Categoria

Bianchi

Delle zone vitivinicole francesi, una delle più variopinte e misteriche è certamente il “Sud Ovest”. Già la denominazione, oltremodo generica, lascia intendere tutto e niente. E infatti è una zona scarsamente conosciuta da intenditori e appassionati. Un po’ Bordeaux che non può essere Bordeaux. A nord del “Sudovest” c’è Bergerac. Bergerac, patria del famoso Cyrano, è una località sul fiume Dordogna che dà il nome a questa sottozona in cui si producono vini rossi, bianchi e dolci suddivisa tra molte AOC diverse: Bergerac, Cotes de Bergerac e Pecharmant per i rossi; Bergerac Sec e Montravel per i bianchi; Cotes de Bergerac Moelleux, Monbazillac, Cotes de Montravel, Haut- Montravel, Rosette e Sussignac per i dolci. L’AOC Monbazillac copre una superficie complessiva di 1.950 ettari, sui pendii della riva sinistra della Dordogne, a cavallo dei comuni di: Monbazillac, Colombier, Pomport, Rouffignac de Sigoulès e Saint-Laurent-des-Vignes. Il vino di Monbazillac è il più conosciuto e prestigioso della Regione e fa parte della ristretta cerchia dei migliori vini dolci di tutta la Francia. Il suolo è in prevalenza composto da terreni argillo-calrcarei e il particolare microclima, caratterizzato da nebbie autunnali, favorisce lo sviluppo della muffa nobile, a cui si devono la grande concentrazione di zuccheri negli acini e i caratteristici aromi “muffati”, che rendono il Monbazillac un vino all’altezza di molti più blasonati Sauternes. Château le Thibaut si trova a Monbazillac. La tenuta ha una lunga e prestigiosa storia alle spalle e all’inizio del XVII secolo è stata classificata tra i Grands Cru della regione. I vigneti si estendono su una superficie di 22 ettari, coltivati quasi esclusivamente con vitigni a bacca bianca del territorio: sémillon, muscadelle e sauvignon blanc. Alla guida dell’azienda c’è la famiglia Monbouché, che fin dal 1844 ha cominciato a occuparsi di coltivazione della vite nel Monbazillacois. Oggi siamo alla quinta generazione e il lavoro continua con la stessa passione di sempre. La coltivazione delle vigne si svolge nel rispetto del territorio e dell’ambiente, con l’obiettivo di produrre vini di alta qualità e fedeli al terroir di provenienza. Il Monbazillac 2009 dello “Château le Thibaut” è un assemblaggio di tre vitigni: sémillon 50 %, muscadelle 40%, sauvignon blanc10%.

Un AOC del Sud-Ovest è “Jurancon” dedicata esclusivamente ai vini bianchi, sia secchi che moelleux,. E’ uno dei sobborghi di Pau. Qui, oltre a vitigni apprezzabili ma minori (Camaralet, Lauzet, Courbu), crescono due autoctoni bianchi: Petit Manseng e Gros Manseng. Il primo è particolarmente adatto alle vendemmie tardive (senza muffa nobile: non è zona), il secondo ai vini secchi.
Clos Lapeyre è una realtà consolidata basata su 18 ettari vitati. I vigneti sorgono su terreni argillosi e limosi. La zona vitivinicola dello Jurançon si trova a 25 km di distanza dai Pirenei e 100 km di distanza dall’Oceano Atlantico. Questa posizione geografica, favorita dalle altitudini (comprese fra 300 e 400 m s.l.m.), fanno di questa regione francese un unicum. I vitigni utilizzati sono tutti a bacca bianca: Petit Manseng, Gros Manseng, Courbu e Camaralet. In questa azienda l’applicazione dei disciplinari riguardanti la viticoltura biologica è rigorosa e la produzione annua si attesta tra le 70 e le 90 mila bottiglie. Questa cantina è guidata da Jean-Bernard Larrieu. Lo “JURANÇON SEC “VITATGE VIELH” 2009” di CLOS LAPEYRE è un prodotto derivante dall’utilizzo di tre vitigni tradizionali ( gros manseng 50%, petit manseng 40%, courbu 10% ). Proviene da una parcella di 1,80 ha piantati nel 1940. Viene fatto fermentare e maturare in botti da 600 litri dove rimane a contatto coi lieviti per circa un anno. Prima di essere imbottigliato avviene un passaggio di circa 6 mesi in acciaio.

