Rosario Tiso
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Rosario Tiso

Nato ad Ascoli Satriano in provincia di Foggia il 22 dicembre 1961, vivo a Foggia sin dall’infanzia. Dopo aver conseguito il diploma al Liceo Scientifico “A. Volta”, mi sono trasferito a Napoli per iscrivermi alla Facoltà di Economia e Commercio. Dopo la parentesi del militare e qualche anno sabbatico sono stato assunto in un’azienda aeronautica, “Leonardo” , già Alenia Aermacchi e Aeritalia ,dove lavoro tuttora. Marito e padre, da sempre considero il vino la mia isola felice, scrivendone fino ai prodromi della poesia. Sommelier, non ho perso occasione in questi anni di incrociare il bicchiere con quanti condividono la mia passione fondando diversi gruppi di bevitori:”La Setta dei Bevitori Estinti””Gli Amici di Casa Marino”, ”I Bevitori Randagi”, ”Il Simposio dei Gaudenti”, “Bevitori d’Alta Quota” e “Gli Sfracanati”. Adesso, come ultimo approdo eno-filosofico , mi considero un “Bevitore ecumenico” . In regime di auto- pubblicazione (www.lulu.com) ho licenziato alle stampe diversi libri di stampo enoico:”Parlando di vino”,”La Setta dei Bevitori estinti”,”Gli Amici di Casa Marino”,”Non tutti sono Bevitori Randagi”, ”Bevitori d’Alta quota”, ”Opus Wine”, ”In viaggio con Slow-food”, ”Amarcord: storie di amori etilici, di infatuazioni enoiche e di bevute”, “Gli Sfracanati”.

Perché accada qualcosa di importante sulla scena del mondo ci vuole essenzialmente un grande uomo con un grande sogno. Solo il visionario, con capacità quasi rabdomantiche,  fa le cose giuste, al momento e nel luogo giusto, per estrapolare dalla realtà quanto di buono ha in serbo per chi ha il coraggio di dissotterrarne i tesori. Non si fa ristorazione di qualità se non si possiede un’idea che guidi l’azione, se non ci si sofferma a misurare l’impresa,  scegliendo una squadra all’altezza del compito, il posto accattivante, e soprattutto il piano emozionale a cui si intende accedere con tutte le proprie forze. Allo stesso modo non si fa un grande vino svolgendo diligentemente il compitino della Tradizione, della Tipicità e della Territorialità. Ci vuole uno sforzo creativo unico ed irripetibile. Perché ci sono vini fatti per conquistare, che ruotano la coda come il pavone. Ce ne sono altri invece che non si curano di un’amabilità superficiale, di quel cicaleccio servile che impressiona favorevolmente di primo acchito il degustatore .Quei nettari che son capaci di andare ben al di là delle apparenze sono i soli vini che finiscono per entusiasmare , che rappresentano una sorta di compendio di quanto di buono e di bello l’arte enologica, dalla conduzione agronomica alla trasformazione in cantina, è stata capace di fare negli ultimi anni, vini dalla perfezione formale e dalla ricchezza sostanziale, collocabili ai margini superiori di tutte le scale di giudizio esistenti e sotto tutti i punti di vista vagliabili.

Ai “ 5 SENSI “ del patron Pietro ( ovvero Pedro Parietti Almeida ) e dello chef Domenico Grasso, in quel di S. Severo, noi superstiti del gruppo “Gli Sfracanati” abbiamo intercettato l’ennesima, favorevole congiuntura astrale nel piccolo e ricercato universo dei luoghi dove riposano le eccellenze eno-gastronomiche. Passione, competenza, amabilità, arte culinaria e grande cantina hanno conquistato i nostri esigenti palati. Ai “5 sensi” Il cibo ci ha deliziati e lo chef Domenico Grasso è, senza tema di smentita, uno degli astri più fulgenti che la ristorazione della Provincia di Foggia possa vantare attualmente. Il locale, frutto dell’opera sapiente, competente e certosina del titolare Pietro, veste innanzitutto la livrea dell’enoteca, rivestito com’è lungo le pareti di bottiglie, ed incarna lo spirito dell’alcova, essendo caldo ed accogliente quel tanto che basta a farti dimenticare la realtà che impazza fuori dal locale. Cominciamo la beva con un omaggio alla terra che ci ospita: il PAS DOSE’ di d’ARAPRI. Nulla potremmo aggiungere alla fama acquisita dalla bollicina sanseverese se non confermare la bontà dell’intuizione primigenia di ottenere un metodo classico dall’umile bombino bianco. I vini sono degustati seguendo un ideale crescendo gustativo. Alla syrah/grenache del Rodano risponde la migliore syrah italiana: quella di Stefano Amerighi. “ La Tournèe” 2017 rouge di FERRATON è un vino dalla beva irresistibile. La maison Ferraton Père & Fils è una realtà molto importante nella Valle del Rodano. Ha il quartier generale a Tain-l’Hermitage e produce in regime biodinamico grandi vini  nelle “appellation”  Côte-Rôtie, Condrieu, Cornas e Châteauneuf-du-Pape. “La Tournée”,  che va sotto la menzione generica di Vin de France,  è il vino più semplice ed immediato che produce. Nonostante le scarse pretese ha nella bevibilità, nella franchezza del frutto e in un godurioso velo speziato tutto il suo appeal. Con Stefano Amerighi e la sua Syrah 2011 si torna al concetto di grande uomo portatore di un grande sogno. La sua passione nasce dai vari assaggi de “Il Bosco”, Syrah prodotta da Tenimenti D’Alessandro, di cui le annate ’93 e ’94 sono state dei veri e propri fari nella gioventù di Stefano. Poi il viaggio in Francia nella zona del Rodano dove ha potuto apprezzare le numerose e accattivanti declinazioni della syrah nella sua patria d’elezione. Da lì l’intento di concentrare in un unico vino tutto quanto la syrah è capace d’esprimere. Dai suoi circa  7 ettari di terreno a Poggiobello di Farneta, tra Cortona e Montepulciano, quasi completamente occupati da Syrah (4000 mq2 di Sangiovese), coltivato secondo i dettami dell’agricoltura biodinamica, prendono le mosse ben 17 vinificazioni differenti, ciascuna con una propria dinamica e lavorazione. La fermentazione delle uve è rigorosamente spontanea senza quindi l’aggiunta di lieviti e solforosa. Il contatto con le bucce varia dai 18 ai 35 giorni. L’affinamento avviene per circa il 40% della produzione nel cemento. La restante parte nel legno in botti che ormai hanno perso la loro parte aromatica. La sua Syrah 2011? Colore rubino brillante; note di frutti rossi, pepe nero, violetta e macchia mediterranea al naso; grande corpo, tannini levigati e stimolante vena acida in bocca. In sintesi: una delizia.

Il Kurni di Marco Casolanetti ed Eleonora Rossi è stato un vino “mito”  fino a qualche tempo fa. Ora annovera numerosi detrattori che gli rimproverano di non essere alla moda , perché nessuno vuole più vini così corposi e mastodontici nell’estratto e nella struttura e, a detta loro, poco equilibrati e dalla beva faticosa. A noi invece il Kurni 2012 è piaciuto molto. Le rese esiziali, la viticoltura estrema, le scelte agronomiche naturali, l’utilizzo del 200% di legni nuovi in affinamento per il doppio passaggio in botti piccole, giustificano  un esito sensoriale caleidoscopico, una ridda di profumi e gusti  ricca, complessa e fascinosa. E’ inutile inseguire ulteriori raggiungimenti, ambire a ipotetici futuri radiosi. Nel Kurni 2012 è già tutto scoperto, scintillante, pronto, estroverso; amarena, prugna, violetta, menta, sottobosco, vaniglia, caffè e cioccolato. Finale soavemente dolce. Cosa pretendere di più? Cosa aspettare oltre? Al momento di gustare il dessert , un’altra grande sorpresa: il Pedro Ximenez Solera 1927 di ALVEAR. Bevuta oltre un decennio fa, la Solera 1927 è adesso un vino magico, ammaliante, densissimo, concentrato, dolcissimo, morbido, deciso ed ineguagliabile. Chapeau. A far da bicchiere della staffa un’eccellente grappa di Masi. Difficile rintracciare il vino migliore del lotto. Mi verrebbe da assegnare un ex-aequo alla Syrah, al Kurni a al PX. Alla fine preferisco Amerighi e al vino prescelto, come di consueto, dedico il pezzo.

