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Novembre 2018

Con la definizione generica ed inelegante di “Sudovest” si indica un insieme di aree vitate a sud e a est di Bordeaux e a ovest del Midi, tutt’altro che omogenee. Nel ginepraio delle denominazioni a vocazione rossista riconducibili al territorio del Sudovest, mi son divertito ad esplorarne organoletticamente alcune attraverso diversi ed inconsueti nettari.

Cahors è l’ultimo angolo di Francia in cui si può trovare una significativa presenza del vitigno malbec, che fornisce vini corposi e rustici; ormai più famoso nella sua seconda patria, l’Argentina, diede grande fama alla regione in epoca prefillosserica. I problemi di adattamento ai portainnesti americani lo fecero cadere in disgrazia fino al periodo successivo al secondo dopoguerra, quando cominciò la rinascita del “vino nero” di Cahors. Ho bevuto due vini di Cahors: il “CLOS de GAMOT” 2015 e il SOLIS 2015 di Cosse & Maisonneuve.

CLOS de GAMOT” : uno stile antico per un grande vino. 100% malbec da viti con 40-120 anni. Stile tradizionale nel vero senso della parola: un colore intenso e penetrante che conduce a un naso diretto, intenso e potente, di grande eleganza su note fortemente fruttate.

Parcelle vinificate separatamente in piccoli tini ed estrazione tramite rimontaggi , così da donare struttura armoniosa e un grande potenziale d’invecchiamento ai vari assemblaggi; diraspamento completo; 1 anno in acciaio ; qui nessuna barrique: l’affinamento, che dura circa due anni, è fatto solo nei ‘Foudres’ e nei ‘Demi-Muid’. Perfettamente puliti e armoniosi, i vini del “CLOS de GAMOT” richiedono una certa cultura del gusto per essere compresi.

Il Clos de Gamot si trova sulla riva destra del fiume Lot, a Prayssac. Oggi rappresenta l’aspetto più ‘tradizionale’ di Cahors.

SOLIS 2015: dalle giovani vigne della tenuta, miscela di Malbec (85%), Merlot (12%) e Tannat (3%). Matthieu Cosse è originario di Agen, enologo e viticoltore dal 1999 per il gusto per questo vino nero e per la sua finezza. Dal gennaio 2001, sfrutta 24 ettari e converte rapidamente 9 ettari di vigneto al credo biodinamico.
Una politica di 
bassa resa , raccolta manuale a maturità ottimale, selezione sulla vite, estrazioni delicate per rispettare la qualità del frutto e lunga maturazione in botte sono necessarie per la massima espressione dei vini che risultano densi, equilibrati e con tannini fini.

Spostandosi ad Ovest, ci si imbatte nel misconosciuto territorio di Marcillac. Marcillac-Vallon si trova su cammino di Compostela per quei viandanti che partono da Le Puy. A Marcillac-Valloin e nei suoi dintorni la vigna fu piantata dai monaci di Conques nel IX secolo. Ebbe alterne vicende di coltivazione. Il suo apice produttivo fu concomitante con lo sfruttamento delle miniere di ferro a Mondalazac e di carbone a Decazeville agli inizi del 1900. Una condizione che contagiò anche il vino di Marcillac, un vino da “miniera”, che dissetava quasi 35.000 persone. Poi ci fu la tremenda gelata del 1956. Fatto sta che solo nel 1990 la vigna è rifiorita, e con essa l’uva Mansois o Saumoncés, vitigno conosciuto anche come Fer Servadou a Madiran e a Gaillac. È fuor di dubbio che questo Marcillac abbia anche ristorato e riscaldato i viandanti e i pellegrini che si dirigevano a Compostela. Lo stesso si vorrebbe che accadesse oggi che finalmente il vino di Marcillac è rinato. La sua nuova vita ha un punto fermo nell’uva Mansois; a questa si possono aggiungere il Cabernet Sauvignon e il Merlot, e in un futuro non molto lontano il vecchio e straordinario vitigno Prunelart . I viticoltori non sono molti, se ne contano una quindicina, però sono agguerriti nel voler recuperare il tempo perso negli ultimi cinquanta anni. Il Mansois ha bisogno di affinare in legno, per cui spazio alla barrique; poi ha anche bisogno di sostare in vetro e c’è chi ve lo tiene anche un anno; infine c’è chi questa sosta la fa fare in una vecchia cantina d’epoca primitiva a 1300 metri di altitudine. I vigneti abitano in un terreno non del tutto ospitale, sono tutti terrazzati e vige l’obbligatorietà della manualità di lavoro. Il vino Marcillac di oggi è di un rosso un po’ concentrato e consistente; ha odori di frutta rossa, di violetta, di liquirizia e una punta di mineralità fumé. Ha del tannino, ma non è agreste come il fascino dell’ambiente circostante,  anzi si lascia bere con golosa freschezza. Del Domaine du Cros ho bevuto “Lo Sang del Pais”, 100% Fer Servadou (Sang del Pais).Vino rosso con fermentazione a contatto con le bucce per tre settimane in acciaio. Affinamento in acciaio e bottiglia. Solo 5000 bottiglie. Lo Sang del pais ha color rosso rubino con riflessi violacei. Al naso i profumi giocano fra spezie, pepe, frutti rossi e cassis. In bocca è caldo, piacevole, fresco con tannini morbidi.