Il Jurancon Moelleux è un vino dolce ottenuto dall’appassimento di uve sulla pianta, vendemmiato nelle migliori annate addirittura tra fine novembre e inizio dicembre: se prodotto in prevalenza da petit manseng, che ha acini piccoli e buccia spessa, il vino è in grado di mostrare sfumature aromatiche di primissimo ordine.


“La Magendia” 2011 della cantina Clos Lapeyre è un prodotto derivante dall’utilizzo di due vitigni tradizionali del sud ovest francese (gros manseng 80%, petit manseng 20% ). Le uve vengono lasciate appassire sui tralci e vengono quindi vendemmiate tra Novembre e Dicembre. L’alta concentrazione zuccherina delle uve fa sì che la fermentazione si protragga fino a 18 mesi. Un prodotto capace di stupire grazie alla sua armonia e alla sua acidità perfettamente bilanciata.

Con l’IROULÉGUY BLANC “HEGOXURI” 2013 del DOMAINE ARRETXEA siamo nell’ l’AOC Irouléguy, ultima AOC prima del confine franco-spagnolo in cui si producono vini bianchi, rossi e rosati.

Questo Iroulèguy AOC dell’azienda Domaine Arretxea è un etichetta prodotta con vitigni tipici del sud ovest della Francia (gros manseng 60%, petit manseng 35%, courbu 5%) . Il vino fermenta e matura per il 40% in botti da 600 litri e per il 60% in acciaio per 10 mesi. Il naso accattivante con note fumé e la sua apprezzabile struttura sono le cifre più accattivanti di questo nettare.

L’Anjou è l’antico ducato, compreso fra la Turenna a est e la Bretagna a ovest, da cui trasse origine la dinastia dei Plantageneti, sovrani d’Inghilterra. Ora fa parte del dipartimento di Maine-et-Loire, con capoluogo Angers. Situata al limite settentrionale della coltura della vite, la zona di Anjou si sviluppa lungo il fiume Loira vicino alla città di Angers ed ha un clima continentale mite con alcune influenze marittime causa della sua vicinanza all’Oceano Atlantico. Questa influenza è mitigata dalle foreste del dipartimento della Vandea,  a sud-ovest, che assorbono il peso delle piogge  e i venti che arrivano al largo dell’Atlantico. I terreni sono composti  principalmente da rocce carbonifere e scisti . I terreni sono conformati in lievi ondulazioni e circondati da parecchi corsi d’acqua. Gli affluenti della Loira, in particolare il Layon e l’Aubance, svolgono un ruolo importante nella produzione vinicola della zona con vigne piantate sulla riva destra e al riparo dal vento dai vicini fianchi delle colline. L’Aubance e il Layon scorrono paralleli l’uno all’altro andando verso nord-ovest verso la Loira e quando il clima è favorevole possono contribuire a promuovere lo sviluppo del marciume nobile che è al centro della produzione di vino dolce della regione. In queste terre la vocazione è di antica data. Già nell’XI secolo i vini angioini venivano esportati e formavano una delle ricchezze del paese. Il re Renato d’Angiò, nel xv secolo, partecipava personalmente alle vendemmie e nel ‘500 Rabelais, l’autore di Gargantua et Pantagruel, dimostrava la sua predilezione per il vino d’Anjou. Il poeta Ronsard dichiarò che “ il vino che ha assorbito l’umore del terreno angioino segue volentieri solo le bocche dei golosi”. L’antica reputazione si basava soprattutto sui vini bianchi e rosati di tipo abboccato o dolce, con preferenza per quelli prodotti sui “Coteaux du Layon”. A sud di Angers, lungo le rive del fiume Layon, predomina il vitigno Chenin Blanc. Sotto-denominazione del Coteaux du Layon AOC è “Coteaux du Layon Villages AOC “. Questa regione vinicola comprende sei comuni lungo il fiume Layon che hanno storicamente prodotto vini di alta qualità. I sei comuni sono: Beaulieu-sur-Layon, Faye-d’Anjou, Rablay-sur-Layon, Rochefort-sur-Loire, Saint-Aubin-de-Luigné e Saint-Lambert-du Lattay.   Ed è a St. Aubin-de-Luigné, nel cuore del Coteaux du Layon, che Thomas Carsin ha concretizzato il suo progetto enoico. L’azienda si chiama “CLOS de L’ELU” eh ho bevuto il suo Bastingage 2016. I vini di Saint-Aubin-de-Luigné sono caratterizzati da aromi delicati che si sviluppano nel tempo. Questo campione invece non aspetta tempo. Vino di grande complessità, Chenin al 100%, è un vino ampio, armonico, poderoso, ricco di richiami floreali e fruttati; ma sono presenti anche note di miele, marmellata di agrumi e persino nocciola. In bocca è grasso ma anche vivace e minerale ed ha una notevole persistenza. Un vino importante che offre una maturità generosa con ulteriori note speziate e lascia a bicchiere finito una sensazione rimarchevole di opulenza.

