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Dicembre 2019

Io non sono un tipo che definirebbe una persona di cinquant’anni “giovane”, perché mi ricordo perfettamente com’ero e cos’ero a vent’anni. Parimenti, non definirei mai un vino affinato lungamente o che è stato in bottiglia per molti anni “fresco, anzi freschissimo…”, perché a quel punto andrebbe ridefinito lo stesso concetto di “fresco” in un vino. Ho bevuto migliaia di bottiglie entro i dieci anni dall’imbottigliamento, rischiando e consumando diversi infanticidi, e so perfettamente com’è un vino “fresco, anzi freschissimo…”. Che poi il nettare vetusto possa avere ancora qualcosa da dire e da dare è fuor di dubbio, specie se è un grande vino. Anche un vecchio di ottant’anni ha ancora qualcosa da dire e da dare, ma nel migliore dei casi nel suo futuro c’è la prospettiva di una placida e serena dipartita. Questo preambolo per introdurre il racconto della bevuta del più grande Blanc de Blancs della mia vita: non è Delamotte, né Salon. E neppure un Clos du Mesnil. E’ il Comtes de Champagne 1995 di Taittinger. Ma procediamo con ordine. Con l’amico Antonio Lioce siamo soliti organizzare degustazioni estemporanee ispirate da acquisti occasionali di nettari a volte desiderati da tempo. Così ci siamo ritrovati con un paio di bottiglie di tutto rispetto: “Le Millesime” 1996 di VAZART-COQUART ( sboccatura ottobre 2019 ) e il Comtes de Champagne 1995 di TAITTINGER ( in commercio intorno al 2005 dopo 120 mesi sui lieviti ) . Da qualche anno a questa parte siamo giunti alla conclusione che, quando si tratta di capire veramente quel che stiamo a bere, non c’è niente di meglio che la propria casa. Così l’amico A.L. ha approntato una cena degna di una tavola regale per sostenere la beva dei due Blanc de Blancs.

Abbiamo cominciato con il millesimato di VAZART-COQUART . La maison si trova nel cuore della Côte des Blancs a Chouilly e gestisce 11 ettari coltivati quasi esclusivamente a chardonnay. I vigneti hanno in media 30 anni e Jean Pierre Vazart, l’attuale titolare dell’azienda, promuove da tempo una viticoltura sostenibile con l’obiettivo di preservare e rinnovare il suolo attraverso una conduzione agronomica biodinamica. Nel 2012 la maison ha ottenuto la certificazione “High Environmental Value Vineyard” che identifica le aziende che mirano a ridurre l’impatto ambientale. “Le Millesime” si presenta alla vista con un bel colore dorato. Niente di “fresco, anzi freschissimo…” promana dal bicchiere ( nonostante un degorgement recentissimo ). Quel che ci viene incontro è una splendida maturità, come si conviene a prodotti che hanno un po’ di anni sul groppone: al naso note di sottobosco, funghi, acidità agrumate e biscotti; in bocca materia densa, suadente, corposa, solida. Alla fine quel velo di ossidazione che ammanta le papille gustative ci scorta verso nuances da distillato, con accenni torbati e strali minerali. Buonissimo. Stavamo quasi pensando di aver sbagliato scaletta. Ma poi è arrivato il fuoriclasse: “Comtes de Champagne” 1995 di TAITTINGER. Era il 1945 quando François Taittinger, secondogenito del fondatore Pierre, prende le redini della maison di famiglia e ne fissa lo stile legato allo Chardonnay. Non solo: recupera definitivamente le strutture sotterranee (cripte dei monaci e crayères) sotto quella che fu l’abbazia di Saint-Nicaise e ne fa le cantine per la maturazione dei migliori champagne Taittinger. Nel frattempo, è affiancato nell’opera dal fratello minore Claude (che riceverà il testimone a seguito della scomparsa prematura di François nel 1960), che nel 1952 ha un’idea: produrre un “ blan de blancs “ di altissimo livello che diventerà anche la cuvée de prestige di Taittinger. Era nato il “Comtes de Champagne”, che sarà poi lanciato cinque anni più tardi.

