Rosario Tiso
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Rosario Tiso

Nato ad Ascoli Satriano in provincia di Foggia il 22 dicembre 1961, vivo a Foggia sin dall’infanzia. Dopo aver conseguito il diploma al Liceo Scientifico “A. Volta”, mi sono trasferito a Napoli per iscrivermi alla Facoltà di Economia e Commercio. Dopo la parentesi del militare e qualche anno sabbatico sono stato assunto in un’azienda aeronautica, “Leonardo” , già Alenia Aermacchi e Aeritalia ,dove lavoro tuttora. Marito e padre, da sempre considero il vino la mia isola felice, scrivendone fino ai prodromi della poesia. Sommelier, non ho perso occasione in questi anni di incrociare il bicchiere con quanti condividono la mia passione fondando diversi gruppi di bevitori:”La Setta dei Bevitori Estinti””Gli Amici di Casa Marino”, ”I Bevitori Randagi”, ”Il Simposio dei Gaudenti”, “Bevitori d’Alta Quota” e “Gli Sfracanati”. Adesso, come ultimo approdo eno-filosofico , mi considero un “Bevitore ecumenico” . In regime di auto- pubblicazione (www.lulu.com) ho licenziato alle stampe diversi libri di stampo enoico:”Parlando di vino”,”La Setta dei Bevitori estinti”,”Gli Amici di Casa Marino”,”Non tutti sono Bevitori Randagi”, ”Bevitori d’Alta quota”, ”Opus Wine”, ”In viaggio con Slow-food”, ”Amarcord: storie di amori etilici, di infatuazioni enoiche e di bevute”, “Gli Sfracanati”.

A noi “Sfracanati” basta un pretesto, costantemente pervasi come siamo dal desiderio struggente di convivialità, per organizzarci in bevuta. Noi siamo di quelli che, se dovesse persistere lo “status quo” per via del COVID, preferiremmo morire piuttosto che vivere “ad libitum” l’efferato binomio “mascherina e distanziamento”, pietre tombali su di un’umanità già degradata e agonizzante dal punto di vista delle pulsioni emozionali nelle relazioni interpersonali. Lo spunto per un ritorno all’OPUS WINE di S.Giovanni Rotondo, luogo d’elezione per i nostri viaggi sensoriali e le conseguenti derive spirituali, l’ha dato l’emergenza sanitaria incombente e il pericolo di non poter reiterare l’evento nel prossimo futuro. Ma c’era in me un’altra, sottesa, impellente esigenza, nascosta persino ai miei compagni di viaggio: quella di bere ancora una volta quel miracolo enoico che passa sotto il nome di “Schioppettino” di Fulvio Bressan, nella versione del 2012. Bressan è un produttore strepitoso. Il parziale oblio di massa in cui è sprofondato a causa delle arcinote vicende “social”, ha reso la sua produzione ancora più esoterica e preziosa. I privilegiati fruitori dei nettari favolosi di Fulvio Bressan possono reperirli senza doversi accapigliare con orde di bevitori modaioli. La cosa incredibile di questi tempi sciagurati è che il vino non si sceglie più esclusivamente per la sua bontà e qualità e si induce sempre più l’appassionato a tener conto di fattori che stanno fuori dal cerchio del bevante. Con Bressan questo pericolo non esiste: dal bicchiere l’eccellente materia vinosa cattura i sensi e non si riesce proprio a pensare ad altro. Ma, dicevamo, era solo un pretesto. In una formazione inedita a causa della assenze di Giuseppe Nazzaro e Maurizio Romano, e con la partecipazione straordinaria di Antonio Marino, ci siamo ritrovati da Pietro e Matteo , “guru” dell’Opus Wine, al cospetto delle seguenti bottiglie: RIESLING EXTRA DRY – DR. LOOSEN, EXCEPTIONAL HARVEST 2013 – XIMENEZ SPINOLA, SCHIOPPETTINO 2012 – BRESSAN, GRATICCIAIA 2013 – VALLONE, CASELLE RISERVA 2006 – D’ANGELO, RUSSIAN IMPERIAL STOUT ALEKSEEVNA – REBEERS. Sul versante cibo la bontà delle materie prime e la mano in cucina sempre più felice di Pietro hanno assicurato una qualità e gradevolezza ineccepibili. Sul fronte del vino, abbiamo assistito al consueto “crescendo rossiniano dei sensi” che cerchiamo di far scaturire ogni volta dai nettari alla beva. In partenza ci ha deliziati il vino spumante metodo classico del Dr. Loosen. Bollicina extra dry dal profumo aromatico, ha confermato la particolare vocazione alla spumantizzazione del Riesling, per via della naturale acidità e del nerbo minerale. Poi c’è l’altissima qualità del produttore. Si pensi solamente che tutte e sei le principali vigne dell’azienda Dr. Loosen furono ritenute “Grand Cru” nella classificazione prussiana datata 1868, prima della classificazione della Borgogna, e che le sue piante, dall’età media di 60 anni, per via del suolo in ardesia sono ancora sul loro piede franco. Dalle suggestioni della Mosella alla magìa di Jerez de la Frontera. Il Pedro Ximénez Exceptional Harvest 2013 è stato il fuoriclasse della serata. Ximenez-Spìnola è una cantina unica perché lavora unicamente l’uva Pedro Ximenez. Per produrre l’ Exceptional Harvest, le uve di pedro ximenez vengono raccolte tre settimane dopo il loro punto ottimale di maturazione. I rendimenti sono oltremodo e volutamente scarsi. Il vino viene invecchiato per quattro mesi con le sue bucce in vecchie botti di rovere americano, già utilizzate per produrre l’Oloroso della casa di cui rimandano i sentori, acquistando così in eleganza e complessità. Il nostro è stato un vino di color oro antico, intenso, limpido, brillante. All’olfatto aromi eccezionali propri di una vendemmia tardiva: uva passa, fichi, miele, frutta secca. Al palato risulta spesso ma dinamico, dalla consistenza importante che però non stanca per via di una nota acidula persistente. La dolcezza naturale fraseggia con un velo di ossidazione in un gioco sublime. Lo Schioppettino 2012 di Bressan non finisce di stupire. Avendolo bevuto un paio d’anni fa, riporto quel che ebbi a dire in quell’occasione: “… 08/11/2018 – I Quattro Moschettieri – Osteria Varanalle – Per chiudere si va in Friuli. E’ il momento di D’Artagnan. Fulvio Bressan è uno dei più carismatici produttori italiani di vino “artigianale” .Vino-bandiera è lo Schioppettino, da vitigno autoctono friulano (anche detto ribolla nera) dall’originalità espressiva quasi incomparabile. Ha un odore di pepe bianco e di spezie semplicemente sublime .

Come in ogni versione, anche lo Schioppettino 2012 si distingue per caratteristiche organolettiche talmente debordanti da lasciare di stucco: si ama, senza vie di mezzo. Un grandissimo vino. Un vecchio zio di mia madre che possedeva una vigna nel mio paese natìo, mi diceva quando ero piccolo che la terra doveva essere assaggiata per valutarne la qualità. Ne prendeva un pizzico tra il pollice e l’indice, lo annusava e se lo metteva sopra la lingua per sentirne il sapore. Al gusto non doveva essere né troppo amara né troppo dolce, né salata né insipida, né troppo arida né troppo umida. Perchè la terra, diceva alla fine, doveva essere sì ricca ma anche fine. Chissà se Fulvio ha fatto la stessa cosa quando ha scelto il suolo dove ospitare le viti di Schioppettino. La sua vigna ricorda il Rodano meridionale tanti sono i ciottoli lungo i filari depositati dall’Isonzo che accumulano il calore di giorno e lo rilasciano di notte. Dall’interazione tra un simile “terroir” e il genio del vignaiolo è scaturito un nettare affascinante come pochi, la cui cifra più cospicua è data dalle emozioni che sa procurare…”

Il Graticciaia 2013 mantiene quello che promette. Da una selezione di grappoli di negramaro di una vecchia vigna allevata ad alberello, si avvale dell’appassimento su graticci per aumentare il portato estrattivo delle uve. La fermentazione del mosto in autunno avanzato porta ad una evoluzione particolare rispetto alla vinificazione tradizionale. L’invecchiamento viene realizzato in piccole botti di legno di Allier e Nevers per circa 1 anno. Profumi di viola e frutti rossi, seguiti da soffi balsamici e speziati di cacao e tabacco. In bocca la struttura è potente, con tannini dolci e avvolgenti e la beva ricca e scorrevole. Il Caselle 2006 di Donato D’Angelo è un Aglianico vero ed entusiasmante. Fondata agli inizi degli anni venti, l’Azienda è situata nel cuore della produzione dell’Aglianico del Vulture, ai piedi dell’omonimo vulcano spento tra Rionero, Rapolla e Ripacandida. Col Caselle 2006 è un andirivieni tra il regno vegetale e quello animale: piacevoli sentori di humus, di camino, di fattoria. Quando l’invecchiamento sortisce gli effetti desiderati e non tracima verso nuances sgradevoli all’olfatto è subito casa. Si finisce con i dolci ed una birra ( uno dei dolci Pietro lo fa all’istante utilizzando la stessa birra per ottenerne una crema…) : RUSSIAN IMPERIAL STOUT ALEKSEEVNA – REBEERS di Michele Solimando. Birra ad alta fermentazione, di ispirazione anglosassone, 9,5% alcolici, prodotta con metodo artigianale: non filtrata, non pastorizzata, priva di additivi, naturale al 100%. Ad una lunga fermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia di almeno otto mesi e a temperatura controllata, per affinarne il gusto e l’aroma. Eccellente! A seguire: distillati a go-go!!