Esistono luoghi del cuore, rifugi dell’anima, pertugi del gusto, anfratti del piacere ma per lo piu’ sembrano forme espressive volte a mascherare la personale ricerca del piacere eno-sensoriale.

Il CIVICO 25 di Perugia rappresenta da sempre una tappa fissa dove rilanciare  passione e  curiosita’ per il vino che non flette a distanza di decenni di calici in liberta’, senza museruola.

In compagnia dell’amico Nicola, con il quale condividiamo da sempre la medesima passione per il vino (e per il calcio), amiamo farci guidare da sempre dall’oste (tastato) alla scoperta di nuovi viticoltori, sovente del territorio, in modo da fondere entrambi i piaceri regionali.

CANTINA NINNI di Gianluca Piernera – Spoleto Fraz. Terraia

Si tratta di una cantina giovanissima (5 anni di produzione) radicata su terreni argillosi ad un’altitudine di 350 mt.

Un giovane produttore che ha costruito la cantina prima della casa. Nessun diserbante, nessun concime ed il solo “aiuto” alla vite in fase vegetativa con alghe marine. Integralismo BIO.

   MISLULI – 2017

Blend al 50% di Malvasia e Procanico, fermentazione lieviti indigeni e macerazione sulle bucce in botte. Vinificazione in legno 4 mesi, acciaio 4 mesi ed in vetro 6 mesi.

Il risultato e’ un prodotto inebriante, di colore giallo dorato in sintonia con la macerazione, ma FRESCO.

Note agrumate con una declinazione piu’ dolce di frutta gialla equilibrato da una  mineralita’ elegante ed una sapidita’ salmastra, iodata. Un PREMIO.