Lungi dall’essere dei semplici gaudenti eno-gastronomici, “Gli Sfracanati” ricercano innanzitutto quanto di poetico contiene l’umana esistenza. Quando si radunano, sono imprescindibili due condizioni, che si traducono poi in due compresenze: l’eccellente vino e il dialogo con il “genius loci” . La fede in quest’ultimo è fondamentale. Concetto astruso, si potrebbe definire come il misterioso e rarefatto senso del luogo e dell’istante, in cui convergono arcane e nuove sensazioni. Questo fraseggio interiore è alla base di ogni esperienza degli Sfracanati. All’Osteria Varanalle le nostre anime, espanse nel tentativo di abbracciare il mondo, si sentono a casa perché si sono allineate allo spirito del luogo. In Contrada Bosco, nei pressi di Ariano Irpino, si respira un’aria senza tempo e i colori dell’ambiente che circondano le poche e sparse abitazioni sembrano richiamare una sorta di cromatismo primordiale, tale è la sensazione di purezza che promana da ogni presenza animale e vegetale e persino dalle cose inanimate. La collinetta che si erge armoniosa di fronte alla terrazza del ristorante, nel candore di un silenzio raro e prezioso appena rotto dalla musica di un vento lieve che muove come dita delicate le foglie degli alberi, sembra richiamare atmosfere leopardiane. Alla fine, ad accrescere l’incanto, ci pensano la cucina e i vini dell’Osteria, che sono di tutto rispetto. L’incipit enoico stavolta l’abbiamo affidato ad uno dei più grandi vini bianchi italiani: il “Cervaro della Sala” di Antinori. Quanta storia, quanto fascino, quanta classe, quanta intraprendenza racchiude quest’etichetta. Con un occhio alla Francia e all’inimitabile charme di un Montrachet, Antinori e la sua discendenza, nel solco della più stringente e qualitativa tradizione, hanno voluto regalare all’Italia uno chardonnay archetipico, con il vezzo di una punta di grechetto in omaggio alla territorialità. Sulla strada che da Orvieto porta a Ficulle giganteggia il Castello della Sala. Costruito da Angelo Monaldeschi nella metà del Trecento, era l’edificio simbolo di questa importantissima famiglia longobarda che all’epoca rivaleggiò con i Filippeschi per il dominio della Rocca di Orvieto. Guelfi gli uni, Ghibellini gli altri, ebbero l’onore di una citazione dantesca nel Sesto Canto del Purgatorio nella Divina Commedia. I Monaldeschi erano divisi in quattro nuclei distinti: Cervara, del Cane, dell’Angelo e della Vipera. Solo un matrimonio tra i Cervara e i della Vipera pose fine alle ostilità interne alla famiglia. Nel ‘500 il Castello della Sala passò nelle mani dell’istituto benefico dell’Opera del Duomo di Orvieto e vi rimase fino alle confische delle proprietà ecclesiastiche seguite all’Unità d’Italia. Giungiamo così al 1940, quando il Marchese Niccolò Antinori lo acquistò e cominciò a produrre vini bianchi. Ma dobbiamo aspettare gli anni ’80 e Piero Antinori per il salto di qualità. Il “Cervaro della Sala” vide la luce a partire dall’annata 1985. Nella versione che abbiamo degustato, la 2011, si avvale dell’apporto di uve chardonnay per il 90% con un saldo di grechetto. Vinificazione e maturazione in barrique ammontano a sei mesi e 10 sono i mesi di affinamento in bottiglia. Etichetta simbolo e vanto per l’enologia regionale e nazionale, mette tutti d’accordo, tradizionalisti e innovatori, dal punto di vista organolettico ( avrebbe messo d’accordo persino i rivali Monaldeschi e Filippeschi… ). Il colore nel bevante è giallo oro. Al naso è ampio l’arco olfattivo, tra note fresche e terziarie; immenso il corpo; lunghissimo il finale. I pochi anni di invecchiamento hanno dotato il campione di una vasta gamma di sentori terziari dove fanno ancora capolino effluvi floreali e fruttati ammantati di un velo di ossidazione stimolante e gustoso. E’ tale la struttura del Cervaro che passare ai rossi è facile. Il Polvanera “16” 2014 racconta mirabilmente il Primitivo di Gioia del Colle. Adagiata su di uno spesso strato di roccia, la Vigna San Benedetto regala una materia di prim’ordine per un Primitivo suadente e verticale, più convesso che concavo, più dinamico che massivo. La beva è golosa e nel contempo facile. Quel che si suole definire mineralità è la sua nota più affascinante. Supremo l’equilibrio, forse il più equilibrato dei vini bevuti.

Appagati, ci accostiamo al fuoriclasse del giorno: “Purosangue” 2013, il nuovo Taurasi di Luigi Tecce. Il termine “demiurgo” ci viene in soccorso. Con Luigi Tecce si supera persino il concetto di vigneron. E’ un filosofo prima che un produttore vinicolo; è un gaudente prima che un profondo conoscitore del vino; è pervaso di religiosità più che di spirito artistico. E il suo vino è sangue della terra più di tutti i nettari mai bevuti finora. Primato legato all’uomo che si fa Natura e di concerto con essa crea capolavori. La retro-etichetta così recita: “ Questo vino è prodotto da una vigna di Aglianico coltivata nelle ex particelle 96 e 213 del foglio 14 del comune di Paternopoli. Il suolo è sabbioso-argilloso di natura calcarea, ricco di materiale piroclastico, con una altimetria di 500 metri sul livello del mare, ed esposizione a sud/ovest”. L’estensione del vigneto è di 1 ettaro, lavorato in naturale. Il tipo di impianto è il cordone speronato, con una densità di ceppi di 5000 per ettaro e una produzione di 35 hl. L’età delle viti è di 15 anni. La vendemmia è manuale. In cantina , ad una fermentazione spontanea segue una lunga macerazione in botte di legno, affinamento di 12 mesi in tonneaux vecchie, 12 mesi in botti da 50 hl e ulteriori 24 mesi in bottiglia. Solforosa ai minimi ( solo 22.0 mg/l ) per 6.600 bottiglie.Sempre in retro-etichetta: NO a lieviti selezionati, enzimi, batteri malolattici, tannini aggiunti, disacida, chiarifica, filtrazione e gomma arabica.

Infinite le sollecitazioni sensoriali che promanano dal bicchiere. Colore rubino cupo e consistente. Impatto olfattivo magnetico, di carnosa intensità, con profumi sontuosi di frutti rossi ( ciliegia in primis ) al pieno della maturazione per passare a note di macchia mediterranea, liquirizia, grafite e cenere spenta, Tannini e acidità autorevoli conferiscono al campione volume, gusto , dinamismo e sapidità per una beva possente. Immenso. il vino dolce a seguire è quasi annichilito.

Ai piedi dei Pirenei nasce La “Magendia” 2015 di CLOS LAPEYRE, vino da uve surmature della denominazione Jurancon. L’ assoluto rispetto dei ritmi e delle trasformazioni naturali hanno prodotto un vino appena abboccato, dinamico e sapido in bocca, dove acidità e mineralità sono presenti. I profumi sono intriganti ed insoliti. Ma dopo Tecce le papille gustative non hanno potuto e forse voluto registrare altro.

Prima che le vacanze producano il naturale affievolimento delle tensioni buone e cattive che ci animano, prima che i sensi scivolino in quel torpore generato  dal temporaneo abbandono dei livelli consueti d’attenzione, con l’amico Antonio Lioce ci concediamo da sempre un ideale “rompete le righe” enoico con lo Champagne. “Agli Archi di Villa Maria”, ristorante inedito dove andiamo per la prima volta , sulla Strada Provinciale 115 che unisce Foggia a Troia, e che costituisce l’ultima scommessa dello chef Nicola Russo del ristorante foggiano “Al Primo Piano”, portiamo un paio di bottiglie . Lo schema è semplice: lui cucina per noi sempre qualcosa di diverso e noi ne approfittiamo per scoprire qualche chicca enoica. Quest’anno è la volta di BERGERONNEAU-MARION e della sua cuvée prestige: “Clos des Bergeronneau”. Recoltant Manipulant, 15 ettari per 90.000 bottiglie, il nostro ha la sede aziendale in Rue de la Prévoté, civico 22, a VILLE-DOMMANGE, villaggio insigne della Montagne de Reims. Il Pinot Meunier fa la parte del leone nelle vigne che si estendono fino al “Massif de Saint Thierry”. Degna di nota la scelta di non usare più la chimica per scortare, dalla vigna fino in cantina, la nascita dello champagne. L’inerbimento tra i filari rende i vigneti ameni quanto un giardino. Le fermentazioni in legni usati e nuovi recano spessore e complessità ai vini prodotti. “Clos des Bergeronneau” (2,10 ha) è nato nel 2007. Cintato da mura del XIX secolo, è composto per il 75% da Pinot Meunier e per il 25% da Pinot Nero, con viti di età oscillante tra i  65 e i 70 anni . Circondato da ringhiere, siepi e pareti basse magnificamente rinnovate, è un  posto magico che offre uno spettacolo incomparabile su questa parte del vigneto della Champagne situata a una decina di chilometri da Reims e quasi a venti da Epernay. Florent Bergeronneau e sua moglie, Veronique Marion,  sono gli attuali proprietari del “clos”. Figli di vigneron con diversi rami nel villaggio di Villedommange, a sud-ovest di Reims, hanno scelto le  botti di rovere per far maturare i loro gioielli. Dal “clos” si ricavano circa 7000 bottiglie dell’omonima cuvée realizzate esclusivamente con il pinot meunier.

Quel che colpisce subito è l’utilizzo di “muselet” ancestrali in corda di canapa e sigillo di cera.  Il bel colore brillante e luminoso dei campioni alla beva, millesimi 2008 e 2009, ci introduce ad una ricchezza olfattiva che richiede tempo e spazio per dipanarsi. In comune i campioni  hanno quanto segue: lievi note ossidative di  frutta secca, dapprima discrete poi più decise,  che introducono alla dolcezza della crema pasticcera, l’eleganza della tostatura e un ricordo di scorza d’agrume. La bocca rivela tutta la loro forza vitale, sublimata da una vibrante mineralità. Tuttavia c’è differenza tra i due millesimi. Nel lungo affinamento il 2008, complice un’annata eccezionale, ha sviluppato le sue nuances ad un registro superiore rispetto al 2009 e risulta più performante in pressochè tutti i parametri. Ma il suo equilibrio  non è ancora compiuto. Nella selva del suo complesso terziario  persino una nota d’incenso fa capolino ed introduce ad un finale interminabile. Ma sono gli strali olfattivi  che lo fanno sembrare un distillato  ad impressionare di più. C’è comunque da aspettarsi un ulteriore cambiamento verso complessità ancora più eteree e rarefatte. Il 2009 è invece di una soavità eccezionale dal punto di vista olfattivo, con note iodate e torbate in evidenza,  e di una rotondità esemplare da un punto di vista gustativo. E’ il suo momento e in fase di giudizio lo fa valere. Meglio il 2009 rispetto al 2008? A questo stadio della parabola evolutiva di entrambi forse sì.

Che scoperta il “Clos des Bergeronneau” ! Che coppia d’assi il binomio BERGERONNEAU-MARION! Lunga vita allo Champagne e a quei vigneron che ne hanno costruito la gloria con il culto della qualità, della professionalità e, nella fattispecie, della bellezza.

RT

“ E’  nato un nuovo gruppo di “gaudenti”! Traendo ispirazione dalla natura dei loro più profondi e malcelati intenti si chiameranno “Gli Sfracanati”, al secolo Maurizio Romano, Francesco Gorgoglione, Giuseppe Nazzaro, Massimo Galantini, Carlo Basetti e il sottoscritto…” Era il 16 Ottobre del 2013, e cominciava un’avventura a sfondo enoico che, in maniera intermittente, dura tutt’ora. Al gruppo si è aggiunto Massimo Penna e di volta in volta si decide il da farsi con un’unica, fissa, stella polare: il vino. Sono le grandi bottiglie di vino le vere protagoniste del nostro “Simposio”. Non occorre inventarsi chissà cosa per imbastire una degustazione degna di questo nome. Basta recarsi in un luogo dove si mangi bene e ci sia una cantina fornita: l’Osteria Varanalle di Ariano Irpino fa al caso nostro. Poi, basta vincere facile, e proporre  in rapida successione dei sicuri campioni enoici. Nella fattispecie, ecco la nostra scelta per la bevuta odierna : Barolo Castellero 2015 – F.lli BARALE,  Castel del Monte Nero di Troia Riserva 2012 “OTTAGONO” – TORREVENTO, Montepulciano d’Abruzzo 2012 – Emidio PEPE, Brunello di Montalcino 2005 – LE CHIUSE.