Muovendosi in direzione sudovest, cioè verso i Pirenei e il confine spagnolo, la scena si arricchisce di nuovi vitigni: tra le uve rosse giganteggia il Tannat. l’AOC Irouléguy è l’ultima AOC prima del confine franco-spagnolo in cui si producono vini bianchi, rossi e rosati.

Il Domaine Arretxea si trova nel sud-ovest della Francia, in una zona abbracciata a nord dai vigneti di Bordeaux e a sud dalla catena montuosa dei Pirenei. Questa cantina storica fonda le proprie etichette su vitigni autoctoni della regione. Queste terre infatti, sono ricche di vitigni unici, tipici ed eterogenei tra loro. Domaine Arretxea dispone di 8,5 ettari vitati. La conduzione del lavoro è soggetta alla viticoltura biodinamica oramai da anni. I padroni di casa sono Michel e Thérèse Riouspeyrous veri conoscitori di queste terre e amanti del rispetto della natura in ogni sua forma. I vini prodotti sono una fotografia esatta, piacevole e profonda della bellezza di questa regione francese. Vini autentici, capaci di coinvolgere neofiti ed appassionati, attraverso vitigni unici e prodotti sempre espressivi. Sicuramente una realtà da scoprire in tutta la sua bellezza e semplicità.

IROULÈGUY ROUGE “ARRETXEA” 2010 è tannat unito in assemblaggio con due vitigni internazionali, cabernet franc e cabernet sauvignon (tannat 66%, cabernet franc 17%, cabernet sauvignon 17%). Macerazione sulle bucce per 4/5 settimane con ripetuti pigeages; affinamento in legno. Un vino rosso e corposo, ottimo se abbinato a tavola con piatti ricchi e saporiti.

 

