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Febbraio 2019

Mentre mi accingevo a stappare una bottiglia di  Vall Llach 2002, vino rosso della DOQ Priorat prodotto dall’omonima azienda vitivinicola, ho ripensato a quanto scritto da me in passato sui vini vetusti…

“ … C’è una categoria di bevitori che amo definire “Rigattieri del gusto”. Costoro, innamorati dei profumi e dei sapori che solo i vini vetusti sanno elargire e intenti a lustrare le scarpe ai “guru” del settore mutuandone acriticamente le opinioni, sono della risma di quelli perennemente inattuali, proiettati sempiternamente su ipotetici futuri picchi di espressività organolettica dei nettari intercettati lungo il loro incedere sensoriale. Quasi mai ghermiti subito. Quasi sempre bevuti con nostalgia per quel che avrebbero  potuto essere e magari non sono stati. Il loro tipico  approccio mentale  ad un vino, per quanto risulti fantasmagorico al naso e appagante al palato, è il seguente:”…E’ così giovane: mi trovo forse davanti ad una bottiglia che avrebbe potuto riposare in cantina ancora a lungo? A quanto ammonterà la sua “tenuta” organolettica?….” E amenità del genere. E invece di godere del piacere del “qui” e “adesso”, invece  di abbandonarsi a briglie sciolte nel dominio della voluttà ,il desiderio del “rigattiere”  tende ad impigliarsi nel suo gioco preferito, quel meccanismo perverso e senza uscita che amo definire  la roulette russa dello “stappo”. Che è Il suo “onanismo” enologico. Che è lo stucchevole arzigogolare sul sesso degli angeli (…quando è giusto fruire di un nettare? A quando il suo apogeo gustativo?…) e che lo porta a differire la beva fino ai prodromi del baratro. Il più grande vanto del “rigattiere” è poter affermare di aver trascinato al limite estremo  le condizioni di bevibilità di un vino. Spesso il “rigattiere” possiede la generica nozione del miglioramento del vino in funzione dell’invecchiamento. Innanzitutto bisogna sapere cosa invecchiare. Ho visto comprare cartoni di riesling tedeschi “Qba” e destinarli ad un forzato imbrunimento. Chi glielo spiega all’incauto “rigattiere” che nessun bevitore consapevole lo farebbe e perché? Solo vini dalla grande struttura e dal sostanziale equilibrio possono solcare gli stessi cieli  dove osano le aquile…”

L’azienda vinicola Vall Llach è stata fondata nei primi anni novanta dal cantante catalano Lluìs Llach e dal notaio Enric Costa a Porrera, uno dei nove villaggi della Catalogna meridionale che costituiscono la DOQ Priorat. Sottoposto ad un affinamento di 18 mesi in barrique da 225 e 300 litri  leggermente e mediamente tostate, il “Vall Llach 2002”  è un blend composto dal 65% di Cariñena, 25% Merlot, 10% Cabernet Sauvignon. Quel che presumibilmente è stato un campione alla vista dallo splendido colore granato molto brillante, con sfumature violacee, con un naso debordante di aromi di frutta nera matura ed erbe aromatiche e un sottofondo di tabacco e cioccolata, ed una pienezza gustativa e post-gustativa ai limiti della saturazione, dopo tanti anni si è risolto in un vino dal colore più opaco, per quanto brillante, un naso meno esuberante e più sottile, per quanto intrigante, e una fase gusto-olfattiva più agile e più scarna. L’equilibrio c’è. Come pure una patina lieve e stimolante di acidità che informa ogni cosa. Ma il frutto non c’è più e al suo posto affiora uno scenario gusto-olfattivo terziario che occhieggia al cuoio, al goudron, alla lacca. Nuances più aeree che terrestri. Si avverte altresì, in aggiunta al già detto, un aroma leggero di vaniglia. La struttura è ancora sana e ben definita ma ancor più sana e definita è la consapevolezza che non tutti i vini sono fatti per invecchiare e solo alcuni per andare oltre i 10-15 anni dalla vendemmia. La questione centrale è sempre la stessa: beccare il momento di massima espressività del nettare alla beva. E se piacciono le note fruttate, la freschezza, la pienezza e l’intensità,  non bisogna mai permettere al tempo di cancellarle del tutto.