Sergio Barale guida l’azienda omonima dal 1985.  Questa storica realtà è stata fondata nel 1870 . Ubicata nel cuore del paese di Barolo, in via Roma, ha recentemente ottenuto la certificazione biologica in forza di scelte agronomiche ed enologiche ben precise: letame come concime, utilizzo di lieviti indigeni, rame e zolfo come fitofarmaci, diserbo meccanico, utilizzo esiziale della solforosa, lunghe macerazioni e  affinamenti in botti grandi. Da viti vecchie di 40 anni, da una vigna che giace sull’argilla e sul limo del cru “Castellero”, Sergio Barale produce un elegante Barolo che mutua dalla contigua “Bussia” di Monforte il corpo e dal prospiciente “Cannubi” l’anima . 

Ottenuto da una selezione di uve “Nero di Troia” , coltivate nei pressi di Castel del Monte  nel vigneto della “Piana di San Giuseppe”, il Castel del Monte Nero di Troia Riserva 2012 “OTTAGONO” è il fiore all’occhiello della produzione vitivinicola dell’Azienda Torrevento di Francesco Liantonio, a Corato ( BA ). Da una realtà gigantesca ( l’azienda gestisce circa 500 ettari di terreni ) , L’Ottagono è un vino minuzioso e preciso, dal naso profondo, carnoso e balsamico. Matura in botti grandi di rovere per 12 mesi. Parte dell’Azienda Torrevento è a conduzione biologica.

Quando si parla di Emidio Pepe si parla di una tradizione quasi unica: una realtà vitivinicola biologica e biodinamica prima di ogni moda e senza il bisogno di certificazioni. Fondata nel 1964, l’azienda è situata a Torano Nuovo, comune della provincia teramana dal microclima influenzato sia dalle brezze marine del vicino Adriatico, sia dalle correnti fredde che spirano dalle incombenti vette del Gran Sasso. Le vigne , ormai di cinquant’anni, sono impiantate su suoli argillosi e calcarei, ricchi di minerali.  Ma la differenza la fa l’uomo: conduzione agronomica e trasformazione enologica rispettanti le più antiche tradizioni contadine, grappoli pigiati con i piedi, fermentazione svolta in vasche di cemento vetrificato senza aggiunta di lieviti né di solforosa, sosta del vinificato in serbatoi di cemento per 24 mesi. Segue l’imbottigliamento senza nessuna filtrazione .
Si scrive “Le Chiuse”, si legge BIONDI-SANTI. Il podere, costituito da 18 ettari complessivi divisi tra bosco, vigneti ed oliveti, faceva parte dei possedimenti della famiglia che ha inventato il Brunello di Montalcino. Infatti quando Maria Tamanti, nel 1700, sposò Clemente Santi, considerato l’iniziatore di quell’avventura che sancì la nascita del capolavoro vinicolo  ilcinese per eccellenza, portò in dote la tenuta. Poi la loro figlia Caterina sposò Jacopo Biondi ed il primogenito Ferruccio, rispettando il volere della madre,  aggiunse il cognome materno “Santi” al suo. Ferruccio Biondi-Santi continuò l’opera del nonno Clemente, selezionando quel particolare clone di Sangiovese grosso da cui ebbe origine il Brunello. Ma fu il figlio Tancredi a proiettare il Brunello nella Storia dei grandi vini del pianeta. Proprio dal Podere “Le Chiuse” Tancredi era solito selezionare parte delle uve utilizzate per le sue Riserve di Brunello di Montalcino. La tenuta fu poi lasciata in dote alla figlia Fiorella con la raccomandazione di non venderla mai. Infatti, fino alla metà degli anni ottanta, le vigne sono state cedute in affitto al fratello di Fiorella, Franco Biondi-Santi, padre dell’attuale amministratore della tenuta del Greppo, Jacopo Biondi-Santi ( la maggioranza azionaria, essendo la Biondi-Santi una SPA,  è passata in altre mani ). Alla morte di Fiorella nel 1986 sua figlia Simonetta Valiani ha ereditato “Le Chiuse”. E col marito Nicolò Magnelli ed il figlio Lorenzo ha cominciato a produrre per proprio conto il Brunello “Le Chiuse”. I vigneti sono diretti discendenti delle vigne di nonno Tancredi e la qualità dei vini è conseguenziale a simili presupposti umani e materiali.

Il campione di giornata è stato, senza alcun dubbio, il Brunello di Montalcino 2005 “Le Chiuse”. Elegante , raffinato, profumato, corposo, delizioso, interminabile. Gli altri vini, fatta eccezione per la prorompenza animale del Montepulciano di Pepe, sono letteralmente svaniti nella fumèa del ricordo. Il Barolo era troppo giovane. Il Nero di Troia troppo rustico. Il Montepulciano è un vino materico ed umorale, dal grande impatto emozionale. Ma il Brunello 2005 “Le Chiuse” è stato il vino con la maiuscola, quello che non teme confronti , quello che ti fa pensare di fermarti nella ricerca ed esclamare l’EST!EST!!EST!!! del prode scudiero Martino che, intorno al 1100, aveva l’incarico di precedere il corteo del Monsignor Johannes Fogger ( o Fugger o Deuc o Defuk che dir si voglia: non tutti erano d’accordo sul suo nome! ) e marchiare con un EST! , vale a dire “c’è” , tutte le locande dove veniva servito vino buono. La leggenda narra che solo una volta utilizzò una triplice esclamazione , sulla strada per Montefiascone, nei pressi del lago di Bolsena. EST! EST!! EST!!!  per il Brunello 2005 “Le Chiuse” dunque,  salvo poi ripartire, perchè il vero appassionato fa così, sulle tracce dell’immigliorabile vinicolo.

RT

La nostra vita non è tutta raccolta in un unico luogo ma, come capita per quei pittori la cui opera è dispersa in diversi musei, una certa rimembranza, un’esperienza, una scheggia di pura esistenza spirituale, potrebbero rimanere incagliate in un posto speciale che sia diverso dalla nostra abituale dimora . Sovente questi angoli di mondo li si sente chiamare luoghi dell’anima.  Lì , in apparenza, parrebbe non essere rimasto nulla di te. Ma basta tornarci  per  far riaffiorare un ininterrotto fraseggio interiore . Un frammento della mia anima è rimasto per sempre a Vignanotica. Ed ogni anno mi reco a fargli visita e a ricongiungermi ad esso. Sulla litoranea che da Mattinata conduce a Vieste, a circa 20 Km. da Vieste, quella deviazione che si apre a destra su di un ampio slargo asfaltato da cui si diparte una ripida stradina in viva discesa, introduce il viaggiatore al paradiso garganico per eccellenza. Dopo alcuni brevi tornanti e lunghi rettilinei precipiti verso il fondovalle, parte un sentiero ricoperto di ghiaia attraverso una folta macchia mediterranea punteggiata di pini d’Aleppo, fino alla Baia: una spiaggia inondata di sole, tra enormi falesie, vi si staglia da millenni all’orizzonte . Oh, luce di Vignanotica, dove le ombre mentiscono buio! Fammi diventare, corpo e anima , parte del tuo corpo; fa che io mi perda nel fatto di essere mera essenza e diventi luce anch’io, senza aspettare che altri “soli” futuri attenuino le tenebre delle mie angosce. Vignanotica non è per me sul Gargano il solo luogo dell’anima . Composta da due spiagge attigue, vegliate da uno spuntone di roccia ed entrambe composte di ghiaia, la località conosciuta come “Fontana delle Rose”, per via della presenza di  un’antica sorgente d’acqua dolce detta “Acqua delle Rose”, è uno splendido scorcio di natura incontaminata alla base di Monte Scapone, in contrada “Mattinatella” , incorniciato da bianche falesie. Lì campeggia l’affascinante Lido-Ristorante “CALA ROSA” gestito con grazia e professionalità da Antonia Ciuffreda: è il nostro nuovo approdo per l’evento consueto che mi vede ogni anno celebrare lo champagne in compagnia di Antonio Lioce.  

” CALA ROSA”

Nel comune di Verzenay, nella Montagne de Reims,  si trova “La Mouzonnerie”, una fattoria familiare di tre ettari dedicata alla viticoltura. E’ questa la sede della maison JEAN CLAUDE MOUZON . A condurla, Frédérique, figlia di Jean-Claude Mouzon, e suo marito Cédric Lahémade. La casa  ha una gamma di sette champagne. Tra le sue cuvées, “Les Déliés” simboleggia appieno lo spirito della maison. Una collezione di annate di un singolo vitigno, affinata in botti di rovere e classificata come Grand Cru. Questi gioielli enologici hanno la particolarità di non essere dosati. La “CUVEE LES DELIES 2004” che ci apprestiamo a degustare è  100% Chardonnay .

” Les Déliés” 2004

Nel cuore della Côte de Blancs, la Maison Jacquesson  possiede tre vigneti, piantati tra il 1962 ed il 1983 e orientati a sud-est: CHAMP CAIN , LA FOSSE, NEMERY.
Grazie alle condizioni climatiche del 1995 e ad una  viticoltura meticolosa, si produssero grappoli ben aerati e con una maturazione ottimale, con oltre 10° alcolici potenziali combinati ad un’acidità superiore ai 9 gr/l.
Vinificato in botti di rovere da 40 e 75 ettolitri, una parte dell’assemblaggio fu messo in bottiglia il 30 Maggio 1996 per diventare “ Avize Grand Cru 1995”. La maggior parte della cuvée è stata sboccata tra il 2001 e il 2004 per essere commercializzata in quell’epoca. L’Avize Grand Cru 1995 si dimostrò uno dei vini migliori mai prodotti fino ad allora da Jacquesson, e per questo si prese la decisione di conservare una piccola quantità di bottiglie per un ulteriore invecchiamento sui lieviti in vista di un “dégorgement  tardif” .
Circa 3000 bottiglie furono tappate a sughero per migliorare il potenziale aromatico del vino: grazie a questo procedimento la maison intese favorire l’insorgenza di ulteriori aromi terziari, perfettamente fusi alla freschezza conservata.
La sboccatura dell’Avize Grand Cru 1995 “Dégorgement Tardif”  è stata fatta nel Giugno 2010, dopo  14 anni di invecchiamento sui lieviti. Poche bottiglie residue sono rimaste in cantina in attesa del dégorgement. Adesso è qui a portata delle nostre papille gustative la versione sboccata in una manciata di esemplari ( forse 36 ) nell’Ottobre 2017, dopo circa 22 anni sui lieviti.

