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Ottobre 2019

Lungi dall’essere dei semplici gaudenti eno-gastronomici, “Gli Sfracanati” ricercano innanzitutto quanto di poetico contiene l’umana esistenza. Quando si radunano, sono imprescindibili due condizioni, che si traducono poi in due compresenze: l’eccellente vino e il dialogo con il “genius loci” . La fede in quest’ultimo è fondamentale. Concetto astruso, si potrebbe definire come il misterioso e rarefatto senso del luogo e dell’istante, in cui convergono arcane e nuove sensazioni. Questo fraseggio interiore è alla base di ogni esperienza degli Sfracanati. All’Osteria Varanalle le nostre anime, espanse nel tentativo di abbracciare il mondo, si sentono a casa perché si sono allineate allo spirito del luogo. In Contrada Bosco, nei pressi di Ariano Irpino, si respira un’aria senza tempo e i colori dell’ambiente che circondano le poche e sparse abitazioni sembrano richiamare una sorta di cromatismo primordiale, tale è la sensazione di purezza che promana da ogni presenza animale e vegetale e persino dalle cose inanimate. La collinetta che si erge armoniosa di fronte alla terrazza del ristorante, nel candore di un silenzio raro e prezioso appena rotto dalla musica di un vento lieve che muove come dita delicate le foglie degli alberi, sembra richiamare atmosfere leopardiane. Alla fine, ad accrescere l’incanto, ci pensano la cucina e i vini dell’Osteria, che sono di tutto rispetto. L’incipit enoico stavolta l’abbiamo affidato ad uno dei più grandi vini bianchi italiani: il “Cervaro della Sala” di Antinori. Quanta storia, quanto fascino, quanta classe, quanta intraprendenza racchiude quest’etichetta. Con un occhio alla Francia e all’inimitabile charme di un Montrachet, Antinori e la sua discendenza, nel solco della più stringente e qualitativa tradizione, hanno voluto regalare all’Italia uno chardonnay archetipico, con il vezzo di una punta di grechetto in omaggio alla territorialità. Sulla strada che da Orvieto porta a Ficulle giganteggia il Castello della Sala. Costruito da Angelo Monaldeschi nella metà del Trecento, era l’edificio simbolo di questa importantissima famiglia longobarda che all’epoca rivaleggiò con i Filippeschi per il dominio della Rocca di Orvieto. Guelfi gli uni, Ghibellini gli altri, ebbero l’onore di una citazione dantesca nel Sesto Canto del Purgatorio nella Divina Commedia. I Monaldeschi erano divisi in quattro nuclei distinti: Cervara, del Cane, dell’Angelo e della Vipera. Solo un matrimonio tra i Cervara e i della Vipera pose fine alle ostilità interne alla famiglia. Nel ‘500 il Castello della Sala passò nelle mani dell’istituto benefico dell’Opera del Duomo di Orvieto e vi rimase fino alle confische delle proprietà ecclesiastiche seguite all’Unità d’Italia. Giungiamo così al 1940, quando il Marchese Niccolò Antinori lo acquistò e cominciò a produrre vini bianchi. Ma dobbiamo aspettare gli anni ’80 e Piero Antinori per il salto di qualità. Il “Cervaro della Sala” vide la luce a partire dall’annata 1985. Nella versione che abbiamo degustato, la 2011, si avvale dell’apporto di uve chardonnay per il 90% con un saldo di grechetto. Vinificazione e maturazione in barrique ammontano a sei mesi e 10 sono i mesi di affinamento in bottiglia. Etichetta simbolo e vanto per l’enologia regionale e nazionale, mette tutti d’accordo, tradizionalisti e innovatori, dal punto di vista organolettico ( avrebbe messo d’accordo persino i rivali Monaldeschi e Filippeschi… ). Il colore nel bevante è giallo oro. Al naso è ampio l’arco olfattivo, tra note fresche e terziarie; immenso il corpo; lunghissimo il finale. I pochi anni di invecchiamento hanno dotato il campione di una vasta gamma di sentori terziari dove fanno ancora capolino effluvi floreali e fruttati ammantati di un velo di ossidazione stimolante e gustoso. E’ tale la struttura del Cervaro che passare ai rossi è facile. Il Polvanera “16” 2014 racconta mirabilmente il Primitivo di Gioia del Colle. Adagiata su di uno spesso strato di roccia, la Vigna San Benedetto regala una materia di prim’ordine per un Primitivo suadente e verticale, più convesso che concavo, più dinamico che massivo. La beva è golosa e nel contempo facile. Quel che si suole definire mineralità è la sua nota più affascinante. Supremo l’equilibrio, forse il più equilibrato dei vini bevuti.

Appagati, ci accostiamo al fuoriclasse del giorno: “Purosangue” 2013, il nuovo Taurasi di Luigi Tecce. Il termine “demiurgo” ci viene in soccorso. Con Luigi Tecce si supera persino il concetto di vigneron. E’ un filosofo prima che un produttore vinicolo; è un gaudente prima che un profondo conoscitore del vino; è pervaso di religiosità più che di spirito artistico. E il suo vino è sangue della terra più di tutti i nettari mai bevuti finora. Primato legato all’uomo che si fa Natura e di concerto con essa crea capolavori. La retro-etichetta così recita: “ Questo vino è prodotto da una vigna di Aglianico coltivata nelle ex particelle 96 e 213 del foglio 14 del comune di Paternopoli. Il suolo è sabbioso-argilloso di natura calcarea, ricco di materiale piroclastico, con una altimetria di 500 metri sul livello del mare, ed esposizione a sud/ovest”. L’estensione del vigneto è di 1 ettaro, lavorato in naturale. Il tipo di impianto è il cordone speronato, con una densità di ceppi di 5000 per ettaro e una produzione di 35 hl. L’età delle viti è di 15 anni. La vendemmia è manuale. In cantina , ad una fermentazione spontanea segue una lunga macerazione in botte di legno, affinamento di 12 mesi in tonneaux vecchie, 12 mesi in botti da 50 hl e ulteriori 24 mesi in bottiglia. Solforosa ai minimi ( solo 22.0 mg/l ) per 6.600 bottiglie.Sempre in retro-etichetta: NO a lieviti selezionati, enzimi, batteri malolattici, tannini aggiunti, disacida, chiarifica, filtrazione e gomma arabica.

Infinite le sollecitazioni sensoriali che promanano dal bicchiere. Colore rubino cupo e consistente. Impatto olfattivo magnetico, di carnosa intensità, con profumi sontuosi di frutti rossi ( ciliegia in primis ) al pieno della maturazione per passare a note di macchia mediterranea, liquirizia, grafite e cenere spenta, Tannini e acidità autorevoli conferiscono al campione volume, gusto , dinamismo e sapidità per una beva possente. Immenso. il vino dolce a seguire è quasi annichilito.

Ai piedi dei Pirenei nasce La “Magendia” 2015 di CLOS LAPEYRE, vino da uve surmature della denominazione Jurancon. L’ assoluto rispetto dei ritmi e delle trasformazioni naturali hanno prodotto un vino appena abboccato, dinamico e sapido in bocca, dove acidità e mineralità sono presenti. I profumi sono intriganti ed insoliti. Ma dopo Tecce le papille gustative non hanno potuto e forse voluto registrare altro.