La Valle della Loira è una delle regioni vinicole più interessanti della Francia. Oltre a estendersi su un territorio piuttosto vasto con caratteristiche ambientali diverse, qui si producono diversi stili di vini, dai bianchi ai rossi, dai rosati agli spumanti e perfino vini dolci. Nel cuore della Valle della Loira si incontra l’area vinicola della Turenna in cui si producono vini bianchi e rossi. I vini bianchi più celebri della Touraine sono quelli prodotti nella denominazione Vouvray. Qui è lo Chenin Blanc a svolgere il ruolo principale nei vigneti e i vini bianchi di questa zona sono prodotti esclusivamente con quest’uva. Un’altra denominazione interessante – anche se meno nota di Vouvray – è Montlouis, i cui vini sono sempre prodotti con Chenin Blanc. I vini prodotti a Vouvray rappresentano la massima espressione dello Chenin Blanc prodotti in diversi stili, da secchi fino a dolci con uve affette da Botrytis Cinerea, e perfino spumanti. Il clima di Vouvray è piuttosto freddo e questo consente di mantenere un livello di acidità nelle uve piuttosto alto e tale da conferire un ottimo equilibrio ai vini dolci che, con un adeguato periodo di affinamento, raggiungono elevate qualità organolettiche. I vigneti della zona di VOUVRAY, nel cuore della Turenna, sono disposti sulle collinette a nord della Loira e nell’immediato entroterra. Qui cresce un solo vitigno: il “Pineau blanc de la Loire”, meglio conosciuto come Chenin blanc. Il vino di Vouvray è declinato in quattro versioni: tranquillo, frizzante ( pétillant ), molto frizzante e spumante. I vini tranquilli secondo le annate, la posizione dei vigneti e i tempi della vendemmia, possono essere secchi, semisecchi oppure abboccati. Che cos’è dunque la “CUVÉE AMÉDÉE 2014” di Philippe Brisebarre? Tecnicamente è uno chenin blanc secco; nella realtà molto di più. Quando un vino è buonissimo infatti travalica le categorie ed accede a livelli superiori di piacevolezza che disdegnano le catalogazioni. Produttori da tre generazioni, i Brisebarre posseggono 22 ettari di Chenin nel cuore del terroir di Vouvray. Da vecchie vigne, la “CUVÉE AMÉDÉE” è una selezione dei grappoli migliori. La sua delicatezza e la suadenza degli aromi sono un colpo al cuore!!

Lo chenin viene vinificato in vasche e poi invecchiato in botti di rovere da 500 litri. Questo passaggio conferisce al vino una quercia molto misurata e perfettamente controllata. Ma il vino è essenzialmente una delizia di frutta esotica e bianca, freschezza e mineralità. Senza il miracolo della fermentazione alcolica il mondo sarebbe un’arida steppa vuota di vita, sarebbe privato dell’arte e della poesia. Grazie a voi vini umorali, distinti, unici. Grazie a te inaspettato Chenin!

Situata a nord della Sardegna, da cui la divide lo stretto braccio di mare delle Bocche di Bonifacio, la Corsica è una gran massa montagnosa emergente dal mare. Chi vi approda è immediatamente colpito dal contrasto fra le spiagge soleggiate e le vette innevate che si elevano fino all’altezza di 2700 metri. Il clima è di tipo mediterraneo, con estati molto calde e secche e inverni miti e piovosi. In questo ambiente isolano dalla topografia molto tormentata la vite è limitata soltanto dall’altitudine. La superficie vitata consta di 7000 ettari di cui 2900 circa riservati alla produzione di vini AOC. La produzione di vini AOC si articola su tre livelli e comprende tre appellations de cru ( Ajaccio, Patrimonio e Muscat-du-Cap-Corse ), cinque appellations village ( Calvi, Coteaux du Cap-Corse, Figari, Porto Vecchio e Sàrtene tutte precedute dalla denominazione Vin de Corse ) e l’appellation regionale “Vin de Corse” per tutto il territorio vitato.

Il Domaine Abbatucci si trova nella parte sud della Corsica, nel cuore della valle del Taravo. Qui si trovano vecchie vigne di Vermentino ad un’altitudine media di 100 metri sul livello del mare.

Gli Abbatucci sono una delle più antiche famiglie nobili della Corsica. 

La famiglia s’installa sull’isola sin dal XV secolo e, dal XVI, costruisce la tenuta e la cantina. Si deve ad Antoine, che negli anni ’60 prende le redini della proprietà, il vero sviluppo dell’attività viti-vinicola, nonché il recupero dei vitigni autoctoni dell’isola. Allarmato per la progressiva sparizione delle uve locali in favore di quelle internazionali, Antoine decide di partire al recupero delle varietà quasi estinte, battendo, nella ricerca, l’intera Corsica. È così che sul terreno della proprietà si trovano oggi 19 vitigni autoctoni , ciò che fa dei vini del Domaine Abbatucci l’espressione più autentica della viticoltura corsa.