Ho sempre cercato di trasformare la sofferenza in pepite d’oro, nella moneta sonante di una maggiore consapevolezza, di una maggiore apertura, di un salto di qualità umano e culturale. A volte la trasmutazione risultava così perfetta che del dolore nulla restava, ed era tutto un raccogliere i frutti spirituali di quell’essere prima morti e poi risorti.
Con gli anni, e con questa pandemia, non è più così!
Il male sembra lasciare tracce sempre più profonde e incancellabili nella mia mente ed è come se restasse impigliato nei gangli del mio cervello e non scorresse più via fluido, come faceva un tempo. Mi sta sempre davanti.
Di fronte all’impossibilità di mondare la mente e il cuore da questi tarli, non resta che l’abbandono. La vita forse non va sempre affrontata ma accolta, ascoltata, contemplata?
Il cervello può essere limitato, totalmente infestato di fantasmi e percorso da presagi di morte. L’immaginazione anche no. E’ potenzialmente linda ed immacolata come un bambino. E così pure i desideri e le speranze.
Modulando le nostre facoltà si possono fare miracoli. Non sono più le facili alchimie giovanili quando il montare della forza vitale era così copioso da disarticolare ogni genere di malessere, ma è il momento di un’arte più sottile e rarefatta: partire da un punto e rintracciarvi l’infinito. La consueta gita al mare, che vede da oltre un decennio il sottoscritto e l’amico Antonio Lioce recarsi a “Vignanotica” e dall’anno scorso a “Fontana delle Rose”, potrebbe essere uno di quei punti. La forza di fare una simile affermazione me la danno le bottiglie al seguito, rigorosamente champagne: Avize D.T. 1997 di Jacquesson , KRUG 1998 , AYALA 1999 . Di Krug e Jacquesson ho parlato tante volte perché tante volte ho degustato i nettari di questi produttori mitici. Posso solo aggiungere un paio di considerazioni. L’idea di eccellenza di Joseph Krug, fondatore dell’omonima maison, era legata a quella che all’epoca era la “Cuvée N.1”, che è poi diventata la “Grande Cuvèe” attuale. Lo champagne multimillesimato ti consente di dipingere un profilo organolettico utilizzando una sterminata tavolozza di colori recati appunto dalle numerosissime annate a cui lo chef de cave può attingere. Tuttavia le più grandi emozioni l’ho sempre vissute con quella che un tempo era la “Cuvée N.2”, oggi la versione “Vintage”. Il fatto di produrla in annate eccezionali fornisce un campione di valore assoluto. L’individualità , a volte, supera in fatto di emozioni la collegialità: l’assolo ha per me un fascino insuperabile. Per quanto riguarda Jacquesson, la sboccatura tardiva di millesimi già eccellenti all’esordio permette di ottenere risultati estremi in fatto di qualità e conseguente riscontro organolettico. Gli ulteriori aromi terziari sviluppati in ambiente poco ossidativo associati ad un residuo di freschezza che resiste nel chiuso della bottiglia fino all’effettuazione del degorgement, producono sensazioni uniche ed indimenticabili . Di AYALA non ho mai parlato. Fondata nel lontano 1860 da Edmond de Ayala, che dalla Colombia si era trasferito ad Aÿ, nella Vallèe della Marne, Ayala oggi appartiene alla Maison Bollinger, la quale lavora strenuamente per riportare la cantina agli antichi fasti. Situata nel cuore della Champagne, la Maison Ayala rimane oggi un piccolo gioiello con un fiore all’occhiello: Nicolas Klym, chef de cave della Maison da 25 anni, ossessionato dalla costante ricerca della qualità.

Il Millésime 1999 della Maison Ayala è uno champagne di qualità eccelsa, figlio di una grande annata. Dall’unione di un 80% di Pinot nero e di un 20% di Chardonnay, con uve provenienti quasi esclusivamente da vigneti classificati “Grand Cru”, ci si aspetta un grande classico, opulento e speziato, edonista e goloso, elegante e raffinato. Staremo a vedere!

Come l’anno scorso giungiamo a “Fontana delle Rose”, in contrada “Mattinatella”. Subito ci seduce la squisita accoglienza di Antonia Ciuffreda nello splendido contesto del Lido-Ristorante “CALA ROSA”. E’ il luogo prescelto per la degustazione. Quest’anno un già impareggiabile approdo si arricchisce di un evidente valore aggiunto gastronomico: la presenza in cucina del figlio di Antonia, Francesco, promettente chef in fieri. Infatti la proposta culinaria mostra un evidente salto di qualità: dall’impiattamento ai sapori tutte le preparazioni profumano di studio, gusto, equilibrio. La territorialità dei piatti è a volte in un dettaglio, in una nuance gustativa. Abbiamo mangiato benissimo e bevuto alla grande!! Veniamo dunque allo champagne. Sia Ayala che Jacquesson hanno mantenuto quello che promettevano. Il primo, centellinato sotto l’ombrellone con ostriche e gamberi crudi, mostra le caratteristiche della compiuta evoluzione di una cuvèe prestige. Pure il secondo risulta essere un eccellente D.T. Ma quel che fa saltare il banco è Krug, accompagnato, sempre sotto l’ombrellone, da una fritturina di pesce fragrante e sapida che Antonia predispone prontamente. Il Krug 1998 l’ho già bevuto 10 anni fa. Corro a rileggermi la recensione. E resto senza parole: c’è tutto quello che c’era allora e qualcosa di più. Così mi esprimevo: “…Poi, la recita di una pagana giaculatoria per predisporre gli animi, e si procede all’apertura del Krug 1998. Con questa annata  assistiamo all’ennesima rappresentazione di un mito.
L’osservazione del liquido brillante che lentamente scorre nel bicchiere fa presagire sicure piacevolezze: la carica cromatica, per intensità e tonalità, richiama i migliori millesimi. Un perlage finissimo disegna un ricamo verticale verso la volta del disco vinoso. In bocca abbiamo ritrovato poi la medesima energia ascensionale nel riverbero carbonico che lambiva e solleticava la volta palatale.
Il colore è autentico oro zecchino della massima caratura.
Al naso si è quasi storditi dalla complessità e profondità degli spunti olfattivi, un effluvio odoroso poliedrico dove freschezza e maturità giocano a prendere la testa del gruppo di profumi che si levano maestosamente dal calice.
I profumi sono famiglie che si ergono dal bicchiere e si issano fino alle narici proponendo essenze di fiori, frutta esotica, dolci da forno, remote speziature.
Ogni scossa è un rimescolamento del bouquet con nuove e seducenti combinazioni.
Ma è la bocca stavolta ad entusiasmare: semplicemente sontuosa, untuosa, saturizzante le potenzialità analitiche dei recettori gustativi.
Può un vino-spumante essere consistente come e più di un vino fermo?
Solo Krug è capace di questo, in forza di una sapienza enologica di trasformazione imperfettibile.
Una natura pirandelliana prima serve la freschezza briosa di un raffinato vino- spumante; poi vira su note opulente da vino bianco di grande struttura.
Infine invade il campo dei distillati da sigaro: dopo due ore il Krug può assumere le note di un brandy o di un Cognac.
E’  l’inimitabile profilo evolutivo e gustativo del Krug…”

Il valore aggiunto è dato dal meraviglioso sviluppo terziario del campione. Il “può assumere le note di un brandy o di un Cognac” diventa realtà : il Krug 1998 ad oggi sembra un vino da meditazione per opulenza e complessità ed in bocca libera incredibilmente uno sciame di bollicine ancora palpitanti e con una acidità golosa a renderne piacevolissimo l’incedere sulle papille gustative.

Krug: un mito che continua a strabiliare.

Le emozioni sono come fuochi d’artificio che scuotono l’anima assopita. Posseggono tutta l’incoerenza del sogno che la nostra stessa coscienza culla e crea. Hanno durata di fumo, passaggio di orme. Esistono nella impalpabile sostanza dell’incerta consapevolezza che ne abbiamo e profumano di ricordo. Si associano alle atmosfere, agli ambienti, agli odori e sono frammenti sparsi di vita che costellano il firmamento dell’umana esistenza. Dalla Puglia, quando varco i confini regionali e mi reco in Campania, assisto sempre alla medesima metamorfosi interiore: tutto il mio essere si predispone all’emozione. Non so perché questo mi accade, ma puntualmente quel che vado a fare mantiene le promesse di un’arcana felicità. “Gli Sfracanati” stavolta si ritrovano a Caserta da “I Masanielli”. E’ paurosamente riduttivo definire una simile palestra del gusto semplicisticamente una pizzeria. Io non so parlare di cibo. Non ne ho l’attitudine, né la competenza. Ma il tripudio dei sensi che ha accompagnato la degustazione della lunga teoria di preparazioni ( nove pizze, molto più che pizze!!) proposteci da Francesco Martucci non lascia scampo al mio discernimento: questo luogo assurge a tempio dell’arte culinaria. Anche se non sarei in grado di aggiungere altro per descrivere la sua bravura, posso riferire che il segreto di alcune delle sue pizze-capolavoro sta nelle tre cotture in successione a tre temperature diverse: al vapore a 100°, fritta a 180° e al forno a 400°-420°. Poi Francesco ci ha elencato, di volta in volta, le materie prime strepitose che vanno a sostanziare le sue creazioni ( quali il “black cod” , il pregiato merluzzo che viene dall’Alaska ) e descritto la genesi dei suoi originalissimi sincretismi culinari. Che dire? Vivissimi complimenti per gli eccellenti risultati raggiunti.