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Tre sono le condizioni ideali per degustare un vino. La prima attiene al luogo dove si decide di farne bevuta e non c’è niente di meglio di una casa. Non necessariamente la propria ma perlomeno “amica”. La seconda attiene alla compagnia: poche persone affini e unite da legami affettivi molto forti. La terza condizione è la più importante. E’ la voglia di incarnare quel che amo definire la “regola del quattro”, quella modalità di approccio al liquido nel bevante che consta di quattro fasi: gioia, divertimento, piacere, oblio. L’immancabile abbrivio di natura per così dire  “tecnica” è irrinunciabile e precede la fase edonistica, ma non basta e può essere persino un ostacolo nel percorso che conduce all’estasi enoica. Dopo aver inquadrato il vino con le consuete nominalizzazioni ( colore, profumi, intensità, integrità ), l’abbandono è l’atteggiamento esistenziale giusto da tenere per coglierne l’essenza. In quel di Caserta, nello scorso fine settimana, le condizioni fin qui elencate c’erano tutte: in pochi, tra amati parenti pieni di passione, in una casa calda e accogliente. Ci volevano nettari all ’altezza degli astanti. La congiuntura astrale favorevole ha fatto sì che ci fossero: LA FIRMA 2005 – CANTINE DEL NOTAIO,  TAURASI 2008 – HISTORIA ANTIQUA, GRECO DI TUTO VIGNA CICOGNA 2016 – FERRARA, GRECO DI TUFO CONTRADA MAROTTA 2013 – VILLA RAIANO, FIANO DI AVELLINO STILEMA 2015 – MASTROBERARDINO, BRUT PREMIERE – LOUIS ROEDERER, BRUT RESERVE – JEAN VESSELLE.

Quando  il nonno di Gerardo Giuratrabocchetti preconizzò al nipote omonimo il suo futuro da vignaiuolo nacque in cuor suo l’azienda “Cantine del Notaio”. Poi si dovette arrivare fino al 1998, circa trent’anni dopo, perché l’azienda partisse concretamente. Nel cuore dell’areale del Vulture e con la collaborazione dell’enologo Luigi Moio, che tanta parte ha avuto per lo sviluppo della viticoltura di qualità in tutto il Sud Italia, Gerardo ha intrapreso questa sfida con il vitigno principe della zona: l’Aglianico. All’interno di antiche grotte tufacee ha ricavato la splendida cantina dove barriques di rovere francese ospitano i vini di punta dell’azienda. I vigneti sono sparsi nelle contrade più vocate della zona del Vulture: Rionero, Barile, Ripacandida, Maschito e Ginestra. Da tali vigne nascono i vini di punta dell’Azienda e anche il nostro “La Firma” 2005. Le sue uve sono state raccolte agli inizi di Novembre. La  fermentazione è avvenuta in vasche di acciaio inox per preservare l’integrità del frutto, con una macerazione a contatto con le bucce di circa 20 giorni. Il vino poi ha riposato nelle grotte tufacee della cantina aziendale per 12 mesi in barriques di rovere francese di primo passaggio. Il colore del vino, in gioventù rosso rubino brillante, è adesso rosso granato con riflessi purpurei ancora vivaci. L’olfatto sciorina frutta nera con ricordi di amarena e ciliegia. Grande è il profluvio di aromi terziari: su tutti cuoio e tabacco. Finale balsamico e retrogusto lunghissimo. “La Firma” 2005: una delizia di valore assoluto!

