Aspettando “Vignanotica” 2018: dalle origini ai nostri giorni.

Alcuni anni or sono, un’idea balenò nella mente del “Degustatore Indipendente” e “Bevitore d’Alta quota” Antonio Lioce. Si era fatta pressante l’esigenza di coniugare l’estasi sensoriale ingenerata dall’esperienza enoica e l’incanto suggerito da quei luoghi che sono magici nel loro essere punto d’incontro di più infiniti: l’elemento equoreo che si fa mare, il respiro dell’universo che si fa cielo, l’insondabile precipizio dell’anima che si manifesta nel tentativo di esprimere l’eterno. Simile fraseggio interiore non è prerogativa di tutti: è riservato solo a spiriti capaci di ascoltare la voce delle onde che narrano arcane leggende, di intendere le parole d’amore recate dal vento, di nutrirsi di luce, di profumi, di ozio, di abbandono. Così bastò scegliere la baia più bella del mondo, la cosiddetta “Baia dei Gabbiani”, e i vini preferiti del momento, e uno splendido sincretismo esperienziale prese corpo: nacque l’evento “Vignanotica” . La prima volta toccò al Serpico 1999 dei Feudi di S.Gregorio e al Poggio Golo 1998 della Fattoria del Cerro a fare da sponda enoica. L’anno imprecisato è stato coperto dalla patina discreta della dimenticanza, ma le emozioni sono presenti come tracce indelebili nei cuori dei due compagni d’avventura che tentarono da subito e in solido l’impresa: Antonio Lioce e Rosario Tiso. Fu tale la bellezza del momento che si temette di non riuscire a riviverla. La seconda volta di Vignanotica quasi ci colse di sorpresa. Raccattammo dei vini quasi frettolosamente, il Terre Alte di Felluga, il Camelot di Firriato e l’Ognissole dei Feudi di S.Gregorio, e corremmo ancora una volta alla Baia delle nostre più rarefatte passioni. 

Fu ancora un successo e finalmente capimmo : eravamo destinati all’assoluto, proprio noi, proprio lì. E pensammo, quasi naturalmente, al vino della luce: lo Champagne. Da quel momento in poi il viatico etilico avrebbe parlato solo il linguaggio delle più classiche delle bollicine. E così è stato!! Abbiamo degustato, nel tempo e nell’ordine, i seguenti nettari: “Brut Tradition Grand Cru” di Egly-Ouriet, ”La Closerie” di Jerome Prevost, ”L’amateur” di David Leclapart , “Brut Tradition Blanc de Blancs Millesimè 2007” di Fernand Thill , “Brut Tradition” di Pierre Legras, Ferrari del Centenario, l’Initial di Jacques Selosse, l’Apotre di David Leclapart, “Les Crayeres” di Egly-Ouriet, “Femme 1995” della maison Duval-Leroy, Venus Grand Cru 2005” di Agrapart , “Brut Grand Cru Millésime 2003” di Egly Ouriet, Extra Brut Millesime 1995” di Fleury, Dom Pérignon rosè vintage 1996, “Extra Brut Grand Cru” di Franck Bonville, “Comtes de Champagne 2004” di Taittinger, “Cuvèe Rare 2002” di Piper-Heidsieck, “Clos des Goisses 2002” di Philipponnat, “Grand Siècle” di Laurent Perrier, “Vieilles Vignes Francaises 2004” di Bollinger, Krug “Clos du Mesnil 1998” , SALON 2002, KRUG 2002, DOM PERIGNON “P2” 1998 . Il migliore di tutti ? Senza alcun dubbio il “Vieilles Vignes Francaises 2004” di Bollinger .

“…Non c’è champagne come il “Vieilles Vignes Françaises” di Bollinger, celeberrima maison fondata ad Ay, nella Vallèe della Marne, nel 1829 . Pensato nel 1969 sotto la gestione di Lily Bollinger e su suggerimento del giornalista inglese Cyril Ray, il “Vieilles Vignes” proviene da viti di Pinot nero che , pur non essendo particolarmente vetuste (ripiantate circa 35 anni fa ) , sono state clonate con il metodo della “propagazione” da piante pre-fillossera, e questo è stato fatto rispettando il sistema di allevamento ottocentesco detto “en foule” ( un metodo che prevedeva fittissime densità di impianto, anche di 50.000 ceppi/ettaro). Originariamente erano tre le parcelle da cui si ricavava il Vieilles Vignes: “Chaudes Terres” e “Clos St. Jacques”, “clos” contigui alla sede aziendale ad Ay, e la vigna “Croix Rouge” di Bouzy. Quest’ultima è stata recentemente aggredita e distrutta dalla fillossera con la conseguente scomparsa di un altro pezzo di storia enoica. Avremo meno bottiglie in futuro e presumibilmente cuvèe meno intriganti. Nella nostra versione del 2004 l’approccio olfattivo è possente, assolutamente travolgente. Il Pinot nero giganteggia in tutte le sue peculiarità: monumentale e raffinato nei profumi, materico e potente nel fruttato e nelle spezie, elegantissimo e con un lunghissimo finale. Leggendario!…”

Riusciranno le prossime, celestiali bollicine destinate all’evento 2018 , AMBONNAY MILLESIME’ 1990 – ANDRE’ BEAUFORT / CHARLIE 1990 – CHARLES HEIDSIECK / LES MESNIL 1990 – BRUNO PAILLARD , ad offuscarne il mito ?

 

 

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