“Avize Grand Cru” 1995 D.T.

Roederer è una delle sole quattro maison della Champagne ad essere in mano ai discendenti del fondatore. Nella fattispecie è quel Louis Roederer che le diede vita  nel 1833 dopo aver rilevato dallo zio la “Schreider”, maison fondata nel 1776. Oggi la “Louis Roederer” è guidata da Frédéric  Rouzaud, settima generazione della famiglia. La maison ha intrapreso nel 2000 la sperimentazione parallela di agricoltura biologica e biodinamica e, dopo quattro anni, è iniziata una conversione agronomica che copre  più di trenta ettari. Lo champagne “Brut Premier” è sempre  stato un minuzioso e delizioso assemblaggio dei vitigni classici della Champagne e il biglietto di presentazione della maison. E’ forse il migliore della sua categoria. Ma questo che ci apprestiamo a stappare ha una particolarità: la bottiglia risale alla fine degli anni ottanta…..

Brut Premier

Non abbiamo mai amato fare classifiche fra campioni che meriterebbero tutti un plauso per le qualità organolettiche sciorinate. Ma stavolta due sono le sorprese: la tenuta virtuosa ( non quindi semplice sopravvivenza ) del “Brut Premier” di Roederer e soprattutto la splendida performance della cuvée di Mouzon. Nella versione 100% chardonnay del 2004,  “Les Déliés” all’olfazione  ha mostrato qualsiasi cosa: oltre ai profumi  d’ordinanza che ogni champagne corretto effonde , sentori  burrosi, suadenti e fragranti,   si avvicendavano a strali minerali, fumosi e torbati,  per virare poi su note da vino fortificato in tutte le declinazioni dello Sherry e del Porto. Al gusto la nota agrumata movimentava la beva rendendola golosa. Complessità in definitiva parossistica su di una base acida di splendida tessitura, integrata nel tutto e non il tagliente solista che spesso imperversa in tanti champagne anche blasonati. Superbo dalla prima all’ultima goccia il gioiello di casa Mouzon! Non viene nemmeno voglia di parlare degli altri campioni che ne sono stati, almeno in parte, oscurati. Ma se  il “Brut Premier”  ha fatto una bellissima figura con la sua serena evoluzione, la vera delusione è stata la bottiglia di Jacquesson. Dov’era la complessità promessa da un sì lungo riposo sur-lie? A cosa servirebbe il “Dégorgement Tardif” visto che il prodotto degustato, tecnicamente ineccepibile, è risultato  godibile ma fresco e povero di veri spunti emozionali ? Non si compra un D.T. per entrare in panetteria, in pasticceria e poi dire che è solamente buono. Meno male che c’è stato in precedenza  “Les Déliés”  e stavamo a “Fontana delle Rose”. Ad accrescere l’incanto del momento il contesto naturale mozzafiato, la cucina sfiziosa ed intrigante del Ristorante “Cala Rosa” e l’atmosfera calda ed accogliente che i gestori hanno saputo creare in forza di una squisita umanità . Giornata indimenticabile a “Fontana delle Rose”, la prima volta senza Vignanotica.

Quanti conoscono per davvero il vitigno “PIGNOLO” ? In pochi, per via della Storia complessa e per la rarità del prodotto. Ma procediamo con ordine. Diffuso prevalentemente nella Doc Colli Orientali del Friuli e nella sottozona Pignolo di Rosazzo, è un vitigno a bacca nera dal grappolo piccolo, serrato, di forma cilindrica e dall’acino piccolo, rotondo e pruinoso. E’ spesso, coriaceo, scuro. Leggermente tannico al palato. Di contro ha una polpa dolce e suadente. Le rese sono naturalmente molto basse, tre o quattro grappoli per pianta che significa tra i 250 grammi e il mezzo chilo per ceppo, per via delle difficoltà di allegagione che provocano una certa incostanza nella sua produttività. Il suo nome? Chi lo attribuisce alla sua scarsa generosità, chi alla forma caratteristica del grappolo simile a una pigna. Questi “difetti” sono diventati in realtà un grande pregio poiché il Pignolo è un vino ottenuto da bassa resa, ricchissimo di tannino, ben disposto alla sosta per lunghi anni in botte. Il Pignolo è presente in Friuli almeno dal 1422, data che compare su un documento che elenca il pagamento in vino di un terreno in affitto a San Giovanni di Manzano. Solo nei primi decenni dell’Ottocento si può leggere qualche nota che ne esalta i pregi. Nel 1939 il Poggi scrive: “ vecchio vitigno friulano, quasi scomparso per la limitata produttività e per la scarsa resistenza all’oidium. Si trovano esemplari ancora su piede franco sulle colline di Rosazzo…” e poi cita un precedente commento del professor Dalmasso che ne aveva intuito le potenzialità: “…tipo singolare di vino: di lusso”. Guido Poggi, nel suo Atlante ampelografico delle varietà friulane, prosegue tessendo lodi al Pignolo, ma pronosticando la sua sicura scomparsa. Negli anni Quaranta il Pignolo fece perdere le sue tracce. Sembrava che il Poggi avesse preconizzato il giusto. Furono Girolamo Dorigo e Walter Filiputti, quest’ultimo subentrato nell’amministrazione dell’Abbazia di Rosazzo, a ritrovare il Pignolo. Erano i primi anni Settanta. Del “Pignolo” parlavano tutti ma nessuno l’aveva mai assaggiato. Alcune indiscrezioni segnalavano che qualche vite era ancora presente nella Badia di Rosazzo. Don Luigi Nadalutti, l’Abate, era assillato dalle richieste di barbatelle che non esistevano. Filiputti scrive: “ nel ’78 feci l’amara scoperta: di viti ve n’erano solo due, appoggiate al vecchio muro che guarda a mezzogiorno. Da quelle due viti partimmo per recuperare il Pignolo di Rosazzo”. In solido con Girolamo Dorigo, si diede vita ad una grande operazione di archeologia ampelografica e da quelle due piante si realizzò, faticosamente, il primo vigneto di Pignolo.
Qual è il presente del “PIGNOLO” ? Tanti valenti vinificatori si sono cimentati nella sua produzione e c’è qualcuno che lo considera il più grande tra i vitigni autoctoni friulani a bacca rossa. Tra questi il vulcanico Fulvio Bressan. Per lui il “ Pignol “ è stato amore a prima vista. I BRESSAN sono da secoli contadini “vigneron” negli areali di Farra d’Isonzo e Mariano del Friuli. Il Pignolo, in particolare, è allevato in piccole parcelle in località “Corona”, frazione del comune di Mariano del Friuli. Quando si visitano le vigne di Bressan sembra di stare nella valle del Rodano, per la presenza di ciottoli tra i filari, ciottoli depositati nel suo sempiterno scorrere dall’Isonzo, che accumulano calore di giorno e lo rilasciano di notte. I vigneti vengono costantemente arati, le rese tenute basse non per vendemmia verde, ma per potatura cortissima: poche gemme, pertanto pochi i grappoli che cresceranno su ogni pianta. Nessun inerbimento tra i filari, oggi così in voga, per consentire l’autonomia idrica delle vigne, uniche padrone del terreno che le ospita. Fermentazioni spontanee; tempi lunghi per macerazioni e affinamenti. In cantina si usano cemento e legno rigorosamente non tostato. L’imbottigliamento, effettuato a mano, attende la piena maturazione del vino che viene immesso sul mercato quando è ritenuto pronto, altra rarità in questi tempi consegnati alla fretta. Acidità, tannini, alcol e sali minerali sono nel “Pignol” di Bressan sempre copiosi ma il nettare esprime una complessa e compiuta armonia. Merito della mano enologica di Fulvio e della sua sensibilità degustativa che lo inducono a discernimenti sensoriali puntuali e precisi. Comprare un vino di Bressan è una garanzia: se è finito sugli scaffali è perché il suo facitore ha ritenuto che lo meritasse. Ci tiene alla faccia Fulvio! Quando si parla di vino è serissimo e competente. Per celebrare il “Pignol” di Bressan non poteva esserci occasione più propizia dell’uscita di una bottiglia molto speciale che Fulvio ha voluto dedicare al padre. Il “Pignol 1997 Nereo” esce in commercio dopo 21 anni dalla vendemmia e solo in formato Magnum (1,5 litri), a dimostrare di cosa è capace l’uva pignolo. Vedremo. L’occasione ce la dà l’amico chef Nicola Russo del ristorante “Al Primo Piano” di Foggia che ha avuto il fegato di spendere la cifra che è occorsa per comprare “Nereo” ed ha imbastito una cena, la “1° Cena Clandestina”, per fruirne le piacevolezze. L’attesa è celestiale.