Detto questo, umilmente torno al mio amato “orticello” vinicolo. Cosa bere da “I Masanielli” in accompagnamento alle pizze che non sia la birra? La Campania ha dato sin dall’antichità una vasta gamma di nobili vini. Uno su tutti: il “Falerno”, autentico fiore all’occhiello della “CAMPANIA FELIX”, come ebbe a definire la regione Marco Terenzio Varrone. La scienza enologica in Campania si mostrava, secoli dopo, ancora molto evoluta. Presso la scuola medica salernitana, nel Medioevo, vigeva la seguente regola: “Vina probantur odore, sapore, nitore, colore” ovvero “ la bontà del vino si giudica dal profumo, dal sapore, dalla limpidezza e dal colore”. Oggi sapremmo forse dire di meglio? Rompendo gli indugi, in una carta piccola e agguerrita, rintracciamo una bollicina: il “Trentapioli” 2018 di Salvatore Martusciello. Il nome evoca tutta una storia. Le scale utilizzate per i lavori in vigna e la raccolta delle uve sono alte e ardite. Trattasi infatti di una viticoltura unica al mondo per via della forma d’allevamento adottata: l’alberata aversana. La pratica di sposare la coltivazione delle viti facendole inerpicare sui pioppi si perde nella notte dei tempi. L’asprinio che si ricava da questi spalti arborei che sfiorano i 15 metri di altezza viene spumantizzato con il metodo Martinotti e dà vita ad uno spumante vivace, allegro, fresco, dinamico e di piacevole bevibilità. Non è più l’Asprinio di un tempo, quando l’acidità poteva essere tagliente e diverse imperfezioni venivano spacciate per tipicità. Adesso c’è spazio per delicate note floreali, puntuti spunti agrumati, su di un corpo sufficientemente intenso e dalle complesse ricadute organolettiche. Va detto che la qualità del passato comunque meritò il seguente appunto di Sante Lancerio, l’esperto vinicolo al servizio di papa Paolo III Farnese ( quello, per intenderci, dell’EST! EST!! EST!!! di Montefiascone ) : “Il vino Asprinio viene da un luogo vicino a Napoli. Li migliori sono quelli di Aversa, città unica et buona. La state è sana bevanda. Di questa sorte Sua Santità usava bere alcuna volta per cacciare la sete avanti che andasse a dormire, et diceva farlo per rosicare la flemma”. A seguire un vino bianco fermo: il Fiano di Avellino 2018 di “Rocca del Principe”. La piccola azienda vitivinicola è nata nel 2004 per volontà di Ercole Zarrella, a Lapio, un piccolo borgo in provincia di Avellino. Il comune più vitato a Fiano di Avellino è considerato da sempre un cru d’elezione. All’interno dell’area vitata comunale, in contrada “Arianiello”, l’Azienda possiede una vigna di ha 1,40, con esposizione a nord-est e su terreno sabbioso, a 600 mt. s.l.m. “Arianiello” è una sorta di cru nel cru. E’ essenzialmente da questo appezzamento e da poche altre parcelle del circondario che si ricava il Fiano di Avellino aziendale. Il monte Tuoro (1400 mt.) si trova a brevissima distanza e fa da termoregolatore nel modulare il caldo e nell’accentuare le escursioni termiche di notte e d’inverno. Tra i filari massimo rispetto per l’ambiente: il terreno è pulito meccanicamente, le concimazioni sono esclusivamente organiche, i trattamenti fitosanitari sono ridotti al minimo, e nelle annate più generose tutto è mirato a mantenere basse le rese con rigorose potature verdi e specifici diradamenti dei grappoli. In cantina si provvede ad una fermentazione a temperatura controllata. Successivamente si implementa una lunga permanenza sulle fecce fini con frequenti rimontaggi e si procede altresì ad un affinamento in bottiglia di almeno sei mesi. Nel bicchiere si ritrovano la complessità e la ricchezza di gusto diretta conseguenza dell’arricchimento dalle fecce. In bocca è un serrato dialogo tra eleganza e pienezza di sorso, con una spiccata acidità e una notevole sapidità a rendere la beva ancor più golosa. Col primo rosso si passa ad un’altra creatura di Salvatore Martusciello: il Gragnano “Ottouve” 2019. Piedirosso, Aglianico, Sciascinoso, Suppezza, Castagnara, Zauca, Olivella e Surbegna: dall’unione sapiente di queste uve nasce il vino della tradizione della penisola sorrentina. il Gragnano frizzante! Dal colore rosso rubino, dalla spuma violacea molto fine che lentamente si dissolve nel bicchiere, è un vino rosso fragrante dal profumo di fragola, dalla beva compulsiva , dalla spiccata vocazione edonistica e conviviale. Con la pizza poi è la morte sua!! Parlare del CAMPI FLEGREI PIEDIROSSO COLLE ROTONDELLA 2017 è innanzitutto parlare di una delle aree più affascinanti dove poter produrre vino. CANTINE ASTRONI nasce nel cuore dei Campi Flegrei , sulle pendici esterne del cratere degli Astroni, tra Napoli e Pozzuoli, un tempo riserva di caccia Borbonica ed oggi oasi naturale WWF Italia. In questo angolo di terra unica baciata dal mare e animata dal fuoco vulcanico aleggia ovunque il mito, tra storia, letteratura e leggenda. Gli antichi avevano individuato sulle sponde del lago d’Averno l’ingresso dell’Ade. Nell’Eneide l’eroe virgiliano si avvale dei vaticini e dei responsi della Sibilla ,assisa nel suo antro nella vicina Cuma. Sul lago Lucrino, nell’antica Roma ai tempi di Mario e Silla, un tale Sergio Orata ideò la coltivazione delle ostriche . Fu tale il guadagno che il lago, da lucrum ( lucro ) , ne mutuò il nome. E potrei continuare a snocciolare aneddoti e curiosità all’infinito, tale è la ricchezza di vita sedimentata nei secoli in questi territori. CANTINE ASTRONI ha concentrato la sua attenzione soprattutto su due vitigni autoctoni: Falanghina e Piedirosso. Il vino è veramente buonissimo. E’ un rosso tremendamente esplicativo per chi si avvicina alla tipologia, dal vivace colore rubino, con un naso vinoso, floreale e fruttato di minuti frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo dà la stura a sfumature speziate e ad una fresca tessitura acida. Il sorso è secco e morbido e fa di questo vino un vero e proprio campione di bevibilità.

Per concludere, gli eccellenti dolci della compagna di Francesco Martucci, Lilia Colonna. Sorpresa nella sorpresa, non avrei mai pensato di trovare in una pizzeria un tale livello di pasticceria. Dolci buonissimi a cui abbiamo abbinato un Riesling che abbiamo scovato in carta : il QbA Trocken Alte Reben 2014 cru Abstberg di Von Schubert. La cantina Von Schubert sorge sulle rive del fiume Ruwer, un affluente della Mosella, nell’omonima e storica regione tedesca. La tenuta appartiene alla famiglia Von Schubert da cinque generazioni e vanta una storia antica e ricca di fascino. Fu infatti gestita fino alla fine del XVIII secolo dall’abbazia di Saint Maximin. Sulle bottiglie, in etichetta, campeggia un disegno stilizzato della facciata abbaziale. Venne poi requisita da Napoleone, e in seguito fu guidata da diversi proprietari di origine tedesca. Il Riesling QbA Trocken Alte Reben è ottenuto da uve di eccellente qualità del cru Abstberg, dal sottosuolo di ardesia blu e ricco di elementi minerali che nei vini esaltano la finezza di aromi e di sapori. La dicitura Alte Reben indica l’età delle vigne. Nella fattispecie le uve sono selezionate da piante di circa 80 anni. Basse rese per ettaro (circa 45-55 hl/ha ) , una fermentazione con soli lieviti naturali ed una vinificazione in acciaio inox o in grandi botti di rovere a seconda delle esigenze, garantiscono un Riesling ammaliante, ricco e concentrato, con una solida struttura e dai sapori speziati e minerali. Perfetta chiusa per una “pizzata” indimenticabile.