Dal 1992 è il figlio di Antoine, Jean-Charles, che si occupa della tenuta vinicola. Convinto sostenitore dell’importanza della biodiversità e di un terroir in cui la vite è in perfetto equilibrio con i ritmi della natura, nel 2000 effettua la conversione all’agricoltura biodinamica. Seguendo i cicli lunari e nel pieno rispetto della natura e di ciò che spontaneamente essa offre, alcuna sostanza chimica viene utilizzata in vigna: attenzione costante e saperi tradizionali e moderni insieme, sono tutto ciò che occorre per produrre uve sane ed equilibrate.

Sempre allo scopo di salvaguardarne la tipicità, i vitigni autoctoni corsi sono valorizzati al massimo: Vermentino, Bianco gentile, Barbarossa, Biancone, Brustiano, Carcajolo Bianco, Genovese, Pagadebit, Rossola Brandinca, Rossola Bianca, Riminese per i bianchi e SciaccarelloNielluccio, Aleatico, Carcajolo Nero, Minustello, Morescola, Morescono, Montanaccia per i rossi. Con l’obiettivo di sfruttare liberamente e senza restrizioni questa grande e ricca varietà ampelografica, nel 2013 Domaine Abbatucci sceglie di far uscire tutte le sue cuvée dell’AOC (Appellation d’Origine Contrôllée).

I 18 ettari di vigneto, benedetti da un clima mediterraneo, su creste d’arena granitica esposte a Nord, restituiscono la quintessenza del territorio. Solo sostanze naturali a base di vegetali e minerali, l’aratura è effettuata con l’aiuto di cavalli, vendemmie esclusivamente manuali, solo lieviti indigeni per le vinificazioni. Le vinificazioni rifiutano categoricamente un interventismo eccessivo, seguendo appieno la filosofia della casa, sulla naturalezza del frutto. La maturazione avviene sur lies (sulle fecce), senza batonnage (rimescolamento). Il vino subisce solo filtrazioni leggere, prima di essere lasciato riposare in bottiglia per qualche mese in cantina.

Nella fattispecie la Cuvée Faustine 2017, Vermentino in purezza, proviene da una vigna che si estende per 4 ettari sui 18 coltivati dall’azienda, su di un terreno di origine granitica. Le viti, vecchie di quarant’anni, sono biodinamiche e certificate DEMETER dal 2000.Erba e pascoli di pecore in inverno nei vigneti. La vinificazione consta di una raccolta manuale, fatta di primo mattino in piccole casse, di rese bassissime ( 25 hl x ettaro ) , di una spremitura immediata, di lieviti indigeni e di affinamento in vasca di acciaio inox. Il vino subisce una filtrazione leggera e l’uso dello zolfo è parco e ragionato. All’assaggio la Cuvée Faustine 2017 mostra di essere un vino ricco. Sciorina un naso espressivo, anice, fiori bianchi, agrumi e ananas. La bocca è delicata, molto fresca e minerale. Un succo persistente e molto aromatico. Ogni sorso suggerisce equilibrio, struttura e finezza.