Ad introdurlo, rintracciate nell’enoteca del ristorante, due annate del “Pignol” normale: 2001 e 2004. Non ce ne vogliano champagne e quant’altro ci capiterà di bere: “ubi maior, minor cessat”, si parla solo di pignolo. Lo schema produttivo generale di Fulvio Bressan riguardo al suo “Pignol” è il seguente: fermentazione e lunga macerazione sulle bucce per 30 giorni. Affinamento minimo in botti grandi di almeno 3 anni ed ulteriore sosta in bottiglia di 15 mesi. Produzione sulle 3.500 bottiglie. Siamo in otto: Rosario Tiso, Sergio Panunzio, Antonio Rotolo , Ettore Pacilli , Michele Solimando, Nicola Russo, Giuseppe Nazzaro e Massimo Penna. Dopo una splendida “magnum” di champagne, Brut Nature di Benoit Lahaye, procediamo alla beva dei rossi. Per gli apripista Pignol 2004 e Pignol 2001 un unico racconto. Alla vista mostrano un bel colore rosso rubino dai riflessi granato. Il naso è per entrambi intenso e complesso con profumi di fiori rossi macerati, frutta in confettura, pepe nero, mineralità terrosa e sbuffi mentolati. Il 2004 è più esuberante; il 2001 più austero. Il sorso è subito ricco e materico, di grande corpo e calore, con tannino e acidità perfettamente a loro agio in un quadro armonico compiuto. Sapidi, goduriosi e coinvolgenti fino all’ultima goccia. Che campioni! Avremmo potuto finire qui!! Ma si va verso il momento tanto atteso: è la volta del “Nereo”. Splendido rubino sondabile fissando lo sguardo sul cerchio vinoso sospeso nel bevante, smagliante in controluce, con l’unghia che si svolge in trasparenze. Naso profondissimo e disorientante con incenso, odore di sacrestia, erbe officinali, ricordi di frutti rossi macerati, pepe, tabacco, cuoio e cacao. E ancora cenere spenta, grafite, sottobosco e “humus”. Vibrante vigore balsamico; arcana mineralità. Al palato il tannino dov’è, tanto è setoso e ben intrecciato? Al gusto l’acidità dov’è, tanto è carezzevole e perfettamente integrata? La persistenza è interminabile. L’eleganza è suprema. Questo vino è un capolavoro! Grande Fulvio Bressan!!

Attoniti accogliamo la chiusa propostaci dal mastro birraio Michele Solimando, in accompagnamento ai dolci: Russian Imperial Stout “Alekseevna”, di sua produzione. E come un istante “deja vu”, mi sovviene il ricordo di un autunno lontano. Era il 2012 ed eravamo con gli amici di Slow Food ospiti del celeberrimo mastro birraio Teo Musso nella sua Piozzo, in provincia di Cuneo. L’inventore della “Baladin”, ad un certo punto della notte, si alzò e lanciò una sfida, ardua da raccogliere per astanti provati da giornate interminabili di degustazioni: chi vuol visitare il mio birrificio? Parimenti Michele Solimando, mosso da un improvviso slancio di passione, ha proposto, dopo cotanta serata, di visitare il suo nascente birrificio situato nel “Villaggio Artigiani” a Foggia. Abbiamo aderito entusiasti all’iniziativa e abbiamo appreso del progetto “FOVEA REVOLUTION”, l’intento di realizzare la prima birra al mondo di solo grano duro. L’abbiamo assaggiata in birrificio: ha il suo perché. Ma questa è già un’altra storia.

I “Clos”  sono dei vigneti circondati da muri. Uno champagne “clos” viene prodotto esclusivamente con uve raccolte all’interno di questi vigneti. Fino a qualche anno fa ( computo dell’AIS  del Marzo 2014 ) nell’ intera Champagne ce n’erano 18: Clos du Mesnil (Mesnil sur Oger),  Clos d’Ambonnay (Ambonnay),  Clos du Moulin (Chigny les Roses), Clos des Chaulins (Pargny les Reims),  Clos Cazals (Oger),  Clos des Goisses (Mareuil sur Ay), Clos des Champions (Cumières),  Clos des Plants de Chênes (Moussy),  Clos Saint Jacques (Ay), Clos Chaudes (Ay),  Clos Saint-Hilaire (Mareuil sur Ay), Clos Virgile (Beaumont-sur-Vesle),  Petit Clos (Bouzy),  Clos l’Abbé (Cramant),  Clos Notre Dame (Vertus),  Clos des Bergeronneau (Villledommange), Clos Lanson (Reims), Clos Pompadour (Reims). Ma nel Settembre del 2016, in un articolo comparso in Francia  e redatto in collaborazione con il CIVC , ne compaiono addirittura  31. Se “Clos”  è identificabile nella cultura enoica francese come un vigneto qualitativamente  superiore ai  filari contigui da cui, opportunamente, viene separato con l’aiuto di muretti in pietra, che alcuni storici ritengono dovessero essere addirittura geometricamente quadrati, quale discernimento ha compiuto l’autore per attribuire ad un numero così elevato di parcelle le qualità che consentono ad un “lieu-dit” di fregiarsi di tale prestigioso appellativo? La verità è che con questo appellativo probabilmente si tende a largheggiare  e si definiscono “clos” anche appezzamenti  che non sono tecnicamente tali. Eludo volentieri  ogni approfondimento sulla questione e passo alla sommaria  descrizione dei fatidici 31. Ma prima una considerazione personale, tratta dall’esperienza vissuta a Vignanotica il 30 Giugno del 2016. Non c’è champagne da “clos” come il “Vieilles Vignes Françaises”  di Bollinger, celeberrima maison fondata ad Ay, nella Vallèe della Marne, nel 1829 . Pensato nel 1969 sotto la gestione di Lily Bollinger e su suggerimento del giornalista inglese Cyril Ray, il “Vieilles Vignes” proviene  da viti di Pinot nero che , pur non essendo particolarmente vetuste (ripiantate circa 40 anni fa ) , sono state clonate con il metodo della “propagazione”  da piante pre-fillossera, e questo è stato fatto rispettando il sistema di allevamento ottocentesco  detto “en foule” ( un metodo che prevedeva fittissime densità di impianto, anche di 50.000 ceppi/ettaro). Originariamente erano tre le parcelle da cui si ricavava il Vieilles Vignes: “Chaudes Terres”  e “Clos St. Jacques”, “clos” contigui alla sede aziendale ad  Ay, e la vigna “Croix Rouge” di Bouzy. Quest’ultima è stata recentemente aggredita e distrutta dalla fillossera con la conseguente scomparsa di  un altro pezzo di storia enoica. Avremo meno bottiglie in futuro e presumibilmente cuvèe meno intriganti. Nella versione del 2004 l’approccio olfattivo è possente, assolutamente travolgente. Il Pinot nero giganteggia in tutte le sue peculiarità: monumentale e raffinato nei profumi, materico e potente nel fruttato e nelle spezie, elegantissimo  e  con un lunghissimo finale. Leggendario!                                                          Ecco i 31 “clos” della Champagne:                                                                     

1 – Nel 1951 Jean Cattier acquistò il prezioso “Clos du Moulin” , 2,20 ettari di lieu-dit interamente circondato da mura a 1,5 km dalla proprietà, classificato Premier Cru, dal quale nascerà più tardi la cuvée de prestige della maison. Tecnicamente il Clos du Moulin (il nome del lieu-dit era negli anni ‘40 ‘Le Moulin à Vent’ )  si trova nel territorio di Ludes, proprio al confine con Chigny-les-Roses, in cima a una collina della Montagne de Reims . Deve il suo nome alla presenza di un mulino oggi scomparso. Lo champagne “Clos du Moulin”  è una miscela di parti uguali di Pinot Nero e Chardonnay. Questo 1er cru brut  è composto solitamente da tre annate selezionate per la loro qualità e capacità di invecchiamento. Esiste anche una versione Rosé, anch’essa pluriennale. Negli ultimi anni, il Clos è stato dissodato  da un aratro trainato da cavalli. Anche se Cattier ha lanciato nel 2006 la sua attuale top cuvée,  Armand De Brignac, il “Clos du Moulin” resta il migliore champagne prodotto dalla maison.

2 – Il Clos des Goisses (5,5 ha), a Mareuil-sur-Ay, è il più grande ma anche il più singolare clos della champagne. Di proprietà della famiglia Philipponnat dal 1935, è considerato  uno dei migliori vigneti della Champagne. Il “Clos de Goisses”  è in una posizione di struggente bellezza. Uscendo dall’abitato di  Mareuil-sur-Ay  in direzione di Bisseuil, costeggiando la Marne  sulla collinetta  denominata Mont de Mareuil, giace la vigna racchiusa da una cinta muraria. 800 metri di lunghezza, 100 metri di profondità, 60 metri di dislivello, per 5,5 ettari  ( divisi in 11 “lieux-dits” ,singole giaciture, a loro volta frazionati in 20 parcelle) di puro incanto. Quando la dorsale vitata si specchia nel canale sottostante, nella delicata luce crepuscolare, l’insieme assume il sembiante di una bottiglia di champagne coricata, col collo rivolto ad est. Qui il miglior Pinot Nero della regione sposa lo Chardonnay per una irripetibile cuvée, fatta di uve sempre poderosamente zuccherine rispetto agli standard “champenoise”.

3 – Il Clos du Mesnil (1,84 ha) è senza dubbio il più famoso tra i “clos” della champagne . Acquisito nel 1971 dall’enologo Krug Jules Tarin, è anche il più antico dal momento che una delle pietre del muro che lo circonda nel villaggio di Mesnil-sur-Oger porta la sua data di nascita (1698), risalente al periodo in cui  il vigneto apparteneva a un monastero benedettino. Il “Clos du Mesnil” è uno champagne raro ed esclusivo ricavato da sole uve chardonnay  della Côte des Blancs. Quando venne acquistato , era un vigneto pressoché cadente. Henri Krug lo ripiantò tutto in otto anni , dal 1971 al 1979, con barbatelle di chardonnay. Il 1979 è dunque l’anno zero per il “Clos du Mesnil”. Nel chiuso delle mura del  clos, la maison Krug ha sempre cercato la perfezione.

4 – Clos Saint-Jacques e Clos Chaudes Terres concorrono alla produzione del “Vieilles Vignes Françaises”  di Bollinger

5 – Il Clos Saint-Hilaire (1.04 ha), intitolato al santo patrono di Mareuil-sur-Ay e ai suoi Pinot Noir, fu piantato nel 1964. Questo Clos è sempre appartenuto alla famiglia Billecart -Salmon.  In passato è servito come parco giochi per bambini;  quindi  vi si sono coltivati ortaggi, frutta e fiori. Vi son stati persino alloggiati dei campi da tennis.  Tornato poi al suo scopo originale, si trova proprio accanto alle strutture di vinificazione. La prima annata prodotta è stata il 1995.