Ci sembrava di sognare a occhi aperti. Lo champagne, versato religiosamente nel bevante, è stato più di quanto potevamo immaginare. Colore oro antico, affascinante. Naso di rara complessità. Burroso come un vecchio Borgogna : anche qui sottobosco autunnale, come nel campione precedente, ma prima dei funghi si avvertono note di nocciole e noci e ai funghi si aggiungono i tartufi, la cioccolata bianca e un che di affumicato. Il tutto innervato di note agrumate, laccato di un velo di golosa ossidazione, sublimato da note di maderizzazione. E’ un vino da meditazione con le bolle. Niente perciò di “fresco, anzi freschissimo…”. Qui c’è l’evoluzione della specie. E non siamo manco sicuri di aver colto il campione nel suo momento di massima espressività. Magari è in parabola discendente ed era ancora più buono un paio d’anni fa.

Perché accada qualcosa di importante sulla scena del mondo ci vuole essenzialmente un grande uomo con un grande sogno. Solo il visionario, con capacità quasi rabdomantiche,  fa le cose giuste, al momento e nel luogo giusto, per estrapolare dalla realtà quanto di buono ha in serbo per chi ha il coraggio di dissotterrarne i tesori. Non si fa ristorazione di qualità se non si possiede un’idea che guidi l’azione, se non ci si sofferma a misurare l’impresa,  scegliendo una squadra all’altezza del compito, il posto accattivante, e soprattutto il piano emozionale a cui si intende accedere con tutte le proprie forze. Allo stesso modo non si fa un grande vino svolgendo diligentemente il compitino della Tradizione, della Tipicità e della Territorialità. Ci vuole uno sforzo creativo unico ed irripetibile. Perché ci sono vini fatti per conquistare, che ruotano la coda come il pavone. Ce ne sono altri invece che non si curano di un’amabilità superficiale, di quel cicaleccio servile che impressiona favorevolmente di primo acchito il degustatore .Quei nettari che son capaci di andare ben al di là delle apparenze sono i soli vini che finiscono per entusiasmare , che rappresentano una sorta di compendio di quanto di buono e di bello l’arte enologica, dalla conduzione agronomica alla trasformazione in cantina, è stata capace di fare negli ultimi anni, vini dalla perfezione formale e dalla ricchezza sostanziale, collocabili ai margini superiori di tutte le scale di giudizio esistenti e sotto tutti i punti di vista vagliabili.

