy, Venus Grand Cru 2005” di Agrapart , “Brut Grand Cru Millésime 2003” di Egly Ouriet, Extra Brut Millesime 1995” di Fleury, Dom Pérignon rosè vintage 1996, “Extra Brut Grand Cru” di Franck Bonville, “Comtes de Champagne 2004” di Taittinger, “Cuvèe Rare 2002” di Piper-Heidsieck, “Clos des Goisses 2002” di Philipponnat, “Grand Siècle” di Laurent Perrier, “Vieilles Vignes Francaises 2004” di Bollinger, Krug “Clos du Mesnil 1998” , SALON 2002, KRUG 2002, DOM PERIGNON “P2” 1998 . Il migliore di tutti ? Senza alcun dubbio il “Vieilles Vignes Francaises 2004” di Bollinger .

“…Non c’è champagne come il “Vieilles Vignes Françaises” di Bollinger, celeberrima maison fondata ad Ay, nella Vallèe della Marne, nel 1829 . Pensato nel 1969 sotto la gestione di Lily Bollinger e su suggerimento del giornalista inglese Cyril Ray, il “Vieilles Vignes” proviene da viti di Pinot nero che , pur non essendo particolarmente vetuste (ripiantate circa 35 anni fa ) , sono state clonate con il metodo della “propagazione” da piante pre-fillossera, e questo è stato fatto rispettando il sistema di allevamento ottocentesco detto “en foule” ( un metodo che prevedeva fittissime densità di impianto, anche di 50.000 ceppi/ettaro). Originariamente erano tre le parcelle da cui si ricavava il Vieilles Vignes: “Chaudes Terres” e “Clos St. Jacques”, “clos” contigui alla sede aziendale ad Ay, e la vigna “Croix Rouge” di Bouzy. Quest’ultima è stata recentemente aggredita e distrutta dalla fillossera con la conseguente scomparsa di un altro pezzo di storia enoica. Avremo meno bottiglie in futuro e presumibilmente cuvèe meno intriganti. Nella nostra versione del 2004 l’approccio olfattivo è possente, assolutamente travolgente. Il Pinot nero giganteggia in tutte le sue peculiarità: monumentale e raffinato nei profumi, materico e potente nel fruttato e nelle spezie, elegantissimo e con un lunghissimo finale. Leggendario!…”

Riusciranno le prossime, celestiali bollicine destinate all’evento 2018 , AMBONNAY MILLESIME’ 1990 – ANDRE’ BEAUFORT / CHARLIE 1990 – CHARLES HEIDSIECK / LES MESNIL 1990 – BRUNO PAILLARD , ad offuscarne il mito ?

 

 

Quando scelgo uno champagne da bere sembro quasi il tenente Colombo alla ricerca dell’assassino…

Inizio ad indagare sulla storia della maison, dove sono ubicate le vigne e come viene prodotto, poi quando ho terminato con gli interrogatori, ed ho in mano tutti gli indizi, inizio il mio viaggio.

Ogni beva mi porta tra piccole e grandi parcelle, Premier e Grand Cru sparse nella Champagne, tra odori tipici di quel terroir e il duro lavoro dei tanti vignerons, che dedicano ogni piccolo istante della loro vita a quello che è la loro vita!

Così acquisto il biglietto e parto verso Ambonnay, cercando di scoprire il blanc de noir brut Henri III 2008 di R.H. Coutier, composto da uve 100% pinot noir da vigneti Grand Cru, a sud della Montagne de Reims, zona vocata per il vitigno succitato.

I vigneti sono composti da due terzi di pinot noir ed un terzo di chardonnay, mentre la gestione della maison è affidata a René Coutier con la collaborazione della moglie Nathalie ed il figlio Anthony.

Un pinot noir dallo stile classico con una grande struttura, caldo sensuale e seducente, esotico e maturo come una banana riposta un paio di giorni nella credenza.

Naso e gusto sgomitano in quanto a complessità, morbido e burroso, con sbuffi agrumati e canditi, ma tendenzialmente con frutti rossi in maggiore evidenza.

Una bolla finissima e una acidità bilanciata rendono questo champagne un ottimo compagno di viaggio.

Un viaggio che vorrei non terminasse più, quindi rallento e aspetto passivo a percepire gli elementi più reconditi di un’anima ancora velata…cala il sipario ma il pubblico continua ad applaudire…

 

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi. 

Marcel Proust