6 – Krug “Clos d’Ambonnay”  celebra, con il più raro degli champagne, il carattere unico del  Pinot Noir, coltivato in un piccolo appezzamento di 0,68 ettari situato nel cuore di Ambonnay, uno dei borghi più noti della Montagne de Reims e dell’intera  Champagne per questa varietà d’uva, nonché un luogo incredibilmente significativo nella storia della maison Krug. Il Clos d’Ambonnay è dal 1989 proprietà della maison Krug ma la destinazione a vigna di questo Grand Cru risale addirittura al 1766. Il “Clos d’Ambonnay”  fa  una prima fermentazione in botte piccola e riposa  in cantina 12 anni. Era l’Aprile del 2008 quando Krug presentava la prima annata : “Clos d’Ambonnay 1995”.

7 – “Clos Pompadour” è di proprietà della Maison Pommery ed è uscito per la prima volta in commercio in concomitanza con i suoi 175 anni di vita ( era il 2011 ). Il “Clos Pompadour” nasce dai cosi detti “vigneti di città” (si fa per dire), cioè quei vigneti pseudo urbani perché quasi appiccicati a Reims. Questa “vigna di Reims” è divisa in tre parti a causa della presenza di corsie di traffico interne ed è sempre stata intitolata alla favorita di Luigi XV. Tirato solo in magnum (da 2.000 a 3.000), l’annata non è vintage.  È una cuvée a base Chardonnay con ammiccanti contributi di Noir e Meunier e riposa comunque quasi nove anni “sur lies”.

8 –  “Clos des Bouveries”  (3.53 ettari) è una vigna di Duval-Leroy e si trova a metà del pendio che domina il villaggio di Vertus. È protetto sul fondo del pendio dalle case e l’orientamento ad est protegge il vigneto dal vento e dalle gelate primaverili. Interamente piantato con Chardonnay di 40 e 50 anni, ha la particolarità che alcuni dei suoi vini sono vinificati in legno.

9 – “Clos du Château de Bligny”,  nell’Aube, circondato dalle mura dell’ex castello feudale del marchese di Dampierre che vi cacciava il lupo, appartiene alla famiglia Rapeneau. Produce un vino che vede il concorso di  “6 vitigni” autorizzati in Champagne (pinot nero, menier, chardonnay, pinot bianco, arbanne e petit meslier).

10 – “Clos des Trois Clochers” (0,45 ha) è una recente creazione di Leclerc-Briant a Villers-Allerand . Gli hanno dato questo nome perché, dalla vigna, c’è una vista mozzafiato di tre chiese, inclusa la cattedrale di Reims.Il clos , circondato da siepi e non da mura, ha prodotto la sua prima annata nel 2018. Una grande villa risalente agli anni ’20, attigua al clos,  servirà ad accogliere visitatori illustri.

11 – “Clos Rocher”  (0,63 ettari) appartiene alla famiglia Grémillet, proprietaria dell’unico castello di Balnot-sur-Laignes (Aube). Posto in cima ad una piccola collina, è interamente coltivato a  pinot nero. Circondato da basse mura e cancelli in ferro battuto, la sua prima annata risale al 2012.

12 – “Clos Lanson” ha una vista mozzafiato delle torri della cattedrale di Reims. Nel 2006 il gruppo BCC e il suo co-presidente, Philippe Baijot, hanno assunto le redini della vecchia casa di Reims. La superficie è di 1 ha di solo  Chardonnay, piantato tra il 1962 e il 1986,  sul terreno molto gessoso della piccola collina che si erge sulla strada di Courlancy. Confina con la sede  dei Cavalieri di Malta la cui croce è  il suo emblema da sempre. Un vero giardino cittadino. Dal XVIII secolo, la vite ha sempre prosperato in questo vigneto, unico a  beneficiare di un microclima che gli conferisce una temperatura di 2 o 3 gradi superiore alla media. Philippe Baijot non esita a dire che ” Le Clos Lanson è lo Château Haut-Brion della Champagne” , nel senso che, uno a Bordeaux e l’altro a Reims, sono veri e propri vigneti intramurali.

13 – “Clos du Faubourg Notre-Dame”  (0,15 ha) è uno dei più piccoli “clos” della Champagne. Un tempo apparteneva all’abbazia recante lo stesso nome, ma è gestita, dagli anni ’80, dalla maison “Veuve Fourny & Fils “, una piccola casa di Vertus fondata nel 1935. Da sole uve chardonnay Premier Cru, produce ogni anno da 1.000 a 2.000 bottiglie. La vinificazione avviene in botti di rovere.

14 – “Clos Mandois” (1,50 ha) è stato interamente piantato dalla famiglia Mandois nel 1963. A Pierry, questo “clos” circonda la casa di famiglia, una ex casa di caccia risalente al 1712. La vinificazione avviene in botti di rovere.

15 – “Clos des Chaulins”  (0,68 ha) , a Pargny-les-Reims, è di proprietà della maison  Médot  ed è stato piantato nell’ex parco della casa di famiglia. Cinto da mura, siepi e cespugli, deve il suo nome al fatto che una volta le terre venivano sistematicamente “calcinate” (trattate con la calce). È una miscela non vintage dei tre vitigni.

16 – “Clos Cazals” (3,70 ha), in Oger, è di proprietà di Delphine Cazals, ora Bonville,  l’erede di quattro generazioni di RM. Tra le vecchie mura di questo lieu-dit recintato nel 1995, alcune viti sono state piantate dal 1947.Recentemente Delphine ha creato ,piantando delle viti, una sorta di “clos” nel “clos” che ha chiamato ” La cappella del Clos “.

17 – “Petit Clos” (8 are 22 ca), con il suo vigneto di 820 m², è il più piccolo di tutti. Questo Pinot Noir 100% del villaggio Grand Cru di Bouzy è situato nel cuore della tenuta di famiglia di Jean Vesselle. È sua figlia Delphine che, oggi, ha preso le redini dell’azienda  e che veglia sulla ” quintessenza” di questo champagne prodotto in soli 500 esemplari.

18 – “Clos Jarot” (15 are) è una proprietà di Frédéric Nowack. Le prime bottiglie di Blanc de Blancs di questa tenuta lillipuziana  non usciranno che nel 2020-2022. Nowack ha piantato la vigna su questo terreno chiuso una dozzina di anni fa. Il “clos” deve il suo nome all’ex contadino che coltivava quel terreno. La produzione sarà di mille bottiglie.

19 – “Clos l’Abbé”  (20 acri) di Hubert Soreau si trova sul sito dell’ex abbazia di Epernay, di cui ci sono alcune antiche mura sul lato ovest della città. Questo vignaiolo di Cramant vi ha piantato lo Chardonnay e vi produce  solo 1.200 bottiglie. Il resto di questo vigneto, non recintato,  appartiene alla casa Henriot.

20 – “Clos Virgile” (24 are) a Beaumont-sur-Vesle è stato,  nelle mani del vecchio proprietario che ha completato il muro che lo circondava, un frutteto. Jean-Louis Portier, della maison Paul Sadi,  vi ha  piantato una vigna vent’anni fa e ha prodotto una miscela di pinot nero e chardonnay dove lo chardonnay la fa da padrone . Se il clos prende il nome dal poeta latino Virgilio, è perché era anche il nome del nonno del proprietario.

21 – “Clos de Bouzy”, vigna di  Pinot Nero Grand Cru, è proprietà di André Clouet, la cui famiglia è in Champagne dal 15 ° secolo. Il clos è stato costruito dietro la casa di famiglia risalente al 1751.

22 – “Clos de Cumières” (49 acri) è il nuovo nome dell’ex Clos des Champions di Leclerc-Briant acquistato da Hervé Jestin e suo fratello. Maestro di cantina consulente di diverse aziende vinicole, Hervé ha rilevato  oltre cinque anni fa questo clos piantato nel 1964 con pinot nero e chardonnay. La sua prima annata (il 2012) è uscita nel 2017 (2.300 bottiglie). Il “clos” , interamente circondato da mura, comprende un edificio del XVIII secolo con cantine.

23 – “Clos de l’Abbaye” (50 acri) è un 100% Chardonnay di proprietà di Doyard. E’ stato piantato nel 1956 nel villaggio di Vertus, Premier Cru nella rinomata Cote des Blancs, su di un appezzamento situato proprio dietro i locali della fattoria creata nel 1927 dalla famiglia Doyard. Si pratica la biodinamica e solo nelle migliori annate si trasformano  le uve in questo magnifico Blanc de Blancs, per circa 1200 bottiglie. E’ un bianco vintage senza alcun dosaggio.

24 – “Clos à Doré” (55 acri) era un tempo un frutteto situato nel cuore del villaggio di Ludes. Con viti di  Chardonnay piantate nel 1978, è di proprietà della  Doré-Monmarthe, una piccola maison a conduzione famigliare dove ogni champagne viene prodotto con le sole uve raccolte nei vigneti che costituiscono la proprietà.  Viticoltori da sei generazioni , sin dal 1737,  i Monmarthe  imbottigliano  solo le migliori annate del “clos” (circa 2000 bottiglie). Ad ogni raccolta, i raccoglitori incidono il loro nome nelle pareti dei muri perimetrali con le loro cesoie.

25 – “Clos des Bergeronneau” (2,10 ha) è nato nel 2007 ed è composto per il 75% da Pinot Meunier e per il 25% da Pinot Nero, con viti di età oscillante tra i  65 e i 70 anni . Circondato da ringhiere, siepi e pareti basse magnificamente rinnovate, è un  posto magico che offre uno spettacolo incomparabile su questa parte del vigneto dello Champagne situato a una decina di chilometri da Reims e quasi a venti da Epernay. Florent Bergeronneau e sua moglie sono gli attuali proprietari del “clos”, discendenti di una famiglia con diversi rami nel villaggio di Villedommange, a sud-ovest di Reims.  . Tutti i loro prodotti maturano in botti di rovere. Dal “clos” si ricavano circa 7000 bottiglie.

26 – “Clos des Belvals”  (1,20 ha) è stato creato da Dominique Person quando ha acquistato il “Domaine Le Clos des Belvals” nel 2006 a Vertus, villaggio Grand Cru della Cote des Blancs. 100% Chardonnay , è un extra-brut, proveniente da vigneti di oltre 50 anni coltivati ​​in regime biodinamico.