La regione Languedoc-Roussillon è estesa tra il Massiccio Centrale e il Golfo del Leone, sul Mar Mediterraneo. Va dal basso corso del Rodano ai Pirenei Orientali, a sud di Perpignan. In queste due antiche province francesi si producono i due terzi dei vins de table francesi. La regione è divisa tra quattro dipartimenti costieri: il GARD, l’HERAULT, l’AUDE e i PYRENEES ORIENTALES. Nella Languedoc-Roussillon i vigneti coprono una superficie pari al 35% dell’intera superficie vitata francese. Il clima mediterraneo è la costante fissa di tutta la zona con sbalzi termici a volte importanti soprattutto in estate. I venti aumentano la secchezza del clima quando soffiano da terra, come il mistral, il cers e la tramontana. Le correnti marine moderano però gli effetti della calura e apportano un’umidità benefica al ciclo colturale della vite. Cuore della regione è la grande AOC “Coteaux du Languedoc”. Si estende tra le città di Nìmes e Narbonne, passando per Montpellier, tra la Camargue e le Cévennes. L’ AOC comprende le seguenti denominazioni: Clairette-du-Languedoc, Clape e Quatorze, Faugères, Grès-de-Montpellier, Montpeyroux, Pezenas e Cabrières, Picpoul-de-pinet, Pic-Saint-Loup, Saint-Chinian, Saint-drézéry, Saint-saturnin, Terrasses-du-larzac, Terrasses-de-Béziers, Terres-de-sommières, Le Méjanelle, Saint-Christol, Saint-Georges-d’Orques, Vérargues. Come tutti i vigneti meridionali, queste AOC- eccetto Picpoul-de-pinet – assemblano diverse varietà di uva. Ciò è giustificato dalle caratteristiche climatiche regionali con estati molto calde e venti che partecipano alla sovra-maturazione delle uve. Molte prove di vinificazione con una sola uva effettuate nel “Coteaux du Languedoc” hanno dimostrato che questi vini non possono raggiungere un’alta qualità e dare la vera espressione del terroir. D’altra parte, l’assemblaggio di diverse varietà consente di ottenere un perfetto equilibrio tra acidità, alcol e tannini. Dall’incontro Di Carignan Blanc e Chenin Blanc nasce il “Pays D’Herault Blanc 2015” del produttore Mas Jullien. Siamo a Jonquierès nell’AOC Terrasses-du-Larzac. Olivier Jullien è uno dei personaggi più carismatici dell’Herault e in questo campione è riuscito a coniugare la forza dei bianchi del sud col nitore e l’eleganza della tradizione bianchista del nord. Mediterraneo fuori e nordico dentro. Di colore oro leggermente ambrato, si presenta al naso fresco e aromatico. Complesso di aromi fruttati e terziari, in bocca è fine ed elegante. E’ un bianco originale tenuto in tensione da una bella acidità.

Si passa poi al “Domaine D’Aupilhac” nell’AOC Montpeyroux. La famiglia D’Aupilhac coltiva la vite da più di cinque generazioni. I 25 ettari sono condotti con modalità agronomiche ed enologiche biologiche e biodinamiche. Per ottenere complessità nella cuvée “LOU MASET” , millesimo 2015, il domaine ha assemblato grenache, cinsault, syrah, carignan e mourvedre. Il tocco del legno vecchio conferisce ulteriori sentori al bouquet. Delicato e corposo, come sanno essere gli assemblaggi riusciti, ha nella levigatezza del tannino e nella beva appagante le sue caratteristiche più cospicue.

Il Roussillon è una regione molto particolare. La sua grande variabilità di suoli, il suo clima caldo ma influenzato dal mare e i suoi vecchi vigneti in grado di produrre poco e potenzialmente bene dovrebbero fare di questo spettacolare angolo di Francia una terra nota in tutto il mondo. Due le etichette provate: “Segna de Cor” 2010 del Domaine Le Roc des Anges e la “Cuvée Alexandria” , Cotes Catalanes blanc 2011 del produttore MATASSA. Roc des Anges è stata fondata nel 2001 da Marjorie Gallette recuperando dieci ettari di antiche vigne. Al nucleo originario sono state affiancate negli anni altre parcelle di terreno su cui sono stati impiantati nuovi vigneti. Domaine du Roc des Anges conta adesso circa 25 ettari in totale. Dal 2008, anche il marito di Marjorie, Stéphane, ha iniziato a occuparsi della gestione aziendale. Le uve coltivate sono: carignan noir, grenache noir, grenache gris, maccabeu, carignan blanc e syrah. Le conduzioni agronomica ed enologica sono sostanzialmente ispirate ai principi della biodinamica. Nella fattispecie il “Segna de Cor” ( 50% Grenache – 30% Carignan – 20% Syrah ) è vinificato e affinato in cemento ed ha già nel nome il racconto della sua essenza : dalle rocce ( Roc ) degli angeli ( des Anges ) il sangue ( Segna ) del cuore ( de Cor ). Fruttatissimo e speziato, regala refoli minerali e balsamici in un contesto fresco e morbido. Godurioso e appagante.