Rosario Tiso , 25 Giugno 2020

Io non sono un tipo che definirebbe una persona di cinquant’anni “giovane”, perché mi ricordo perfettamente com’ero e cos’ero a vent’anni. Parimenti, non definirei mai un vino affinato lungamente o che è stato in bottiglia per molti anni “fresco, anzi freschissimo…”, perché a quel punto andrebbe ridefinito lo stesso concetto di “fresco” in un vino. Ho bevuto migliaia di bottiglie entro i dieci anni dall’imbottigliamento, rischiando e consumando diversi infanticidi, e so perfettamente com’è un vino “fresco, anzi freschissimo…”. Che poi il nettare vetusto possa avere ancora qualcosa da dire e da dare è fuor di dubbio, specie se è un grande vino. Anche un vecchio di ottant’anni ha ancora qualcosa da dire e da dare, ma nel migliore dei casi nel suo futuro c’è la prospettiva di una placida e serena dipartita. Questo preambolo per introdurre il racconto della bevuta del più grande Blanc de Blancs della mia vita: non è Delamotte, né Salon. E neppure un Clos du Mesnil. E’ il Comtes de Champagne 1995 di Taittinger. Ma procediamo con ordine. Con l’amico Antonio Lioce siamo soliti organizzare degustazioni estemporanee ispirate da acquisti occasionali di nettari a volte desiderati da tempo. Così ci siamo ritrovati con un paio di bottiglie di tutto rispetto: “Le Millesime” 1996 di VAZART-COQUART ( sboccatura ottobre 2019 ) e il Comtes de Champagne 1995 di TAITTINGER ( in commercio intorno al 2005 dopo 120 mesi sui lieviti ) . Da qualche anno a questa parte siamo giunti alla conclusione che, quando si tratta di capire veramente quel che stiamo a bere, non c’è niente di meglio che la propria casa. Così l’amico A.L. ha approntato una cena degna di una tavola regale per sostenere la beva dei due Blanc de Blancs.

Abbiamo cominciato con il millesimato di VAZART-COQUART . La maison si trova nel cuore della Côte des Blancs a Chouilly e gestisce 11 ettari coltivati quasi esclusivamente a chardonnay. I vigneti hanno in media 30 anni e Jean Pierre Vazart, l’attuale titolare dell’azienda, promuove da tempo una viticoltura sostenibile con l’obiettivo di preservare e rinnovare il suolo attraverso una conduzione agronomica biodinamica. Nel 2012 la maison ha ottenuto la certificazione “High Environmental Value Vineyard” che identifica le aziende che mirano a ridurre l’impatto ambientale. “Le Millesime” si presenta alla vista con un bel colore dorato. Niente di “fresco, anzi freschissimo…” promana dal bicchiere ( nonostante un degorgement recentissimo ). Quel che ci viene incontro è una splendida maturità, come si conviene a prodotti che hanno un po’ di anni sul groppone: al naso note di sottobosco, funghi, acidità agrumate e biscotti; in bocca materia densa, suadente, corposa, solida. Alla fine quel velo di ossidazione che ammanta le papille gustative ci scorta verso nuances da distillato, con accenni torbati e strali minerali. Buonissimo. Stavamo quasi pensando di aver sbagliato scaletta. Ma poi è arrivato il fuoriclasse: “Comtes de Champagne” 1995 di TAITTINGER. Era il 1945 quando François Taittinger, secondogenito del fondatore Pierre, prende le redini della maison di famiglia e ne fissa lo stile legato allo Chardonnay. Non solo: recupera definitivamente le strutture sotterranee (cripte dei monaci e crayères) sotto quella che fu l’abbazia di Saint-Nicaise e ne fa le cantine per la maturazione dei migliori champagne Taittinger. Nel frattempo, è affiancato nell’opera dal fratello minore Claude (che riceverà il testimone a seguito della scomparsa prematura di François nel 1960), che nel 1952 ha un’idea: produrre un “ blan de blancs “ di altissimo livello che diventerà anche la cuvée de prestige di Taittinger. Era nato il “Comtes de Champagne”, che sarà poi lanciato cinque anni più tardi.

Ci sembrava di sognare a occhi aperti. Lo champagne, versato religiosamente nel bevante, è stato più di quanto potevamo immaginare. Colore oro antico, affascinante. Naso di rara complessità. Burroso come un vecchio Borgogna : anche qui sottobosco autunnale, come nel campione precedente, ma prima dei funghi si avvertono note di nocciole e noci e ai funghi si aggiungono i tartufi, la cioccolata bianca e un che di affumicato. Il tutto innervato di note agrumate, laccato di un velo di golosa ossidazione, sublimato da note di maderizzazione. E’ un vino da meditazione con le bolle. Niente perciò di “fresco, anzi freschissimo…”. Qui c’è l’evoluzione della specie. E non siamo manco sicuri di aver colto il campione nel suo momento di massima espressività. Magari è in parabola discendente ed era ancora più buono un paio d’anni fa.

Perché accada qualcosa di importante sulla scena del mondo ci vuole essenzialmente un grande uomo con un grande sogno. Solo il visionario, con capacità quasi rabdomantiche,  fa le cose giuste, al momento e nel luogo giusto, per estrapolare dalla realtà quanto di buono ha in serbo per chi ha il coraggio di dissotterrarne i tesori. Non si fa ristorazione di qualità se non si possiede un’idea che guidi l’azione, se non ci si sofferma a misurare l’impresa,  scegliendo una squadra all’altezza del compito, il posto accattivante, e soprattutto il piano emozionale a cui si intende accedere con tutte le proprie forze. Allo stesso modo non si fa un grande vino svolgendo diligentemente il compitino della Tradizione, della Tipicità e della Territorialità. Ci vuole uno sforzo creativo unico ed irripetibile. Perché ci sono vini fatti per conquistare, che ruotano la coda come il pavone. Ce ne sono altri invece che non si curano di un’amabilità superficiale, di quel cicaleccio servile che impressiona favorevolmente di primo acchito il degustatore .Quei nettari che son capaci di andare ben al di là delle apparenze sono i soli vini che finiscono per entusiasmare , che rappresentano una sorta di compendio di quanto di buono e di bello l’arte enologica, dalla conduzione agronomica alla trasformazione in cantina, è stata capace di fare negli ultimi anni, vini dalla perfezione formale e dalla ricchezza sostanziale, collocabili ai margini superiori di tutte le scale di giudizio esistenti e sotto tutti i punti di vista vagliabili.

Ai “ 5 SENSI “ del patron Pietro ( ovvero Pedro Parietti Almeida ) e dello chef Domenico Grasso, in quel di S. Severo, noi superstiti del gruppo “Gli Sfracanati” abbiamo intercettato l’ennesima, favorevole congiuntura astrale nel piccolo e ricercato universo dei luoghi dove riposano le eccellenze eno-gastronomiche. Passione, competenza, amabilità, arte culinaria e grande cantina hanno conquistato i nostri esigenti palati. Ai “5 sensi” Il cibo ci ha deliziati e lo chef Domenico Grasso è, senza tema di smentita, uno degli astri più fulgenti che la ristorazione della Provincia di Foggia possa vantare attualmente. Il locale, frutto dell’opera sapiente, competente e certosina del titolare Pietro, veste innanzitutto la livrea dell’enoteca, rivestito com’è lungo le pareti di bottiglie, ed incarna lo spirito dell’alcova, essendo caldo ed accogliente quel tanto che basta a farti dimenticare la realtà che impazza fuori dal locale. Cominciamo la beva con un omaggio alla terra che ci ospita: il PAS DOSE’ di d’ARAPRI. Nulla potremmo aggiungere alla fama acquisita dalla bollicina sanseverese se non confermare la bontà dell’intuizione primigenia di ottenere un metodo classico dall’umile bombino bianco. I vini sono degustati seguendo un ideale crescendo gustativo. Alla syrah/grenache del Rodano risponde la migliore syrah italiana: quella di Stefano Amerighi. “ La Tournèe” 2017 rouge di FERRATON è un vino dalla beva irresistibile. La maison Ferraton Père & Fils è una realtà molto importante nella Valle del Rodano. Ha il quartier generale a Tain-l’Hermitage e produce in regime biodinamico grandi vini  nelle “appellation”  Côte-Rôtie, Condrieu, Cornas e Châteauneuf-du-Pape. “La Tournée”,  che va sotto la menzione generica di Vin de France,  è il vino più semplice ed immediato che produce. Nonostante le scarse pretese ha nella bevibilità, nella franchezza del frutto e in un godurioso velo speziato tutto il suo appeal. Con Stefano Amerighi e la sua Syrah 2011 si torna al concetto di grande uomo portatore di un grande sogno. La sua passione nasce dai vari assaggi de “Il Bosco”, Syrah prodotta da Tenimenti D’Alessandro, di cui le annate ’93 e ’94 sono state dei veri e propri fari nella gioventù di Stefano. Poi il viaggio in Francia nella zona del Rodano dove ha potuto apprezzare le numerose e accattivanti declinazioni della syrah nella sua patria d’elezione. Da lì l’intento di concentrare in un unico vino tutto quanto la syrah è capace d’esprimere. Dai suoi circa  7 ettari di terreno a Poggiobello di Farneta, tra Cortona e Montepulciano, quasi completamente occupati da Syrah (4000 mq2 di Sangiovese), coltivato secondo i dettami dell’agricoltura biodinamica, prendono le mosse ben 17 vinificazioni differenti, ciascuna con una propria dinamica e lavorazione. La fermentazione delle uve è rigorosamente spontanea senza quindi l’aggiunta di lieviti e solforosa. Il contatto con le bucce varia dai 18 ai 35 giorni. L’affinamento avviene per circa il 40% della produzione nel cemento. La restante parte nel legno in botti che ormai hanno perso la loro parte aromatica. La sua Syrah 2011? Colore rubino brillante; note di frutti rossi, pepe nero, violetta e macchia mediterranea al naso; grande corpo, tannini levigati e stimolante vena acida in bocca. In sintesi: una delizia.