Da tempo ho scoperto i vini del produttore abruzzese “Praesidium”. Poi ho visitato l’azienda vitivinicola in quel di Prezza, in provincia dell’Aquila. Raccontarla è un piacere, a cominciare dalla figura del titolare, Ottaviano Pasquale. Ottaviano ha raccolto l’eredità paterna nonostante percorsi esistenziali alternativi ( è laureato in Psicologia). Ma l’ha fatto non come chi subisce un destino fatale, ma come chi è dotato di un’intima vocazione ed è mosso da una passione sempre crescente. Il suo eloquio, quando ci siamo incontrati per la prima volta, è stato caldo e vibrante di emozione nel descrivere le sue creature, le ineffabili riserve di Montepulciano d’Abruzzo che l’Azienda “Praesidium” produce da oltre vent’anni. “Praesidium” è un presidio soprattutto dell’agricoltura virtuosa. In un mondo sempre più bisognoso di “veri” contadini e di un rapporto con la Natura corretto e rispettoso, la famiglia Pasquale implementa uno stile agronomico che bandisce l’uso della chimica e rifugge ogni forzatura. Per cui se occorre nutrire il terreno lo fa solo con letame reperito in stalle del circondario o seminando tra i filari piante da sovesciare, in particolar modo leguminose apportatrici del prezioso azoto. I trattamenti per fronteggiare peronospora e oidio sono solo quelli a base di rame e zolfo. Ogni lavoro in vigna è manuale: per la rimozione di erbe infestanti c’è la zappa; potature, spollonature, sfogliatura e raccolta delle uve affidata a mani rispettose e sapienti. Le basse rese e le forti escursioni termiche forniscono una materia prima eccellente che Ottaviano si guarda bene dallo stravolgere in cantina dove l’interventismo è pressoché nullo. Dopo la pigia-diraspatura di rito infatti la fermentazione avviene spontaneamente, senza lieviti selezionati. Il vino poi permane in acciaio e in legno per periodi variabili a seconda che si tratti di Cerasuolo o di Montepulciano. I vini non subiscono l’impoverimento recato dalla filtrazione e il depauperamento causato dalla pastorizzazione; solo decantazione naturale previa opportuna serie di travasi e quote esiziali di solforosa solo in fase di imbottigliamento. Nessun segreto dunque, nessuna oscura alchimia : Ottaviano Pasquale fa il suo vino così, come l’uomo ha sempre inteso fare dalle sue parti, naturalmente. I risultati? Eccellenti! Ma “Praesidium” da in po’ di tempo non è solo Montepulciano: è anche Trebbiano. Ho assaggiato il “Luci” 2016. Da una manciata di viti di 7 anni d’età Ottaviano ricava solo 1.970 bottiglie. La conduzione agronomica è, come di consueto, esemplare: potatura invernale e verde; zappatura rigorosamente manuale; nessun diserbo chimico. In cantina utilizzo dell’acciaio per la vinificazione. Nessuna filtrazione. L’aspetto è di un intenso giallo con riflessi dorati. Il naso colpisce per il nitore dei profumi, con un fruttato che richiama la pesca gialla e il kiwi . Al gusto il nettare si presenta deciso e opulento, dall’alcol potente ma ben calibrato con freschezza e sapidità, con un finale piacevolmente minerale. Una delizia!

 

 

 

 

Il randagismo enoico rappresenta una condizione privilegiata volta a garantire l’ossessiva ricerca dell’orgasmo eno-sensitivo.

Questa fluttuazione perenne non esclude tuttavia alcune sistematiche ritracciature verso approdi sicuri, godimenti certi.

L’impegno professionale mi ha permesso da qualche tempo di vivere e conoscere l’Umbria, regione mistica e malinconica nella mia percezione precedente edificata su precocetti.

Per quanto concerne il ns comune diletto il Trebbiano Spoletino ha contribuito fattivamente a farmi apprezzare il terroir.

  TENUTA BELLAFONTE – Arnèto 2015

Tenuta Bellafonte si trova a Bevagna (PG) nei pressi dello splendido borgo di Torre del Colle, una porzione di mondo che non puoi conoscere accidentalmente, in transito.

11 ettari di vigna stagliati su terreni tenaci e rocciosi che conferiscono al vino una complessita’ ed un’eleganza seducente.

L’Arneto 2015 e’ un Trebbiano Spoletino in purezza che arriva al bevante dopo aver “trascorso” 7 mesi in grandi botti di rovere e 6 mesi in bottiglia.

Non filtrato si presenta alla vista giallo carico lievemente torbido. La beva evidenzia immediate note agrumate ma a sorprendere sono freschezza e  mineralita’ che impediscono al fortunato di sottarsi al sorso successivo. Certezza!