27 – “Clos Sainte-Sophie” (0,4 ha) è situato sulla collina del villaggio di  Montgueux, famosa per essere quasi interamente riservata allo chardonnay. Proprietà della famiglia Valton dal 1909, è ora gestito da Emmanuel Lassaigne. Il “clos”  è circondato da una siepe che ospita vecchie vigne piantate tra il 1968 e il 1975. Dato curioso: le prime viti piantate in Giappone, nel 1877, provenivano da questa terra!

28 – “Clos des Monnaies” (1 ha), a Damery, ha due proprietari: 30 are di Chardonnay e Meunier, in parti uguali, per la maison  Goutorbe-Bouillot;  70 are di Meunier per il suo vicino, Eric Lemaire. Il “clos”, situato nel cuore del villaggio, è circondato da mura (80%) e arbusti. La prima annata (2010, 1.700 bottiglie), della maison Goutorbe-Bouillot, è uscita dopo cinque anni di invecchiamento. Il “clos” deve il suo nome alla presenza in questi luoghi, nel periodo gallo-romano, di una zecca che, secondo la leggenda, batteva principalmente monete false per pagare le truppe.

29 – “Clos Jacquin” , in Avize, è di proprietà di Pierre Callot et Fils, la sesta generazione di una famiglia di enologi. 100% Chardonnay, superba espressione di vigneti piantati nel 1965, è stato prodotto a partire dalla vendemmia 1995. Non millesimato, è arricchito con il vino di riserva dell’anno precedente e viene affinato per un anno in botti di rovere da 30 hl.

30 – “Clos Bourmault” , di proprietà di Christian Bourmault, è un 100% Chardonnay da vigneti di 15 anni situati ad Avize, celeberrimo villaggio della Cote de Blancs. Il “clos” si trova proprio dietro la casa di famiglia, in località « Le Derrière de l’Eglise ». Vinificato in botti da 225 L., non fa la malolattica e affina in botti di quercia per 8 mesi. L’invecchiamento è di sette anni sui lieviti

31 – “Clos Barnaut” , a Bouzy, è tornato alla produzione nel 2002 con Philippe Secondé, l’attuale successore degli antenati del marchio fondato nel 1874. Ma non è uno champagne, poiché il pinot nero di questa parcella ancestrale viene utilizzato per la produzione di un vino Grand cru “Coteaux Champenois AOC Rosé”! La produzione non è semplice: la raccolta a mano, una macerazione a freddo prima della fermentazione di una durata perfettamente calcolata, sono i presupposti  di una rigorosa vinificazione che darà alla luce solo un migliaio di bottiglie di questo vino eccezionale.

Fuori dal novero dei 31,  “Clos des Plants de Chênes” (Moussy) , della maison Champagne José Michel. Direi  che può bastare.

Il “MISERERE 2001” del produttore spagnolo “Costers del Siurana” è un vino rosso invecchiato composto da un assemblaggio di uve carinena, cabernet sauvignon, garnacha e tempranillo. Ma prima di affrontarne la disanima tecnica ed emozionale, è interessantissimo parlare un po’ del territorio che lo ha generato. “El Priorat”  è una splendida regione vinicola incastonata tra le montagne della zona pre-costiera meridionale della Catalogna, in Spagna,  che si contraddistingue per il suo singolare suolo di ardesia, qui chiamato «Llicorella». La llicorella è ricca di quarzite; rompendola con le mani, si notano evidenti striature bruno-rossastre che rivelano la presenza del ferro e “tracce” di terra.  Il sottosuolo è ricco di sostanze minerali. Lo strato di roccia si sviluppa per un’altezza di circa 4/5 metri. Questo costringe le viti a generare un apparato radicale molto profondo. Le radici si insinuano nella roccia sottostante, che è molto friabile, trovando nelle sue fessure un po’ di terra e qualche goccia di umidità. Radici lunghissime, ma tronco molto basso, per la mancanza di suolo fertile. E poi il clima. Estremamente arido con l’acqua che non ha possibilità di stazionare in superficie, ma raggiunge velocemente gli strati più profondi del sottosuolo. Le montagne di Montsant favoriscono tali condizioni formando una barriera alta oltre 1.000 metri che protegge questa zona dal tempo inclemente che potrebbe scendere da nord. La scarsità di acqua costringe la vite a produrre acini molto piccoli e fortemente concentrati. La combinazione di suolo povero e clima arido fa scaturire  esigue quantità di uva. Il mare, poi, esercita una grande influenza sui vigneti. Tali condizioni producono un microclima pieno di sfaccettature, fatto per il vino. Il centro della regione è costituito dal paesino di Gratallpos, con una popolazione poco superiore ai 250 abitanti, situato a 40 km a ovest di Tarragona, nella provincia catalana. La varietà tradizionale è il Garnacha (Grenache); tuttavia, dopo la diffusione della piaga della filossera ha avuto inizio la coltivazione della Cariñena (Carignan), che ancora oggi domina la regione. Con altrettanto successo vengono coltivati anche Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah.

il Priorat era un immenso vigneto. Tutte le colline erano state terrazzate e vi si coltivava la vite. Poi arrivarono i musulmani e con loro il declino della viticoltura. Quindi la prima rinascita. C’è una data fondamentale nella storia vinicola del Priorat: nel 1163 viene fondato il Monastero di Scala Dei (Cartoixa d’Escaladei) dai monaci cartusiani (o certosini). Le terre assegnate al monastero vengono governate con potere assoluto dal Priore. Da qui il nome dell’intera regione. Durante tutto il periodo di governo dei monaci la viticoltura riprese con tanto vigore che, a partire dal XIV° secolo, si può parlare di monocultura della vite nel Priorat. E monocultura rimase fino al 1879, anno in cui l’enorme vigneto fu attaccato dalla fillossera. Di nuovo la crisi, profondissima, con esodi di massa della popolazione alla ricerca di sorte migliore. Un dato può fornire un’idea della dimensione della crisi: a tutt’oggi, degli undici comuni che formano la regione del Priorat, alcuni contano soltanto poche centinaia di abitanti. E’ del 1954 il riconoscimento del Do (Denominación de Origen) e del 1974 il raggiungimento della Doq (Vinos de Denominación de Origen Qualificada; Qualificada invece di Calificada ). Ma fino al 1979, quella del Priorat era una zona vinicola di poco conto, con meno di 600 ettari di vigneti per una regione rurale segnata da difficoltà economiche e dall’emigrazione giovanile. La nuova fioritura della regione è strettamente legata al nome di René Barbier, che nel 1979 ha saputo riconoscere il suo enorme potenziale per la produzione di un vino straordinario, dando vita insieme ad alcuni amici al progetto Clos Mogador. I vini del Priorat si sono presto conquistati una fama mondiale fino ad affermarsi leader indiscussi nel 1993, quando Alvaro Palacios presentò sul mercato con grande successo il suo Ermitá del Priorat a un prezzo ancora più alto rispetto al Vega Sicilia, allora il vino spagnolo più caro. Insieme alla Rioja e al Ribera del Duero, il Priorat è oggi una delle più celebri regioni spagnole per la produzione vitivinicola. La zona è innervata di ruscelli tortuosi: Il Riu Siurana, innanzitutto, affluente dell’Ebre, Il Riu Montsant, che scende dall’omonimo massiccio che delimita ad ovest il Priorat, il Riu Cortiella e, infine, il Riu d’Escaladaei.

Lungo le rive del Siurana, nasce “Costers del Siurana”, nota oggi anche come Clos de l’Obac, dal nome del loro vino principale e più famoso. E finalmente torniamo  al “MISERERE 2001”. I vini del Priorat sono tipicamente concentrati, intensi e pieni, con caldi accenti di frutta e le classiche note minerali di ardesia. Certo, il prolungato invecchiamento ha debilitato la fittezza della trama. Ma questo “Miserere” è buonissimo.  E’ un vino ancora capace di stupire. Il “Miserere 2001” non presenta momenti di vera difficoltà. Il tappo è un po’ andato e c’è una naturale riduzione iniziale. Non è un semplice dire quando è stato il momento di massima espressività di questo campione. Ma se la ciliegia fitta e croccante ha lasciato il posto ad una generica frutta rossa sotto spirito , troviamo note di tabacco, cuoio, fumé, cenere. Il tannino e l’acidità sono presenti e col residuo corpo regalano un vino quasi morbido, preciso, nonostante alcuni cedimenti sedimentati nel tempo. In bocca è godurioso con una chiusa straordinariamente lunga e sapida. Altri campioni coevi bevuti in passato erano in piena rotta organolettica. Il “Miserere” no. Vivo e pulsante come lo si può essere a quasi vent’anni dalla vendemmia.Un gran bel bere, per nulla scontato. Lo si può dire senza tema di smentita.

Mentre mi accingevo a stappare una bottiglia di  Vall Llach 2002, vino rosso della DOQ Priorat prodotto dall’omonima azienda vitivinicola, ho ripensato a quanto scritto da me in passato sui vini vetusti…

“ … C’è una categoria di bevitori che amo definire “Rigattieri del gusto”. Costoro, innamorati dei profumi e dei sapori che solo i vini vetusti sanno elargire e intenti a lustrare le scarpe ai “guru” del settore mutuandone acriticamente le opinioni, sono della risma di quelli perennemente inattuali, proiettati sempiternamente su ipotetici futuri picchi di espressività organolettica dei nettari intercettati lungo il loro incedere sensoriale. Quasi mai ghermiti subito. Quasi sempre bevuti con nostalgia per quel che avrebbero  potuto essere e magari non sono stati. Il loro tipico  approccio mentale  ad un vino, per quanto risulti fantasmagorico al naso e appagante al palato, è il seguente:”…E’ così giovane: mi trovo forse davanti ad una bottiglia che avrebbe potuto riposare in cantina ancora a lungo? A quanto ammonterà la sua “tenuta” organolettica?….” E amenità del genere. E invece di godere del piacere del “qui” e “adesso”, invece  di abbandonarsi a briglie sciolte nel dominio della voluttà ,il desiderio del “rigattiere”  tende ad impigliarsi nel suo gioco preferito, quel meccanismo perverso e senza uscita che amo definire  la roulette russa dello “stappo”. Che è Il suo “onanismo” enologico. Che è lo stucchevole arzigogolare sul sesso degli angeli (…quando è giusto fruire di un nettare? A quando il suo apogeo gustativo?…) e che lo porta a differire la beva fino ai prodromi del baratro. Il più grande vanto del “rigattiere” è poter affermare di aver trascinato al limite estremo  le condizioni di bevibilità di un vino. Spesso il “rigattiere” possiede la generica nozione del miglioramento del vino in funzione dell’invecchiamento. Innanzitutto bisogna sapere cosa invecchiare. Ho visto comprare cartoni di riesling tedeschi “Qba” e destinarli ad un forzato imbrunimento. Chi glielo spiega all’incauto “rigattiere” che nessun bevitore consapevole lo farebbe e perché? Solo vini dalla grande struttura e dal sostanziale equilibrio possono solcare gli stessi cieli  dove osano le aquile…”