Il Kurni di Marco Casolanetti ed Eleonora Rossi è stato un vino “mito”  fino a qualche tempo fa. Ora annovera numerosi detrattori che gli rimproverano di non essere alla moda , perché nessuno vuole più vini così corposi e mastodontici nell’estratto e nella struttura e, a detta loro, poco equilibrati e dalla beva faticosa. A noi invece il Kurni 2012 è piaciuto molto. Le rese esiziali, la viticoltura estrema, le scelte agronomiche naturali, l’utilizzo del 200% di legni nuovi in affinamento per il doppio passaggio in botti piccole, giustificano  un esito sensoriale caleidoscopico, una ridda di profumi e gusti  ricca, complessa e fascinosa. E’ inutile inseguire ulteriori raggiungimenti, ambire a ipotetici futuri radiosi. Nel Kurni 2012 è già tutto scoperto, scintillante, pronto, estroverso; amarena, prugna, violetta, menta, sottobosco, vaniglia, caffè e cioccolato. Finale soavemente dolce. Cosa pretendere di più? Cosa aspettare oltre? Al momento di gustare il dessert , un’altra grande sorpresa: il Pedro Ximenez Solera 1927 di ALVEAR. Bevuta oltre un decennio fa, la Solera 1927 è adesso un vino magico, ammaliante, densissimo, concentrato, dolcissimo, morbido, deciso ed ineguagliabile. Chapeau. A far da bicchiere della staffa un’eccellente grappa di Masi. Difficile rintracciare il vino migliore del lotto. Mi verrebbe da assegnare un ex-aequo alla Syrah, al Kurni a al PX. Alla fine preferisco Amerighi e al vino prescelto, come di consueto, dedico il pezzo.

Lungi dall’essere dei semplici gaudenti eno-gastronomici, “Gli Sfracanati” ricercano innanzitutto quanto di poetico contiene l’umana esistenza. Quando si radunano, sono imprescindibili due condizioni, che si traducono poi in due compresenze: l’eccellente vino e il dialogo con il “genius loci” . La fede in quest’ultimo è fondamentale. Concetto astruso, si potrebbe definire come il misterioso e rarefatto senso del luogo e dell’istante, in cui convergono arcane e nuove sensazioni. Questo fraseggio interiore è alla base di ogni esperienza degli Sfracanati. All’Osteria Varanalle le nostre anime, espanse nel tentativo di abbracciare il mondo, si sentono a casa perché si sono allineate allo spirito del luogo. In Contrada Bosco, nei pressi di Ariano Irpino, si respira un’aria senza tempo e i colori dell’ambiente che circondano le poche e sparse abitazioni sembrano richiamare una sorta di cromatismo primordiale, tale è la sensazione di purezza che promana da ogni presenza animale e vegetale e persino dalle cose inanimate. La collinetta che si erge armoniosa di fronte alla terrazza del ristorante, nel candore di un silenzio raro e prezioso appena rotto dalla musica di un vento lieve che muove come dita delicate le foglie degli alberi, sembra richiamare atmosfere leopardiane. Alla fine, ad accrescere l’incanto, ci pensano la cucina e i vini dell’Osteria, che sono di tutto rispetto. L’incipit enoico stavolta l’abbiamo affidato ad uno dei più grandi vini bianchi italiani: il “Cervaro della Sala” di Antinori. Quanta storia, quanto fascino, quanta classe, quanta intraprendenza racchiude quest’etichetta. Con un occhio alla Francia e all’inimitabile charme di un Montrachet, Antinori e la sua discendenza, nel solco della più stringente e qualitativa tradizione, hanno voluto regalare all’Italia uno chardonnay archetipico, con il vezzo di una punta di grechetto in omaggio alla territorialità. Sulla strada che da Orvieto porta a Ficulle giganteggia il Castello della Sala. Costruito da Angelo Monaldeschi nella metà del Trecento, era l’edificio simbolo di questa importantissima famiglia longobarda che all’epoca rivaleggiò con i Filippeschi per il dominio della Rocca di Orvieto. Guelfi gli uni, Ghibellini gli altri, ebbero l’onore di una citazione dantesca nel Sesto Canto del Purgatorio nella Divina Commedia. I Monaldeschi erano divisi in quattro nuclei distinti: Cervara, del Cane, dell’Angelo e della Vipera. Solo un matrimonio tra i Cervara e i della Vipera pose fine alle ostilità interne alla famiglia. Nel ‘500 il Castello della Sala passò nelle mani dell’istituto benefico dell’Opera del Duomo di Orvieto e vi rimase fino alle confische delle proprietà ecclesiastiche seguite all’Unità d’Italia. Giungiamo così al 1940, quando il Marchese Niccolò Antinori lo acquistò e cominciò a produrre vini bianchi. Ma dobbiamo aspettare gli anni ’80 e Piero Antinori per il salto di qualità. Il “Cervaro della Sala” vide la luce a partire dall’annata 1985. Nella versione che abbiamo degustato, la 2011, si avvale dell’apporto di uve chardonnay per il 90% con un saldo di grechetto. Vinificazione e maturazione in barrique ammontano a sei mesi e 10 sono i mesi di affinamento in bottiglia. Etichetta simbolo e vanto per l’enologia regionale e nazionale, mette tutti d’accordo, tradizionalisti e innovatori, dal punto di vista organolettico ( avrebbe messo d’accordo persino i rivali Monaldeschi e Filippeschi… ). Il colore nel bevante è giallo oro. Al naso è ampio l’arco olfattivo, tra note fresche e terziarie; immenso il corpo; lunghissimo il finale. I pochi anni di invecchiamento hanno dotato il campione di una vasta gamma di sentori terziari dove fanno ancora capolino effluvi floreali e fruttati ammantati di un velo di ossidazione stimolante e gustoso. E’ tale la struttura del Cervaro che passare ai rossi è facile. Il Polvanera “16” 2014 racconta mirabilmente il Primitivo di Gioia del Colle. Adagiata su di uno spesso strato di roccia, la Vigna San Benedetto regala una materia di prim’ordine per un Primitivo suadente e verticale, più convesso che concavo, più dinamico che massivo. La beva è golosa e nel contempo facile. Quel che si suole definire mineralità è la sua nota più affascinante. Supremo l’equilibrio, forse il più equilibrato dei vini bevuti.

Appagati, ci accostiamo al fuoriclasse del giorno: “Purosangue” 2013, il nuovo Taurasi di Luigi Tecce. Il termine “demiurgo” ci viene in soccorso. Con Luigi Tecce si supera persino il concetto di vigneron. E’ un filosofo prima che un produttore vinicolo; è un gaudente prima che un profondo conoscitore del vino; è pervaso di religiosità più che di spirito artistico. E il suo vino è sangue della terra più di tutti i nettari mai bevuti finora. Primato legato all’uomo che si fa Natura e di concerto con essa crea capolavori. La retro-etichetta così recita: “ Questo vino è prodotto da una vigna di Aglianico coltivata nelle ex particelle 96 e 213 del foglio 14 del comune di Paternopoli. Il suolo è sabbioso-argilloso di natura calcarea, ricco di materiale piroclastico, con una altimetria di 500 metri sul livello del mare, ed esposizione a sud/ovest”. L’estensione del vigneto è di 1 ettaro, lavorato in naturale. Il tipo di impianto è il cordone speronato, con una densità di ceppi di 5000 per ettaro e una produzione di 35 hl. L’età delle viti è di 15 anni. La vendemmia è manuale. In cantina , ad una fermentazione spontanea segue una lunga macerazione in botte di legno, affinamento di 12 mesi in tonneaux vecchie, 12 mesi in botti da 50 hl e ulteriori 24 mesi in bottiglia. Solforosa ai minimi ( solo 22.0 mg/l ) per 6.600 bottiglie.Sempre in retro-etichetta: NO a lieviti selezionati, enzimi, batteri malolattici, tannini aggiunti, disacida, chiarifica, filtrazione e gomma arabica.

Infinite le sollecitazioni sensoriali che promanano dal bicchiere. Colore rubino cupo e consistente. Impatto olfattivo magnetico, di carnosa intensità, con profumi sontuosi di frutti rossi ( ciliegia in primis ) al pieno della maturazione per passare a note di macchia mediterranea, liquirizia, grafite e cenere spenta, Tannini e acidità autorevoli conferiscono al campione volume, gusto , dinamismo e sapidità per una beva possente. Immenso. il vino dolce a seguire è quasi annichilito.

Ai piedi dei Pirenei nasce La “Magendia” 2015 di CLOS LAPEYRE, vino da uve surmature della denominazione Jurancon. L’ assoluto rispetto dei ritmi e delle trasformazioni naturali hanno prodotto un vino appena abboccato, dinamico e sapido in bocca, dove acidità e mineralità sono presenti. I profumi sono intriganti ed insoliti. Ma dopo Tecce le papille gustative non hanno potuto e forse voluto registrare altro.