Siamo in provincia di Ancona, in quell’enclave vinicola di grande spessore che è il territorio di Montecarotto. La storia avita è più remota ma Natalino Crognaletti, titolare della “Fattoria S.Lorenzo”, ha iniziato la prima vinificazione e conseguente imbottigliamento nel 1995. Agronomo ed enologo, col piglio di un autentico “vigneron”, ha provato da subito a realizzare nettari che riflettessero consuetudini familiari, nel solco della continuità, sicuro che da simile abbrivio non poteva che scaturire l’eccellenza. Per diverse tipologie di vino, al di là delle certificazioni, la coltivazione è di tipo sostanzialmente biodinamico. In vigna le operazioni vengono ancora fatte a mano e la tradizione permea ogni gesto e ispira ogni disciplina, in accordo con i ritmi della natura.

Camminare i suoi vigneti è un’esperienza. Mai visto un complesso agronomico così vitale: fra i filari si alternano brani di coltivazioni miste(piselli, favetto per il sovescio) e tratti di terreno cosparsi di un compost fatto in casa con residui organici di ogni sorta. Piante di rose campeggiano ovunque ed ogni germoglio sulle piante e grappolino nascente e pendulo fra le foglie splende di una intonsa sanità. Nulla è intentato per una conduzione virtuosa della vigna. Dagli interramenti di corno-letame e corno-silice a pratiche di irroramento delle viti con il siero del latte. Tutto concorre ad un lotta biologica condotta con le armi che la natura suggerisce e concede all’intelligenza operosa del contadino. La perfetta simbiosi fra l’uomo e l’ambiente a Fattoria S.Lorenzo sembra cosa fatta e testimonial inconsapevole e d’eccezione di tanta armonia è stato il figlio di Natalino: durante la mia visita in vigna, Lui mangiava i piselli destinati al sovescio seraficamente assiso fra le piante!

All’assaggio, dal forziere di delizie enologiche dell’azienda, brillano diverse gemme. Ma niente è paragonabile ai  “San Lorenzo” : la beva si dispiega emozionale e “celeste”, si varcano i confini di ogni prevedibilità e nella fumèa alcolica si intravvedono i cancelli di inediti paradisi sensoriali.                                                                

E veniamo al campione di oggi : SAN LORENZO BIANCO 2004 , verdicchio in purezza. Dove pesca il nostro campione tanta ficcante mineralità? Quali toni balsamici recano il chiaro sentore di eucalipto e gli intermittenti refoli iodati? E la frutta secca, il pepe bianco e il tabacco percepiti lievi, intonsi e non bruniti dai 140 mesi di affinamento sui lieviti in acciaio inox e cemento e circa 12 mesi in bottiglia? Il tutto alla luce di un cromatismo vivido, oro puro, e di una compostezza olfattiva e palatale conchiusa.

Non sempre tutto è spiegabile. Quel che sappiamo è che le vibrazioni sono vere e il facitore dei vini autentico. E tanto può bastare se l’inconfessato desiderio del bevitore consapevole di imbattersi in campioni indimenticabili e immortali sembra prossimo a realizzarsi e il sogno a compiersi.

Da qualche anno a questa parte evito vacanze stantie frazionandole in modo da rilanciare l’entusiasmo annusata la flessione.

La prima “frazione” del 2018 l’ho trascorsa nel Cilento, ad Acciaroli.

Il Cilento è una subregione montuosa della Campania in provincia di Salerno, nella zona meridionale della regione. La zona è limitata a nord dalla catena dei monti Alburni e a est dal Vallo di Diano. Si fa derivare il nome da “cis Alentum” (“al di qua dell’Alento”), anche se il fiume non ne segna più il confine. E’ una zona molto ampia che attraversa numerosi comuni della costa e dell’entroterra, da Agropoli (roccaforte dei pirati saraceni), a Sapri e poi ancora verso l’interno, al confine con la Basilicata.

Ho scoperto con il tempo che e’ attitudine diffusa dei viaggiatori accompagnare le pietanze locali con vini del territorio.

Per me e’ sempre stato cosi’, questa commistione multisensoriale completa nei dettagli il viaggio stesso e definisce sfumature del territorio lasciate incomplete dalle visite.