Matassa è una piccola azienda dei Pirenei Orientali sulle colline dei Coteaux des Fenouillèdes, nella regione del Roussillon, con 12 ettari di vigneto tra i 30 e i 113 anni, intorno al villaggio di Calce. Fondata nel 2002 dai neozelandesi Tom Lubbe, enologo di cantine francesi e sudafricane, e Sam Harrop, consulente enologico, prima dell’acquisizione era chiamata Clos Matassa. Tom Lubbe gestisce la vigna e la cantina rispettando i criteri della biodinamica, prestando grande attenzione alla biodiversità e al rispetto della natura. Le parcelle sono coltivate con vitigni indigeni: grenache, mourvèdre, carignan e moscato d’Alessandria. In cantina si persegue la stessa filosofia lavorativa che permea il lavoro in vigna, con l’obiettivo di avere un vino naturale pieno di energia minerale. Per lo più è stato  eliminato l’uso dello zolfo, sebbene in alcuni vini venga aggiunto in minime quantità (5 – 10 mg/l) dopo la fermentazione malolattica (mai prima dell’imbottigliamento). La “CUVÉE ALEXANDRIA” è 100% Moscato d’Alessandria . Prodotto in pochissime bottiglie, questo vino si realizza con un’accorta macerazione a contatto con le bucce. Aromatico e suadente, è un vino fresco e pieno di carattere con note speziate in bell’evidenza.

Tante sono le vie che si possono imboccare qualora s’intenda intraprendere un viaggio enoico, quell’otto volante dei sensi alla ricerca del piacere e dell’oblio che si consuma nel cerchio di un bicchiere. Io le amo tutte: degustazioni comparate per vitigno, verticali per annate di un singolo o più produttori, raffronti tra vigneron che si misurano col medesimo terroir. Per ultima, e non per importanza o efficacia, la via del coniugare vini diversi tra loro e accomunati solo dalla loro alta qualità. Leggendo Dumas pensavo alla trama de “I tre moschettieri”. Ai tre valenti combattenti del titolo si aggiunse il vero protagonista del romanzo, D’Artagnan : non si poteva pensare ad un sodalizio tra elementi così eterogenei ma così efficace nell’azione e nel pensiero come quello intercorso tra D’Artagnan, Aramis, Porthos e Athos. Così è stato l’altra sera , in una sorta di simposio improvvisato, con i consueti amici di bevute. Quattro i campioni che si sono succeduti alla beva, così diversi, così distanti, eppure così vicini negli entusiasmanti esiti organolettici. Si chiama BRDA: si legge Collio sloveno. Si parte da quelle lande rocciose e impervie con l’EXTO GREDIC 2012 di MOVIA. Il Tokaj ricorda Aramis, uomo distinto e delicato, all’apparenza un uomo di chiesa mancato, il quale provvisoriamente indossa le vesti di Moschettiere. Poi si passa al Predappio di Predappio “Vigna del Generale” riserva 2012 della Fattoria Nicolucci. E’ il nostro Porthos, il più “sanguigno” dei tre moschettieri. Col Grattamacco 2011 si sale di livello . Bolgheri non tradisce quasi mai. Athos, il più ammirato fra i tre da d’Artagnan, di animo nobile e distinto, giganteggia. D’Artagnan, abile nella spada e molto coraggioso, chiude il cerchio: strepitoso, come al solito, lo Schioppettino 2012 di Bressan.