Prima che le vacanze producano il naturale affievolimento delle tensioni buone e cattive che ci animano, prima che i sensi scivolino in quel torpore generato  dal temporaneo abbandono dei livelli consueti d’attenzione, con l’amico Antonio Lioce ci concediamo da sempre un ideale “rompete le righe” enoico con lo Champagne. “Agli Archi di Villa Maria”, ristorante inedito dove andiamo per la prima volta , sulla Strada Provinciale 115 che unisce Foggia a Troia, e che costituisce l’ultima scommessa dello chef Nicola Russo del ristorante foggiano “Al Primo Piano”, portiamo un paio di bottiglie . Lo schema è semplice: lui cucina per noi sempre qualcosa di diverso e noi ne approfittiamo per scoprire qualche chicca enoica. Quest’anno è la volta di BERGERONNEAU-MARION e della sua cuvée prestige: “Clos des Bergeronneau”. Recoltant Manipulant, 15 ettari per 90.000 bottiglie, il nostro ha la sede aziendale in Rue de la Prévoté, civico 22, a VILLE-DOMMANGE, villaggio insigne della Montagne de Reims. Il Pinot Meunier fa la parte del leone nelle vigne che si estendono fino al “Massif de Saint Thierry”. Degna di nota la scelta di non usare più la chimica per scortare, dalla vigna fino in cantina, la nascita dello champagne. L’inerbimento tra i filari rende i vigneti ameni quanto un giardino. Le fermentazioni in legni usati e nuovi recano spessore e complessità ai vini prodotti. “Clos des Bergeronneau” (2,10 ha) è nato nel 2007. Cintato da mura del XIX secolo, è composto per il 75% da Pinot Meunier e per il 25% da Pinot Nero, con viti di età oscillante tra i  65 e i 70 anni . Circondato da ringhiere, siepi e pareti basse magnificamente rinnovate, è un  posto magico che offre uno spettacolo incomparabile su questa parte del vigneto della Champagne situata a una decina di chilometri da Reims e quasi a venti da Epernay. Florent Bergeronneau e sua moglie, Veronique Marion,  sono gli attuali proprietari del “clos”. Figli di vigneron con diversi rami nel villaggio di Villedommange, a sud-ovest di Reims, hanno scelto le  botti di rovere per far maturare i loro gioielli. Dal “clos” si ricavano circa 7000 bottiglie dell’omonima cuvée realizzate esclusivamente con il pinot meunier.

Quel che colpisce subito è l’utilizzo di “muselet” ancestrali in corda di canapa e sigillo di cera.  Il bel colore brillante e luminoso dei campioni alla beva, millesimi 2008 e 2009, ci introduce ad una ricchezza olfattiva che richiede tempo e spazio per dipanarsi. In comune i campioni  hanno quanto segue: lievi note ossidative di  frutta secca, dapprima discrete poi più decise,  che introducono alla dolcezza della crema pasticcera, l’eleganza della tostatura e un ricordo di scorza d’agrume. La bocca rivela tutta la loro forza vitale, sublimata da una vibrante mineralità. Tuttavia c’è differenza tra i due millesimi. Nel lungo affinamento il 2008, complice un’annata eccezionale, ha sviluppato le sue nuances ad un registro superiore rispetto al 2009 e risulta più performante in pressochè tutti i parametri. Ma il suo equilibrio  non è ancora compiuto. Nella selva del suo complesso terziario  persino una nota d’incenso fa capolino ed introduce ad un finale interminabile. Ma sono gli strali olfattivi  che lo fanno sembrare un distillato  ad impressionare di più. C’è comunque da aspettarsi un ulteriore cambiamento verso complessità ancora più eteree e rarefatte. Il 2009 è invece di una soavità eccezionale dal punto di vista olfattivo, con note iodate e torbate in evidenza,  e di una rotondità esemplare da un punto di vista gustativo. E’ il suo momento e in fase di giudizio lo fa valere. Meglio il 2009 rispetto al 2008? A questo stadio della parabola evolutiva di entrambi forse sì.

Che scoperta il “Clos des Bergeronneau” ! Che coppia d’assi il binomio BERGERONNEAU-MARION! Lunga vita allo Champagne e a quei vigneron che ne hanno costruito la gloria con il culto della qualità, della professionalità e, nella fattispecie, della bellezza.

RT

“ E’  nato un nuovo gruppo di “gaudenti”! Traendo ispirazione dalla natura dei loro più profondi e malcelati intenti si chiameranno “Gli Sfracanati”, al secolo Maurizio Romano, Francesco Gorgoglione, Giuseppe Nazzaro, Massimo Galantini, Carlo Basetti e il sottoscritto…” Era il 16 Ottobre del 2013, e cominciava un’avventura a sfondo enoico che, in maniera intermittente, dura tutt’ora. Al gruppo si è aggiunto Massimo Penna e di volta in volta si decide il da farsi con un’unica, fissa, stella polare: il vino. Sono le grandi bottiglie di vino le vere protagoniste del nostro “Simposio”. Non occorre inventarsi chissà cosa per imbastire una degustazione degna di questo nome. Basta recarsi in un luogo dove si mangi bene e ci sia una cantina fornita: l’Osteria Varanalle di Ariano Irpino fa al caso nostro. Poi, basta vincere facile, e proporre  in rapida successione dei sicuri campioni enoici. Nella fattispecie, ecco la nostra scelta per la bevuta odierna : Barolo Castellero 2015 – F.lli BARALE,  Castel del Monte Nero di Troia Riserva 2012 “OTTAGONO” – TORREVENTO, Montepulciano d’Abruzzo 2012 – Emidio PEPE, Brunello di Montalcino 2005 – LE CHIUSE.

Sergio Barale guida l’azienda omonima dal 1985.  Questa storica realtà è stata fondata nel 1870 . Ubicata nel cuore del paese di Barolo, in via Roma, ha recentemente ottenuto la certificazione biologica in forza di scelte agronomiche ed enologiche ben precise: letame come concime, utilizzo di lieviti indigeni, rame e zolfo come fitofarmaci, diserbo meccanico, utilizzo esiziale della solforosa, lunghe macerazioni e  affinamenti in botti grandi. Da viti vecchie di 40 anni, da una vigna che giace sull’argilla e sul limo del cru “Castellero”, Sergio Barale produce un elegante Barolo che mutua dalla contigua “Bussia” di Monforte il corpo e dal prospiciente “Cannubi” l’anima . 

Ottenuto da una selezione di uve “Nero di Troia” , coltivate nei pressi di Castel del Monte  nel vigneto della “Piana di San Giuseppe”, il Castel del Monte Nero di Troia Riserva 2012 “OTTAGONO” è il fiore all’occhiello della produzione vitivinicola dell’Azienda Torrevento di Francesco Liantonio, a Corato ( BA ). Da una realtà gigantesca ( l’azienda gestisce circa 500 ettari di terreni ) , L’Ottagono è un vino minuzioso e preciso, dal naso profondo, carnoso e balsamico. Matura in botti grandi di rovere per 12 mesi. Parte dell’Azienda Torrevento è a conduzione biologica.

Quando si parla di Emidio Pepe si parla di una tradizione quasi unica: una realtà vitivinicola biologica e biodinamica prima di ogni moda e senza il bisogno di certificazioni. Fondata nel 1964, l’azienda è situata a Torano Nuovo, comune della provincia teramana dal microclima influenzato sia dalle brezze marine del vicino Adriatico, sia dalle correnti fredde che spirano dalle incombenti vette del Gran Sasso. Le vigne , ormai di cinquant’anni, sono impiantate su suoli argillosi e calcarei, ricchi di minerali.  Ma la differenza la fa l’uomo: conduzione agronomica e trasformazione enologica rispettanti le più antiche tradizioni contadine, grappoli pigiati con i piedi, fermentazione svolta in vasche di cemento vetrificato senza aggiunta di lieviti né di solforosa, sosta del vinificato in serbatoi di cemento per 24 mesi. Segue l’imbottigliamento senza nessuna filtrazione .
Si scrive “Le Chiuse”, si legge BIONDI-SANTI. Il podere, costituito da 18 ettari complessivi divisi tra bosco, vigneti ed oliveti, faceva parte dei possedimenti della famiglia che ha inventato il Brunello di Montalcino. Infatti quando Maria Tamanti, nel 1700, sposò Clemente Santi, considerato l’iniziatore di quell’avventura che sancì la nascita del capolavoro vinicolo  ilcinese per eccellenza, portò in dote la tenuta. Poi la loro figlia Caterina sposò Jacopo Biondi ed il primogenito Ferruccio, rispettando il volere della madre,  aggiunse il cognome materno “Santi” al suo. Ferruccio Biondi-Santi continuò l’opera del nonno Clemente, selezionando quel particolare clone di Sangiovese grosso da cui ebbe origine il Brunello. Ma fu il figlio Tancredi a proiettare il Brunello nella Storia dei grandi vini del pianeta. Proprio dal Podere “Le Chiuse” Tancredi era solito selezionare parte delle uve utilizzate per le sue Riserve di Brunello di Montalcino. La tenuta fu poi lasciata in dote alla figlia Fiorella con la raccomandazione di non venderla mai. Infatti, fino alla metà degli anni ottanta, le vigne sono state cedute in affitto al fratello di Fiorella, Franco Biondi-Santi, padre dell’attuale amministratore della tenuta del Greppo, Jacopo Biondi-Santi ( la maggioranza azionaria, essendo la Biondi-Santi una SPA,  è passata in altre mani ). Alla morte di Fiorella nel 1986 sua figlia Simonetta Valiani ha ereditato “Le Chiuse”. E col marito Nicolò Magnelli ed il figlio Lorenzo ha cominciato a produrre per proprio conto il Brunello “Le Chiuse”. I vigneti sono diretti discendenti delle vigne di nonno Tancredi e la qualità dei vini è conseguenziale a simili presupposti umani e materiali.