Tra i bianchi Campani prediligo da sempre il fiano anche se la mia cultura rispetto alla versione cilentina resta da costruire.

Ad oggi gli ettari vitati a Fiano, in tutto il Cilento, sono circa 70 per una produzione annua media di 300.000 bottiglie di fiano in purezza. Come già detto, il territorio è molto vasto e variegato e presenta caratteristiche pedo-climatiche molto diverse tra di loro, andando da paesi posti lungo la costiera a quelli interni posti su colline e montagne che arrivano a sfiorare i duemila metri.

Tra le diverse bevute ne segnalo 2:

Alfonso ROTOLO – Valentina 2016

L’azienda ed i vigneti si trovano a Rutino, a pochi Km da Agropoli, circa 7 ettari trasmessi da 3 generazioni alcuni dei quali piantati nel 1930.
La beva evidenzia immediatamente tostatura e speziatura con rimandi gradevolmente dolci ed equilibrati di frutta gialla. Al palato esprime forza, struttura ed opulenza conferiti da un saggio utilizzo del “legno”
con una sapidita’ dissetante. Finale lungo e pulito.

Luigi MAFFINI – Kratos 2016

L’azienda nasce all’inizio degli anni 70 a Castellabate su dolci colline che si affacciano sul tirreno.
Il Kratos vinifica in acciao e mi ha rapito immediatamente per il colore giallo paglierino carico, quasi dorato. Anche in questo caso le note di tostatura sono state immediatamente domate dai sentori di frutta
gialla delicate completate da una mineralita’ misurata che conferisce una freschezza deliziosa e lenitiva considerando l’arsura di stagione.

Dopo un San Silvestro e un Capodanno trascorsi tra Montefalco e Bevagna, al mattino del 2 Gennaio si riparte alla volta di casa.

Ma prima di lasciare le colline umbre una tappa è d’obbligo per chi è sempre alla ricerca di “souvenir enologici” da portare con sé e poi stappare nelle occasioni più diverse.

Si scende da Montefalco e, poco dopo aver lasciato dietro di sé il centro abitato, una freccia in legno grezzo indica la destinazione : Antica Azienda Agricola Paolo Bea.

Essere qui trasmette sensazione di quiete e l’atmosfera che vi si respira è quella dei luoghi senza tempo : dove il presente è prosecuzione di un passato, disteso verso un domani che non dimentica nulla.

Per capire questo, più che le mie parole, credo valgano le immagini :

Una breve visita in cantina e riparto con il pieno di bottiglie di questo straordinario vignaiolo.

Al momento di caricare i cartoni in auto, una anziana signora (credo la moglie di Paolo Bea) mi dice con un tono tra il preoccupato e l’affettuoso : “Mi raccomando giovanotto vada piano per strada perché i nostri vini non amano essere strapazzati “.

Rassicuro e rifletto : qui si ama quel che si fa.

Il vino che oggi apriamo per Il Brillo Parlante :Arboreus 2010, da uve Trebbiano Spoletino.

Giampiero Bea – attuale “Deus Ex Machina” dell’ azienda assieme al fratello Giuseppe – ama ripetere che i loro vini non vengono prodotti bensì “si generano” da soli con la semplice assistenza dell’uomo dalla vite al calice.

Per sapere come ciò avvenga basta leggere l’etichetta : c’è scritto tutto.

E ora il momento tanto atteso : berlo !

Colore dell’oro antico, talvolta dell’ambra, comunque brillante.

Naso inizialmente chiuso, ma dopo qualche minuto ecco arrivare albicocca secca, miele, una leggera speziatura, su una base minerale con note salmastre e una leggera volatile ; col passare del tempo sempre più ampio e complesso ( subentrano nocciola e zafferano ).

Il sorso è incredibilmente rispondente alle sensazioni olfattive : fresco, minerale, sapido e di infinita lunghezza e persistenza. In sottofondo affiora un tenue, vellutato, piacevolissimo tannino: bevuto ad occhi chiusi potrebbe in alcuni momenti sembrare un rosso…..

Un Vino Buono – Vero – Vivo !