Ai “ 5 SENSI “ del patron Pietro ( ovvero Pedro Parietti Almeida ) e dello chef Domenico Grasso, in quel di S. Severo, noi superstiti del gruppo “Gli Sfracanati” abbiamo intercettato l’ennesima, favorevole congiuntura astrale nel piccolo e ricercato universo dei luoghi dove riposano le eccellenze eno-gastronomiche. Passione, competenza, amabilità, arte culinaria e grande cantina hanno conquistato i nostri esigenti palati. Ai “5 sensi” Il cibo ci ha deliziati e lo chef Domenico Grasso è, senza tema di smentita, uno degli astri più fulgenti che la ristorazione della Provincia di Foggia possa vantare attualmente. Il locale, frutto dell’opera sapiente, competente e certosina del titolare Pietro, veste innanzitutto la livrea dell’enoteca, rivestito com’è lungo le pareti di bottiglie, ed incarna lo spirito dell’alcova, essendo caldo ed accogliente quel tanto che basta a farti dimenticare la realtà che impazza fuori dal locale. Cominciamo la beva con un omaggio alla terra che ci ospita: il PAS DOSE’ di d’ARAPRI. Nulla potremmo aggiungere alla fama acquisita dalla bollicina sanseverese se non confermare la bontà dell’intuizione primigenia di ottenere un metodo classico dall’umile bombino bianco. I vini sono degustati seguendo un ideale crescendo gustativo. Alla syrah/grenache del Rodano risponde la migliore syrah italiana: quella di Stefano Amerighi. “ La Tournèe” 2017 rouge di FERRATON è un vino dalla beva irresistibile. La maison Ferraton Père & Fils è una realtà molto importante nella Valle del Rodano. Ha il quartier generale a Tain-l’Hermitage e produce in regime biodinamico grandi vini  nelle “appellation”  Côte-Rôtie, Condrieu, Cornas e Châteauneuf-du-Pape. “La Tournée”,  che va sotto la menzione generica di Vin de France,  è il vino più semplice ed immediato che produce. Nonostante le scarse pretese ha nella bevibilità, nella franchezza del frutto e in un godurioso velo speziato tutto il suo appeal. Con Stefano Amerighi e la sua Syrah 2011 si torna al concetto di grande uomo portatore di un grande sogno. La sua passione nasce dai vari assaggi de “Il Bosco”, Syrah prodotta da Tenimenti D’Alessandro, di cui le annate ’93 e ’94 sono state dei veri e propri fari nella gioventù di Stefano. Poi il viaggio in Francia nella zona del Rodano dove ha potuto apprezzare le numerose e accattivanti declinazioni della syrah nella sua patria d’elezione. Da lì l’intento di concentrare in un unico vino tutto quanto la syrah è capace d’esprimere. Dai suoi circa  7 ettari di terreno a Poggiobello di Farneta, tra Cortona e Montepulciano, quasi completamente occupati da Syrah (4000 mq2 di Sangiovese), coltivato secondo i dettami dell’agricoltura biodinamica, prendono le mosse ben 17 vinificazioni differenti, ciascuna con una propria dinamica e lavorazione. La fermentazione delle uve è rigorosamente spontanea senza quindi l’aggiunta di lieviti e solforosa. Il contatto con le bucce varia dai 18 ai 35 giorni. L’affinamento avviene per circa il 40% della produzione nel cemento. La restante parte nel legno in botti che ormai hanno perso la loro parte aromatica. La sua Syrah 2011? Colore rubino brillante; note di frutti rossi, pepe nero, violetta e macchia mediterranea al naso; grande corpo, tannini levigati e stimolante vena acida in bocca. In sintesi: una delizia.

Il Kurni di Marco Casolanetti ed Eleonora Rossi è stato un vino “mito”  fino a qualche tempo fa. Ora annovera numerosi detrattori che gli rimproverano di non essere alla moda , perché nessuno vuole più vini così corposi e mastodontici nell’estratto e nella struttura e, a detta loro, poco equilibrati e dalla beva faticosa. A noi invece il Kurni 2012 è piaciuto molto. Le rese esiziali, la viticoltura estrema, le scelte agronomiche naturali, l’utilizzo del 200% di legni nuovi in affinamento per il doppio passaggio in botti piccole, giustificano  un esito sensoriale caleidoscopico, una ridda di profumi e gusti  ricca, complessa e fascinosa. E’ inutile inseguire ulteriori raggiungimenti, ambire a ipotetici futuri radiosi. Nel Kurni 2012 è già tutto scoperto, scintillante, pronto, estroverso; amarena, prugna, violetta, menta, sottobosco, vaniglia, caffè e cioccolato. Finale soavemente dolce. Cosa pretendere di più? Cosa aspettare oltre? Al momento di gustare il dessert , un’altra grande sorpresa: il Pedro Ximenez Solera 1927 di ALVEAR. Bevuta oltre un decennio fa, la Solera 1927 è adesso un vino magico, ammaliante, densissimo, concentrato, dolcissimo, morbido, deciso ed ineguagliabile. Chapeau. A far da bicchiere della staffa un’eccellente grappa di Masi. Difficile rintracciare il vino migliore del lotto. Mi verrebbe da assegnare un ex-aequo alla Syrah, al Kurni a al PX. Alla fine preferisco Amerighi e al vino prescelto, come di consueto, dedico il pezzo.