Il campione di giornata è stato, senza alcun dubbio, il Brunello di Montalcino 2005 “Le Chiuse”. Elegante , raffinato, profumato, corposo, delizioso, interminabile. Gli altri vini, fatta eccezione per la prorompenza animale del Montepulciano di Pepe, sono letteralmente svaniti nella fumèa del ricordo. Il Barolo era troppo giovane. Il Nero di Troia troppo rustico. Il Montepulciano è un vino materico ed umorale, dal grande impatto emozionale. Ma il Brunello 2005 “Le Chiuse” è stato il vino con la maiuscola, quello che non teme confronti , quello che ti fa pensare di fermarti nella ricerca ed esclamare l’EST!EST!!EST!!! del prode scudiero Martino che, intorno al 1100, aveva l’incarico di precedere il corteo del Monsignor Johannes Fogger ( o Fugger o Deuc o Defuk che dir si voglia: non tutti erano d’accordo sul suo nome! ) e marchiare con un EST! , vale a dire “c’è” , tutte le locande dove veniva servito vino buono. La leggenda narra che solo una volta utilizzò una triplice esclamazione , sulla strada per Montefiascone, nei pressi del lago di Bolsena. EST! EST!! EST!!!  per il Brunello 2005 “Le Chiuse” dunque,  salvo poi ripartire, perchè il vero appassionato fa così, sulle tracce dell’immigliorabile vinicolo.

RT

La nostra vita non è tutta raccolta in un unico luogo ma, come capita per quei pittori la cui opera è dispersa in diversi musei, una certa rimembranza, un’esperienza, una scheggia di pura esistenza spirituale, potrebbero rimanere incagliate in un posto speciale che sia diverso dalla nostra abituale dimora . Sovente questi angoli di mondo li si sente chiamare luoghi dell’anima.  Lì , in apparenza, parrebbe non essere rimasto nulla di te. Ma basta tornarci  per  far riaffiorare un ininterrotto fraseggio interiore . Un frammento della mia anima è rimasto per sempre a Vignanotica. Ed ogni anno mi reco a fargli visita e a ricongiungermi ad esso. Sulla litoranea che da Mattinata conduce a Vieste, a circa 20 Km. da Vieste, quella deviazione che si apre a destra su di un ampio slargo asfaltato da cui si diparte una ripida stradina in viva discesa, introduce il viaggiatore al paradiso garganico per eccellenza. Dopo alcuni brevi tornanti e lunghi rettilinei precipiti verso il fondovalle, parte un sentiero ricoperto di ghiaia attraverso una folta macchia mediterranea punteggiata di pini d’Aleppo, fino alla Baia: una spiaggia inondata di sole, tra enormi falesie, vi si staglia da millenni all’orizzonte . Oh, luce di Vignanotica, dove le ombre mentiscono buio! Fammi diventare, corpo e anima , parte del tuo corpo; fa che io mi perda nel fatto di essere mera essenza e diventi luce anch’io, senza aspettare che altri “soli” futuri attenuino le tenebre delle mie angosce. Vignanotica non è per me sul Gargano il solo luogo dell’anima . Composta da due spiagge attigue, vegliate da uno spuntone di roccia ed entrambe composte di ghiaia, la località conosciuta come “Fontana delle Rose”, per via della presenza di  un’antica sorgente d’acqua dolce detta “Acqua delle Rose”, è uno splendido scorcio di natura incontaminata alla base di Monte Scapone, in contrada “Mattinatella” , incorniciato da bianche falesie. Lì campeggia l’affascinante Lido-Ristorante “CALA ROSA” gestito con grazia e professionalità da Antonia Ciuffreda: è il nostro nuovo approdo per l’evento consueto che mi vede ogni anno celebrare lo champagne in compagnia di Antonio Lioce.  

” CALA ROSA”

Nel comune di Verzenay, nella Montagne de Reims,  si trova “La Mouzonnerie”, una fattoria familiare di tre ettari dedicata alla viticoltura. E’ questa la sede della maison JEAN CLAUDE MOUZON . A condurla, Frédérique, figlia di Jean-Claude Mouzon, e suo marito Cédric Lahémade. La casa  ha una gamma di sette champagne. Tra le sue cuvées, “Les Déliés” simboleggia appieno lo spirito della maison. Una collezione di annate di un singolo vitigno, affinata in botti di rovere e classificata come Grand Cru. Questi gioielli enologici hanno la particolarità di non essere dosati. La “CUVEE LES DELIES 2004” che ci apprestiamo a degustare è  100% Chardonnay .

” Les Déliés” 2004

Nel cuore della Côte de Blancs, la Maison Jacquesson  possiede tre vigneti, piantati tra il 1962 ed il 1983 e orientati a sud-est: CHAMP CAIN , LA FOSSE, NEMERY.
Grazie alle condizioni climatiche del 1995 e ad una  viticoltura meticolosa, si produssero grappoli ben aerati e con una maturazione ottimale, con oltre 10° alcolici potenziali combinati ad un’acidità superiore ai 9 gr/l.
Vinificato in botti di rovere da 40 e 75 ettolitri, una parte dell’assemblaggio fu messo in bottiglia il 30 Maggio 1996 per diventare “ Avize Grand Cru 1995”. La maggior parte della cuvée è stata sboccata tra il 2001 e il 2004 per essere commercializzata in quell’epoca. L’Avize Grand Cru 1995 si dimostrò uno dei vini migliori mai prodotti fino ad allora da Jacquesson, e per questo si prese la decisione di conservare una piccola quantità di bottiglie per un ulteriore invecchiamento sui lieviti in vista di un “dégorgement  tardif” .
Circa 3000 bottiglie furono tappate a sughero per migliorare il potenziale aromatico del vino: grazie a questo procedimento la maison intese favorire l’insorgenza di ulteriori aromi terziari, perfettamente fusi alla freschezza conservata.
La sboccatura dell’Avize Grand Cru 1995 “Dégorgement Tardif”  è stata fatta nel Giugno 2010, dopo  14 anni di invecchiamento sui lieviti. Poche bottiglie residue sono rimaste in cantina in attesa del dégorgement. Adesso è qui a portata delle nostre papille gustative la versione sboccata in una manciata di esemplari ( forse 36 ) nell’Ottobre 2017, dopo circa 22 anni sui lieviti.

“Avize Grand Cru” 1995 D.T.

Roederer è una delle sole quattro maison della Champagne ad essere in mano ai discendenti del fondatore. Nella fattispecie è quel Louis Roederer che le diede vita  nel 1833 dopo aver rilevato dallo zio la “Schreider”, maison fondata nel 1776. Oggi la “Louis Roederer” è guidata da Frédéric  Rouzaud, settima generazione della famiglia. La maison ha intrapreso nel 2000 la sperimentazione parallela di agricoltura biologica e biodinamica e, dopo quattro anni, è iniziata una conversione agronomica che copre  più di trenta ettari. Lo champagne “Brut Premier” è sempre  stato un minuzioso e delizioso assemblaggio dei vitigni classici della Champagne e il biglietto di presentazione della maison. E’ forse il migliore della sua categoria. Ma questo che ci apprestiamo a stappare ha una particolarità: la bottiglia risale alla fine degli anni ottanta…..

Brut Premier

Non abbiamo mai amato fare classifiche fra campioni che meriterebbero tutti un plauso per le qualità organolettiche sciorinate. Ma stavolta due sono le sorprese: la tenuta virtuosa ( non quindi semplice sopravvivenza ) del “Brut Premier” di Roederer e soprattutto la splendida performance della cuvée di Mouzon. Nella versione 100% chardonnay del 2004,  “Les Déliés” all’olfazione  ha mostrato qualsiasi cosa: oltre ai profumi  d’ordinanza che ogni champagne corretto effonde , sentori  burrosi, suadenti e fragranti,   si avvicendavano a strali minerali, fumosi e torbati,  per virare poi su note da vino fortificato in tutte le declinazioni dello Sherry e del Porto. Al gusto la nota agrumata movimentava la beva rendendola golosa. Complessità in definitiva parossistica su di una base acida di splendida tessitura, integrata nel tutto e non il tagliente solista che spesso imperversa in tanti champagne anche blasonati. Superbo dalla prima all’ultima goccia il gioiello di casa Mouzon! Non viene nemmeno voglia di parlare degli altri campioni che ne sono stati, almeno in parte, oscurati. Ma se  il “Brut Premier”  ha fatto una bellissima figura con la sua serena evoluzione, la vera delusione è stata la bottiglia di Jacquesson. Dov’era la complessità promessa da un sì lungo riposo sur-lie? A cosa servirebbe il “Dégorgement Tardif” visto che il prodotto degustato, tecnicamente ineccepibile, è risultato  godibile ma fresco e povero di veri spunti emozionali ? Non si compra un D.T. per entrare in panetteria, in pasticceria e poi dire che è solamente buono. Meno male che c’è stato in precedenza  “Les Déliés”  e stavamo a “Fontana delle Rose”. Ad accrescere l’incanto del momento il contesto naturale mozzafiato, la cucina sfiziosa ed intrigante del Ristorante “Cala Rosa” e l’atmosfera calda ed accogliente che i gestori hanno saputo creare in forza di una squisita umanità . Giornata indimenticabile a “Fontana delle Rose”, la prima volta senza Vignanotica.