L’azienda vinicola Vall Llach è stata fondata nei primi anni novanta dal cantante catalano Lluìs Llach e dal notaio Enric Costa a Porrera, uno dei nove villaggi della Catalogna meridionale che costituiscono la DOQ Priorat. Sottoposto ad un affinamento di 18 mesi in barrique da 225 e 300 litri  leggermente e mediamente tostate, il “Vall Llach 2002”  è un blend composto dal 65% di Cariñena, 25% Merlot, 10% Cabernet Sauvignon. Quel che presumibilmente è stato un campione alla vista dallo splendido colore granato molto brillante, con sfumature violacee, con un naso debordante di aromi di frutta nera matura ed erbe aromatiche e un sottofondo di tabacco e cioccolata, ed una pienezza gustativa e post-gustativa ai limiti della saturazione, dopo tanti anni si è risolto in un vino dal colore più opaco, per quanto brillante, un naso meno esuberante e più sottile, per quanto intrigante, e una fase gusto-olfattiva più agile e più scarna. L’equilibrio c’è. Come pure una patina lieve e stimolante di acidità che informa ogni cosa. Ma il frutto non c’è più e al suo posto affiora uno scenario gusto-olfattivo terziario che occhieggia al cuoio, al goudron, alla lacca. Nuances più aeree che terrestri. Si avverte altresì, in aggiunta al già detto, un aroma leggero di vaniglia. La struttura è ancora sana e ben definita ma ancor più sana e definita è la consapevolezza che non tutti i vini sono fatti per invecchiare e solo alcuni per andare oltre i 10-15 anni dalla vendemmia. La questione centrale è sempre la stessa: beccare il momento di massima espressività del nettare alla beva. E se piacciono le note fruttate, la freschezza, la pienezza e l’intensità,  non bisogna mai permettere al tempo di cancellarle del tutto.

Ros

Tre sono le condizioni ideali per degustare un vino. La prima attiene al luogo dove si decide di farne bevuta e non c’è niente di meglio di una casa. Non necessariamente la propria ma perlomeno “amica”. La seconda attiene alla compagnia: poche persone affini e unite da legami affettivi molto forti. La terza condizione è la più importante. E’ la voglia di incarnare quel che amo definire la “regola del quattro”, quella modalità di approccio al liquido nel bevante che consta di quattro fasi: gioia, divertimento, piacere, oblio. L’immancabile abbrivio di natura per così dire  “tecnica” è irrinunciabile e precede la fase edonistica, ma non basta e può essere persino un ostacolo nel percorso che conduce all’estasi enoica. Dopo aver inquadrato il vino con le consuete nominalizzazioni ( colore, profumi, intensità, integrità ), l’abbandono è l’atteggiamento esistenziale giusto da tenere per coglierne l’essenza. In quel di Caserta, nello scorso fine settimana, le condizioni fin qui elencate c’erano tutte: in pochi, tra amati parenti pieni di passione, in una casa calda e accogliente. Ci volevano nettari all ’altezza degli astanti. La congiuntura astrale favorevole ha fatto sì che ci fossero: LA FIRMA 2005 – CANTINE DEL NOTAIO,  TAURASI 2008 – HISTORIA ANTIQUA, GRECO DI TUTO VIGNA CICOGNA 2016 – FERRARA, GRECO DI TUFO CONTRADA MAROTTA 2013 – VILLA RAIANO, FIANO DI AVELLINO STILEMA 2015 – MASTROBERARDINO, BRUT PREMIERE – LOUIS ROEDERER, BRUT RESERVE – JEAN VESSELLE.

Quando  il nonno di Gerardo Giuratrabocchetti preconizzò al nipote omonimo il suo futuro da vignaiuolo nacque in cuor suo l’azienda “Cantine del Notaio”. Poi si dovette arrivare fino al 1998, circa trent’anni dopo, perché l’azienda partisse concretamente. Nel cuore dell’areale del Vulture e con la collaborazione dell’enologo Luigi Moio, che tanta parte ha avuto per lo sviluppo della viticoltura di qualità in tutto il Sud Italia, Gerardo ha intrapreso questa sfida con il vitigno principe della zona: l’Aglianico. All’interno di antiche grotte tufacee ha ricavato la splendida cantina dove barriques di rovere francese ospitano i vini di punta dell’azienda. I vigneti sono sparsi nelle contrade più vocate della zona del Vulture: Rionero, Barile, Ripacandida, Maschito e Ginestra. Da tali vigne nascono i vini di punta dell’Azienda e anche il nostro “La Firma” 2005. Le sue uve sono state raccolte agli inizi di Novembre. La  fermentazione è avvenuta in vasche di acciaio inox per preservare l’integrità del frutto, con una macerazione a contatto con le bucce di circa 20 giorni. Il vino poi ha riposato nelle grotte tufacee della cantina aziendale per 12 mesi in barriques di rovere francese di primo passaggio. Il colore del vino, in gioventù rosso rubino brillante, è adesso rosso granato con riflessi purpurei ancora vivaci. L’olfatto sciorina frutta nera con ricordi di amarena e ciliegia. Grande è il profluvio di aromi terziari: su tutti cuoio e tabacco. Finale balsamico e retrogusto lunghissimo. “La Firma” 2005: una delizia di valore assoluto!

La cantina di Manocalzati “Historia Antiqua ha vinto il Concorso Enologico Nazionale Vini a D.O.C. e a D.O.C.G. “Premio Douja d’Or”, organizzato dalla Azienda Speciale della Camera di Commercio di Asti. Ad ottenere il massimo riconoscimento e quindi l’Oscar Douja d’Or è stato il Taurasi Historia Antiqua 2012. Noi abbiamo degustato il 2008. Buono ma non memorabile. Il breve invecchiamento ha spogliato il nettare di parte della sua fruttuosità e hanno retto essenzialmente lo scheletro tannico e la spina acida, pur in un gradevole equilibrio. Il Taurasi Historia Antiqua 2008 si propone con un colore rosso rubino dalle sfumature granato, il suo bouquet è ampio, abbastanza fine ed elegante, con un ricordo di piccoli frutti rossi maturi e sensazioni terrose.

Agli inizi del XX secolo risalgono le origini dell’azienda agricola “Benito Ferrara”, estesa su una superfice complessiva che sfiora i dieci ettari e particolarmente attiva in ambito vitivinicolo. Con appezzamenti vitati rientranti nei territori sia del comune di Tufo – situati esattamente nella frazione di San Paolo – sia del comune di Montemiletto, la cantina si trova in una zona che, per tradizione, è altamente vocata alla coltivazione delle varietà del greco di Tufo e dell’aglianico. Coltivando i propri vigneti a un’altitudine variabile tra i 450 e i 600 metri sul livello del mare, l’azienda vede iniziare la propria storia moderna verso gli anni ’50, quando è proprio Benito Ferrara che, grazie alla sua innovativa mentalità di lungimirante imprenditore, dà il via alla costruzione di una propria cantina, al fine di produrre e imbottigliare vino indipendentemente. Oggi le redini dell’azienda sono rette dalla figlia di Benito, Gabriella Ferrara. Dal suo operato nascono etichette di assoluto livello qualitativo, partendo dal celebratissimo Greco di Tufo “Vigna Cicogna”. Il 2016 è stato strepitoso.Il colore giallo oro ha preannunciato una ridda di sensazioni odorose e un’intensità gustativa fuori dal comune.

Come pure il Greco di Tufo Contrada Marotta 2013 di Villa Raiano.L’ Azienda Vitivinicola “VILLA RAIANO” , ubicata a S. Michele di Serino, produce il suo greco da una vigna che si trova all’interno di una delle espressioni territoriali più significative dell’intera denominazione: Contrada Marotta, nel comune di Montefusco. Le viti crescono su di un terreno calcareo-tufaceo di origine vulcanica, orientato ad est a 650 metri di altitudine. La vinificazione in acciaio assicura il rispetto integrale dell’anima varietale di questo splendido vitigno.   Sinora il Contrada Marotta aveva sempre manifestato una incredibile energia senza però avere la capacità i distendersi. La 2013, sicuramente un’ottima annata per i vini bianchi campani, si è giovata di due anni di bottiglia e l’esito organolettico vede nella fruttuosità, nella vibratile acidità e in un corpo sontuoso le sue qualità più cospicue. Tutto è in equilibrio e lo sarà ancora per parecchi anni.

Il Fiano di Avellino è un vino riscoperto e reinventato dal padre di Piero Mastroberardino , Antonio, alla fine degli anni Quaranta. Quando quel vitigno e quel vino restavano solo nei ricordi di antiche tradizioni pressoché scomparse, Antonio riselezionò le viti che ritenne appartenenti a quella varietà e il Fiano rinacque magicamente dall’oblio. Quando poi al Fiano fu assegnata prima la Doc e poi la Docg, si preferì per motivi promozionali chiamarlo d’Avellino anziché di Lapio, come sarebbe stato più logico data la primigenia diffusione in quell’areale. Alle origini il Fiano era un vino dolce prodotto dopo lenta filtrazione. Poi per mano della famiglia Mastroberardino è diventato secco  e oggi la storica azienda è uscita con una nuova etichetta di Fiano. Dopo una sosta di tre anni in cantina, un sapiente mix tra acciaio e legno ha prodotto un grandissimo vino, uno dei migliori Fiano di sempre. Stilema 2015 è l’inizio di una nuova era per i Fiano di casa Mastroberardino. La tecnica di vinificazione usata prevede lunghi contatti fra il vino e le sue fecce sottili.

Lo Champagne ha fatto da degna cornice a cotanta beva.