Ma procediamo con ordine. L’azienda Movia si trova al confine tra la Slovenia e l’Italia.
La sua fondazione, davvero antica, risale addirittura al 1700 e, a partire da quegli anni, generazioni su generazioni hanno lavorato e sudato sulle terre di proprietà, allo scopo di lasciare un’impronta perpetua.
Nel 1820, poi, una delle figlie dell’omonima famiglia sposa uno dei Kristančič: da quel momento, oltre alla coltivazione di alberi da frutto, l’azienda inizia a dedicarsi anche alla viticoltura.
Da allora il motto, nonché stile di vita, di Movia è: ” Sii autentico, rispetta Madre Natura e non ostacolarla nel suo corso”; nell’azienda, in cui si contano in totale 22 ettari di proprietà, si guarda infatti alla Natura in tutta la sua grandezza. Per concimare il terreno si usano solo letame, compost, preparati biodinamici e sovescio. I fitofarmaci sono solo organici, rame e zolfo. Il diserbo è meccanico ed in cantina si utilizzano solo lieviti indigeni.
Il GREDIC 2012 è un blend a maggioranza tocai ed un saldo di sauvignon e zelen. Affascinante e suadente , in ragione delle basse rese si esprime anche con una struttura importante. E’ lui ad aprire le danze. Poi si passa al Sangiovese. L’azienda agricola Nicolucci è stata fondata da Giuseppe Nicolucci nel lontano 1885 a Predappio Alta, frazione del rinomato comune di Predappio, poco distante da Forlì. L’azienda è a conduzione rigorosamente famigliare e si sviluppa su un’estensione di circa 10 ettari, per una produzione annua che si attesta sulle 70.000 bottiglie circa. Oggi le redini della gestione sono affidate ad Alessandro Nicolucci, esponente della quarta generazione, enotecnico che segue quotidianamente il lavoro in azienda. L’azienda, per un certo periodo si è chiamata “Casetto dei Mandorli”. Ora è ritornata “Fattoria Nicolucci”. Nei vigneti, situati a circa 300 metri sul livello del mare su terreni ricchi di argilla, calcare e minerali, si coltiva principalmente sangiovese. Una vigna vecchia di oltre novant’anni, in precedenza di proprietà di un generale che, di ritorno dalla guerra, decise di acquistare il terreno migliore per coltivarci sangiovese è la storia, tra mito e realtà, che ancora oggi si cela dietro al Riserva “Predappio di Predappio Vigna del Generale”, Romagna Sangiovese Superiore DOC. Nella versione 2012 , complesso e particolare, propone aromi e sapori mai comuni. Le uve, dopo la vinificazione, maturano per ben due anni in botti di rovere, per poi venire imbottigliate. Un vino che può evolvere ancora qualche anno in cantina ma che noi gustiamo già. Dopo il Tocai e il Sangiovese si comincia a salire. Come ben sanno gli appassionati di vino, la storia del Rinascimento bolgherese risale a non troppi anni fa quando un manipolo di aziende seguirono le orme di Mario Incisa della Rocchetta e la strada tracciata dal suo Sassicaia. La tendenza era però ricorrere a uve alloctone che qui si erano felicemente acclimatate. La 
Cantina Grattamacco nasce alla fine degli anni 70 . Il primo millesimo prodotto è del 1982. La sfida di Grattamacco comincia dall’aver infranto la rigida gabbia dell’uvaggio bordolese. Al principe dei vitigni toscani, il Sangiovese, andava ritagliato un posto che fosse qualcosa di più di una presenza esiziale. Ecco quindi una percentuale non marginale nella composizione finale del blend. Il Sangiovese del Podere Grattamacco è infatti unico nel suo genere e arricchisce con pregevoli e inaspettate caratteristiche il risultato finale. Da vigne con esposizione sud-ovest di 26 anni d’età e una densità di ceppi per ettaro che conta tra le 4-500 e le 6000 unità, il vino si avvale di una resa di 60 q/li ad ettaro . La vinificazione è in tini di rovere di Slavonia da 7 hl, innescata da lieviti indigeni. Affinamento in barrique per 18 mesi. Quello che ne deriva è un vino di grande struttura e statura, elegante e intenso, caratterizzato da continui richiami fruttati e speziati, in un contesto gusto-olfattivo caldo e mediterraneo. Per chiudere si va in Friuli. E’ il momento di D’Artagnan.

Fulvio Bressan è uno dei più carismatici produttori italiani di vino “artigianale” .

Vino-bandiera è lo Schioppettino, da vitigno autoctono friulano (anche detto ribolla nera) dall’originalità espressiva quasi incomparabile. Ha un odore di pepe bianco e di spezie semplicemente sublime .