La cantina di Manocalzati “Historia Antiqua ha vinto il Concorso Enologico Nazionale Vini a D.O.C. e a D.O.C.G. “Premio Douja d’Or”, organizzato dalla Azienda Speciale della Camera di Commercio di Asti. Ad ottenere il massimo riconoscimento e quindi l’Oscar Douja d’Or è stato il Taurasi Historia Antiqua 2012. Noi abbiamo degustato il 2008. Buono ma non memorabile. Il breve invecchiamento ha spogliato il nettare di parte della sua fruttuosità e hanno retto essenzialmente lo scheletro tannico e la spina acida, pur in un gradevole equilibrio. Il Taurasi Historia Antiqua 2008 si propone con un colore rosso rubino dalle sfumature granato, il suo bouquet è ampio, abbastanza fine ed elegante, con un ricordo di piccoli frutti rossi maturi e sensazioni terrose.

Agli inizi del XX secolo risalgono le origini dell’azienda agricola “Benito Ferrara”, estesa su una superfice complessiva che sfiora i dieci ettari e particolarmente attiva in ambito vitivinicolo. Con appezzamenti vitati rientranti nei territori sia del comune di Tufo – situati esattamente nella frazione di San Paolo – sia del comune di Montemiletto, la cantina si trova in una zona che, per tradizione, è altamente vocata alla coltivazione delle varietà del greco di Tufo e dell’aglianico. Coltivando i propri vigneti a un’altitudine variabile tra i 450 e i 600 metri sul livello del mare, l’azienda vede iniziare la propria storia moderna verso gli anni ’50, quando è proprio Benito Ferrara che, grazie alla sua innovativa mentalità di lungimirante imprenditore, dà il via alla costruzione di una propria cantina, al fine di produrre e imbottigliare vino indipendentemente. Oggi le redini dell’azienda sono rette dalla figlia di Benito, Gabriella Ferrara. Dal suo operato nascono etichette di assoluto livello qualitativo, partendo dal celebratissimo Greco di Tufo “Vigna Cicogna”. Il 2016 è stato strepitoso.Il colore giallo oro ha preannunciato una ridda di sensazioni odorose e un’intensità gustativa fuori dal comune.

Come pure il Greco di Tufo Contrada Marotta 2013 di Villa Raiano.L’ Azienda Vitivinicola “VILLA RAIANO” , ubicata a S. Michele di Serino, produce il suo greco da una vigna che si trova all’interno di una delle espressioni territoriali più significative dell’intera denominazione: Contrada Marotta, nel comune di Montefusco. Le viti crescono su di un terreno calcareo-tufaceo di origine vulcanica, orientato ad est a 650 metri di altitudine. La vinificazione in acciaio assicura il rispetto integrale dell’anima varietale di questo splendido vitigno.   Sinora il Contrada Marotta aveva sempre manifestato una incredibile energia senza però avere la capacità i distendersi. La 2013, sicuramente un’ottima annata per i vini bianchi campani, si è giovata di due anni di bottiglia e l’esito organolettico vede nella fruttuosità, nella vibratile acidità e in un corpo sontuoso le sue qualità più cospicue. Tutto è in equilibrio e lo sarà ancora per parecchi anni.

Il Fiano di Avellino è un vino riscoperto e reinventato dal padre di Piero Mastroberardino , Antonio, alla fine degli anni Quaranta. Quando quel vitigno e quel vino restavano solo nei ricordi di antiche tradizioni pressoché scomparse, Antonio riselezionò le viti che ritenne appartenenti a quella varietà e il Fiano rinacque magicamente dall’oblio. Quando poi al Fiano fu assegnata prima la Doc e poi la Docg, si preferì per motivi promozionali chiamarlo d’Avellino anziché di Lapio, come sarebbe stato più logico data la primigenia diffusione in quell’areale. Alle origini il Fiano era un vino dolce prodotto dopo lenta filtrazione. Poi per mano della famiglia Mastroberardino è diventato secco  e oggi la storica azienda è uscita con una nuova etichetta di Fiano. Dopo una sosta di tre anni in cantina, un sapiente mix tra acciaio e legno ha prodotto un grandissimo vino, uno dei migliori Fiano di sempre. Stilema 2015 è l’inizio di una nuova era per i Fiano di casa Mastroberardino. La tecnica di vinificazione usata prevede lunghi contatti fra il vino e le sue fecce sottili.

Lo Champagne ha fatto da degna cornice a cotanta beva.