Quanti conoscono per davvero il vitigno “PIGNOLO” ? In pochi, per via della Storia complessa e per la rarità del prodotto. Ma procediamo con ordine. Diffuso prevalentemente nella Doc Colli Orientali del Friuli e nella sottozona Pignolo di Rosazzo, è un vitigno a bacca nera dal grappolo piccolo, serrato, di forma cilindrica e dall’acino piccolo, rotondo e pruinoso. E’ spesso, coriaceo, scuro. Leggermente tannico al palato. Di contro ha una polpa dolce e suadente. Le rese sono naturalmente molto basse, tre o quattro grappoli per pianta che significa tra i 250 grammi e il mezzo chilo per ceppo, per via delle difficoltà di allegagione che provocano una certa incostanza nella sua produttività. Il suo nome? Chi lo attribuisce alla sua scarsa generosità, chi alla forma caratteristica del grappolo simile a una pigna. Questi “difetti” sono diventati in realtà un grande pregio poiché il Pignolo è un vino ottenuto da bassa resa, ricchissimo di tannino, ben disposto alla sosta per lunghi anni in botte. Il Pignolo è presente in Friuli almeno dal 1422, data che compare su un documento che elenca il pagamento in vino di un terreno in affitto a San Giovanni di Manzano. Solo nei primi decenni dell’Ottocento si può leggere qualche nota che ne esalta i pregi. Nel 1939 il Poggi scrive: “ vecchio vitigno friulano, quasi scomparso per la limitata produttività e per la scarsa resistenza all’oidium. Si trovano esemplari ancora su piede franco sulle colline di Rosazzo…” e poi cita un precedente commento del professor Dalmasso che ne aveva intuito le potenzialità: “…tipo singolare di vino: di lusso”. Guido Poggi, nel suo Atlante ampelografico delle varietà friulane, prosegue tessendo lodi al Pignolo, ma pronosticando la sua sicura scomparsa. Negli anni Quaranta il Pignolo fece perdere le sue tracce. Sembrava che il Poggi avesse preconizzato il giusto. Furono Girolamo Dorigo e Walter Filiputti, quest’ultimo subentrato nell’amministrazione dell’Abbazia di Rosazzo, a ritrovare il Pignolo. Erano i primi anni Settanta. Del “Pignolo” parlavano tutti ma nessuno l’aveva mai assaggiato. Alcune indiscrezioni segnalavano che qualche vite era ancora presente nella Badia di Rosazzo. Don Luigi Nadalutti, l’Abate, era assillato dalle richieste di barbatelle che non esistevano. Filiputti scrive: “ nel ’78 feci l’amara scoperta: di viti ve n’erano solo due, appoggiate al vecchio muro che guarda a mezzogiorno. Da quelle due viti partimmo per recuperare il Pignolo di Rosazzo”. In solido con Girolamo Dorigo, si diede vita ad una grande operazione di archeologia ampelografica e da quelle due piante si realizzò, faticosamente, il primo vigneto di Pignolo.
Qual è il presente del “PIGNOLO” ? Tanti valenti vinificatori si sono cimentati nella sua produzione e c’è qualcuno che lo considera il più grande tra i vitigni autoctoni friulani a bacca rossa. Tra questi il vulcanico Fulvio Bressan. Per lui il “ Pignol “ è stato amore a prima vista. I BRESSAN sono da secoli contadini “vigneron” negli areali di Farra d’Isonzo e Mariano del Friuli. Il Pignolo, in particolare, è allevato in piccole parcelle in località “Corona”, frazione del comune di Mariano del Friuli. Quando si visitano le vigne di Bressan sembra di stare nella valle del Rodano, per la presenza di ciottoli tra i filari, ciottoli depositati nel suo sempiterno scorrere dall’Isonzo, che accumulano calore di giorno e lo rilasciano di notte. I vigneti vengono costantemente arati, le rese tenute basse non per vendemmia verde, ma per potatura cortissima: poche gemme, pertanto pochi i grappoli che cresceranno su ogni pianta. Nessun inerbimento tra i filari, oggi così in voga, per consentire l’autonomia idrica delle vigne, uniche padrone del terreno che le ospita. Fermentazioni spontanee; tempi lunghi per macerazioni e affinamenti. In cantina si usano cemento e legno rigorosamente non tostato. L’imbottigliamento, effettuato a mano, attende la piena maturazione del vino che viene immesso sul mercato quando è ritenuto pronto, altra rarità in questi tempi consegnati alla fretta. Acidità, tannini, alcol e sali minerali sono nel “Pignol” di Bressan sempre copiosi ma il nettare esprime una complessa e compiuta armonia. Merito della mano enologica di Fulvio e della sua sensibilità degustativa che lo inducono a discernimenti sensoriali puntuali e precisi. Comprare un vino di Bressan è una garanzia: se è finito sugli scaffali è perché il suo facitore ha ritenuto che lo meritasse. Ci tiene alla faccia Fulvio! Quando si parla di vino è serissimo e competente. Per celebrare il “Pignol” di Bressan non poteva esserci occasione più propizia dell’uscita di una bottiglia molto speciale che Fulvio ha voluto dedicare al padre. Il “Pignol 1997 Nereo” esce in commercio dopo 21 anni dalla vendemmia e solo in formato Magnum (1,5 litri), a dimostrare di cosa è capace l’uva pignolo. Vedremo. L’occasione ce la dà l’amico chef Nicola Russo del ristorante “Al Primo Piano” di Foggia che ha avuto il fegato di spendere la cifra che è occorsa per comprare “Nereo” ed ha imbastito una cena, la “1° Cena Clandestina”, per fruirne le piacevolezze. L’attesa è celestiale.

Ad introdurlo, rintracciate nell’enoteca del ristorante, due annate del “Pignol” normale: 2001 e 2004. Non ce ne vogliano champagne e quant’altro ci capiterà di bere: “ubi maior, minor cessat”, si parla solo di pignolo. Lo schema produttivo generale di Fulvio Bressan riguardo al suo “Pignol” è il seguente: fermentazione e lunga macerazione sulle bucce per 30 giorni. Affinamento minimo in botti grandi di almeno 3 anni ed ulteriore sosta in bottiglia di 15 mesi. Produzione sulle 3.500 bottiglie. Siamo in otto: Rosario Tiso, Sergio Panunzio, Antonio Rotolo , Ettore Pacilli , Michele Solimando, Nicola Russo, Giuseppe Nazzaro e Massimo Penna. Dopo una splendida “magnum” di champagne, Brut Nature di Benoit Lahaye, procediamo alla beva dei rossi. Per gli apripista Pignol 2004 e Pignol 2001 un unico racconto. Alla vista mostrano un bel colore rosso rubino dai riflessi granato. Il naso è per entrambi intenso e complesso con profumi di fiori rossi macerati, frutta in confettura, pepe nero, mineralità terrosa e sbuffi mentolati. Il 2004 è più esuberante; il 2001 più austero. Il sorso è subito ricco e materico, di grande corpo e calore, con tannino e acidità perfettamente a loro agio in un quadro armonico compiuto. Sapidi, goduriosi e coinvolgenti fino all’ultima goccia. Che campioni! Avremmo potuto finire qui!! Ma si va verso il momento tanto atteso: è la volta del “Nereo”. Splendido rubino sondabile fissando lo sguardo sul cerchio vinoso sospeso nel bevante, smagliante in controluce, con l’unghia che si svolge in trasparenze. Naso profondissimo e disorientante con incenso, odore di sacrestia, erbe officinali, ricordi di frutti rossi macerati, pepe, tabacco, cuoio e cacao. E ancora cenere spenta, grafite, sottobosco e “humus”. Vibrante vigore balsamico; arcana mineralità. Al palato il tannino dov’è, tanto è setoso e ben intrecciato? Al gusto l’acidità dov’è, tanto è carezzevole e perfettamente integrata? La persistenza è interminabile. L’eleganza è suprema. Questo vino è un capolavoro! Grande Fulvio Bressan!!

Attoniti accogliamo la chiusa propostaci dal mastro birraio Michele Solimando, in accompagnamento ai dolci: Russian Imperial Stout “Alekseevna”, di sua produzione. E come un istante “deja vu”, mi sovviene il ricordo di un autunno lontano. Era il 2012 ed eravamo con gli amici di Slow Food ospiti del celeberrimo mastro birraio Teo Musso nella sua Piozzo, in provincia di Cuneo. L’inventore della “Baladin”, ad un certo punto della notte, si alzò e lanciò una sfida, ardua da raccogliere per astanti provati da giornate interminabili di degustazioni: chi vuol visitare il mio birrificio? Parimenti Michele Solimando, mosso da un improvviso slancio di passione, ha proposto, dopo cotanta serata, di visitare il suo nascente birrificio situato nel “Villaggio Artigiani” a Foggia. Abbiamo aderito entusiasti all’iniziativa e abbiamo appreso del progetto “FOVEA REVOLUTION”, l’intento di realizzare la prima birra al mondo di solo grano duro. L’abbiamo assaggiata in birrificio: ha il suo perché. Ma questa è già un’altra storia.