Come in ogni versione, anche lo Schioppettino 2012 si distingue per caratteristiche organolettiche talmente debordanti da lasciare di stucco: si ama, senza vie di mezzo. Un grandissimo vino. Un vecchio zio di mia madre che possedeva una vigna nel mio paese natìo, mi diceva quando ero piccolo che la terra doveva essere assaggiata per valutarne la qualità. Ne prendeva un pizzico tra il pollice e l’indice, lo annusava e se lo metteva sopra la lingua per sentirne il sapore. Al gusto non doveva essere né troppo amara né troppo dolce, né salata né insipida, né troppo arida né troppo umida. Perchè la terra, diceva alla fine, doveva essere sì ricca ma anche fine. Chissà se Fulvio ha fatto la stessa cosa quando ha scelto il suolo dove ospitare le viti di Schioppettino. La sua vigna ricorda il Rodano meridionale tanti sono i ciottoli lungo i filari depositati dall’Isonzo che accumulano il calore di giorno e lo rilasciano di notte. Dall’interazione tra un simile “terroir” e il genio del vignaiolo è scaturito un nettare affascinante come pochi, la cui cifra più cospicua è data dalle emozioni che sa procurare.

L’Anjou è l’antico ducato, compreso fra la Turenna a est e la Bretagna a ovest, da cui trasse origine la dinastia dei Plantageneti, sovrani d’Inghilterra. Ora fa parte del dipartimento di Maine-et-Loire, con capoluogo Angers. Situata al limite settentrionale della coltura della vite, la zona di Anjou si sviluppa lungo il fiume Loira vicino alla città di Angers ed ha un clima continentale mite con alcune influenze marittime causa della sua vicinanza all’Oceano Atlantico. Questa influenza è mitigata dalle foreste del dipartimento della Vandea,  a sud-ovest, che assorbono il peso delle piogge  e i venti che arrivano al largo dell’Atlantico. I terreni sono composti  principalmente da rocce carbonifere e scisti . I terreni sono conformati in lievi ondulazioni e circondati da parecchi corsi d’acqua. Gli affluenti della Loira, in particolare il Layon e l’Aubance, svolgono un ruolo importante nella produzione vinicola della zona con vigne piantate sulla riva destra e al riparo dal vento dai vicini fianchi delle colline. L’Aubance e il Layon scorrono paralleli l’uno all’altro andando verso nord-ovest verso la Loira e quando il clima è favorevole possono contribuire a promuovere lo sviluppo del marciume nobile che è al centro della produzione di vino dolce della regione. In queste terre la vocazione è di antica data. Già nell’XI secolo i vini angioini venivano esportati e formavano una delle ricchezze del paese. Il re Renato d’Angiò, nel xv secolo, partecipava personalmente alle vendemmie e nel ‘500 Rabelais, l’autore di Gargantua et Pantagruel, dimostrava la sua predilezione per il vino d’Anjou. Il poeta Ronsard dichiarò che “ il vino che ha assorbito l’umore del terreno angioino segue volentieri solo le bocche dei golosi”. L’antica reputazione si basava soprattutto sui vini bianchi e rosati di tipo abboccato o dolce, con preferenza per quelli prodotti sui “Coteaux du Layon”. A sud di Angers, lungo le rive del fiume Layon, predomina il vitigno Chenin Blanc. Sotto-denominazione del Coteaux du Layon AOC è “Coteaux du Layon Villages AOC “. Questa regione vinicola comprende sei comuni lungo il fiume Layon che hanno storicamente prodotto vini di alta qualità. I sei comuni sono: Beaulieu-sur-Layon, Faye-d’Anjou, Rablay-sur-Layon, Rochefort-sur-Loire, Saint-Aubin-de-Luigné e Saint-Lambert-du Lattay.   Ed è a St. Aubin-de-Luigné, nel cuore del Coteaux du Layon, che Thomas Carsin ha concretizzato il suo progetto enoico. L’azienda si chiama “CLOS de L’ELU” eh ho bevuto il suo Bastingage 2016. I vini di Saint-Aubin-de-Luigné sono caratterizzati da aromi delicati che si sviluppano nel tempo. Questo campione invece non aspetta tempo. Vino di grande complessità, Chenin al 100%, è un vino ampio, armonico, poderoso, ricco di richiami floreali e fruttati; ma sono presenti anche note di miele, marmellata di agrumi e persino nocciola. In bocca è grasso ma anche vivace e minerale ed ha una notevole persistenza. Un vino importante che offre una maturità generosa con ulteriori note speziate e lascia a bicchiere finito una sensazione rimarchevole di opulenza.

Esistono luoghi del cuore, rifugi dell’anima, pertugi del gusto, anfratti del piacere ma per lo piu’ sembrano forme espressive volte a mascherare la personale ricerca del piacere eno-sensoriale.

Il CIVICO 25 di Perugia rappresenta da sempre una tappa fissa dove rilanciare  passione e  curiosita’ per il vino che non flette a distanza di decenni di calici in liberta’, senza museruola.

In compagnia dell’amico Nicola, con il quale condividiamo da sempre la medesima passione per il vino (e per il calcio), amiamo farci guidare da sempre dall’oste (tastato) alla scoperta di nuovi viticoltori, sovente del territorio, in modo da fondere entrambi i piaceri regionali.

CANTINA NINNI di Gianluca Piernera – Spoleto Fraz. Terraia

Si tratta di una cantina giovanissima (5 anni di produzione) radicata su terreni argillosi ad un’altitudine di 350 mt.

Un giovane produttore che ha costruito la cantina prima della casa. Nessun diserbante, nessun concime ed il solo “aiuto” alla vite in fase vegetativa con alghe marine. Integralismo BIO.

   MISLULI – 2017

Blend al 50% di Malvasia e Procanico, fermentazione lieviti indigeni e macerazione sulle bucce in botte. Vinificazione in legno 4 mesi, acciaio 4 mesi ed in vetro 6 mesi.

Il risultato e’ un prodotto inebriante, di colore giallo dorato in sintonia con la macerazione, ma FRESCO.

Note agrumate con una declinazione piu’ dolce di frutta gialla equilibrato da una  mineralita’ elegante ed una sapidita’ salmastra, iodata. Un PREMIO.

Osservo con molto interesse tutto ciò che è passione, impegno ad inseguire l’indefinito e tutte le svariate alchimie per la ricerca dell’ immaginaria perfezione.

Sono affascinato dalle persone che credono nei progetti dettati dalla loro passione, riuscendo a valicare ogni tipo di ostacolo e raggiungere la loro meta.

Mi lascio trasportare dalla mia voracità e decido di approfondire la conoscenza di Vincent e Raphaël Bérêche.

Questa è la storia di due fratelli che , oltre a gestire insieme al padre la Maison Bérêche a Ludes nella Montagne de Reims, innamorati della loro terra, decidono di realizzare qualcosa di unico nel suo genere, cercando in lungo ed in largo nella Champagne millesimi pronti ad evidenziare tutte le diversità delle zone più rappresentative.

La loro profonda conoscenza dello champagne, dei produttori e del territorio, li porta ad intraprendere un ambizioso progetto, la scoperta di vecchi millesimi ancora sui lieviti e non ancora messi in commercio.

Ecco , lo champagne nato dalla ricerca!

Ovviamente, concentrano le loro ricerche nelle produzioni di assoluto valore, vitigni, terroirs e micro produzioni pronti a rivelare champagne unici ; così si vestono del titolo di ” Négociant di lusso” e decidono di dare una identità alle zone più importanti della Champagne creando tre etichette : Montagne, Vallée e Côte.

Dopo aver degustato la “Côte” e la” Vallée” nel millesimo 2002, mancava all’appello solo la “Montagne”, ed insieme al compagno di tante bevute Rosario Tiso, stappiamo il millesimo 1999.

Rimaniamo esterrefatti ed ammaliati da tanta precisone enologica, storditi da incessanti profumi esotici e increduli rimandiamo più volte la beva, quasi a prolungare le nostre emozioni olfattive.

Un color oro vivo invade il calice, note mielose e minerali rimbalzano frequenti ad evidenziare un grande chardonnay, mentre una rosa elegante e agrumi scuri rimarcano la presenza del pinot noir in assemblaggio.

Nonostante la sua longeva età non dimostra alcuna sbavatura, una bocca perfetta ed equilibrata , ed un dosaggio che permette di cogliere al meglio tutte le proprietà organolettiche.

Ci lasciamo sedurre e abbandoniamo le nostre volte palatali a questo straordinario champagne!

Sboccatura gennaio 2018

Dosage 3gr/l

Millesimo 1999

Messo in bottiglia ad agosto del 2000

50% Chardonnay 50% Pinot Noir

Rilly-la-Montagne

Bottiglie 2026

 

A volte crediamo di inseguire qualcosa della quale conosciamo già la verità.