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Ottobre 2018

L’area vinicola della Turenna, nel cuore della Valle della Loira , in cui si producono vini bianchi e rossi, offre buone condizioni di coltivazione per le uve rosse che nella “Touraine “ significa essenzialmente produrre Cabernet Franc. I vini rossi della Touraine sono generalmente prodotti con Cabernet Franc o Gamay in purezza, tuttavia in molti casi si ricorre anche all’uso di Cabernet Sauvignon, Malbec (Côt), Pineau d’Aunis e Grolleau. Le zone più celebri per la produzione di vini rossi sono Bourgueil, St.-Nicolas-de-Bourgueil e Chinon. I vigneti di Bourgueil e Saint- Nicolas- de- Bourgueil, ben esposti a mezzogiorno, sulla riva destra della Loira, sono disposti in parte su terreni ghiaiosi e in parte in una zona tufacea. I vini che provengono dalle “graviers” (terreni ghiaiosi ) maturano più rapidamente; gli altri sono suscettibili di un più lungo invecchiamento. I vigneti di Chinon sono più frazionati rispetto a quelli di Bourgueil e ciò è dovuto alla diversità geologica dei suoli che formano la congiunzione delle due vallate della Loira a del suo affluente Vienne. Anche i vini di Chinon sono fatti essenzialmente di Cabernet Franc e sono suscettibili di invecchiamento, soprattutto quelli provenienti da zone tufacee. Recentemente ho fatto un viaggio enoico nel bicchiere per quelle lande. Ho bevuto, nel giro di pochi giorni, tre campioni: Chinon “Clos Guillot” 2015 di Bernard Baudry, Bourgueil Breteche 2014 di Domaine de la Chevalerie, Pigeur Fou 2015 del Domaine de la Cotelleraie.

Congenitamente elegante, il Chinon “Clos Guillot” 2015 di Bernard Baudry è un vino che snocciola una lunga teoria di frutti neri al naso e al palato, riuscendo ad essere nel contempo fresco ed austero, qualità che è appannaggio solo dei grandi vini. Proveniente da una famiglia di produttori di vino di Cravant les Coteaux, Bernard Baudry ha iniziato come consulente del vino presso il laboratorio di Tours insieme a Jacques Puisais, dopo gli studi sul vino a Beaune. Questa esperienza di formazione è durata 5 anni prima che decidesse di avviare un’attività in proprio nel 1975, partendo da una piccola proprietà di 2 ettari. Ora è affiancato dal figlio Matthieu e la proprietà conta 32 ettari di vigneti distribuiti nella denominazione controllata CHINON , nei comuni di Cravant, Coteaux e Chinon. I vigneti sono situati su terreni molto variegati di ghiaia nella pianura, calcare argilloso sulle pendici e calcari sabbiosi sugli altipiani. La diversità dei terroir offre la possibilità di effettuare vinificazioni parcellari di cui il “Clos Guillot” 2015 è un esempio.

Con il Domaine de la Chevalerie siamo nel villaggio di Restigne, situato vicino a Bourgueil. 33 ettari di Cabernet Franc che giacciono su terrazze e pendii prevalentemente rivolti a sud e composti (in ordine ascendente) di sabbia eolica / soffiata dal vento, ghiaie, argilla e tufo (gesso di Turonien). La potatura corta, le basse rese, la raccolta manuale e le tabelle di selezione contribuiscono a un prodotto finito più fine, mentre fermenti di lievito selvatico, macerazioni fresche ed elevazione fino a otto mesi completano la tela. Stephanie ed Emmanuel Caslot, al comando del Domaine, declinano il loro Cabernet in versioni che esaltano le diverse parcelle di proprietà. Il Bourgueil Breteche 2014 al naso rivela un ricco bouquet di frutta rossa e pur essendo goloso al palato, resta un vino teso e minerale nel suo essere espressione di un lieu-dit e di un’annata. Il Domaine de la Cotelleraie

è una prestigiosa proprietà che copre attualmente 27 ettari ed è gestita da Gérald Vallée. Della stessa famiglia da secoli, questa proprietà ha un fascino unico e apre le sue porte per visite guidate alle cantine o per degustazioni guidate. I suoi appezzamenti coprono terrazze e pendii calcareo-silicei con le caratteristiche ghiaie della Valle della Loira.

Gérald Vallée, ereditando questa magnifica casa vinicola, si propone di produrre grandi vini dove esprimere la tipicità del terroir e la natura del Cabernet Franc. Chiaroveggente, ha convertito la sua vigna in agricoltura biologica dal 2006, nove anni dopo il recupero della tenuta. Gérald Vallée segue rigorosamente il lavoro del suo terreno (aratura, zappatura, ecc.).  Come corollario, la sua vinificazione rimane la più sana possibile: senza lievito chimico, chaptalisation o uso di enzima sintetico. Il vigneto familiare della famiglia Vallée è stabilito su uno dei migliori terroir di Saint-Nicolas-de-Bourgueil. Unico appunto: il suo ultimo nato, il Pigeur Fou 2015, pur nello stile di una vinificazione corretta e nel suo essere spremuta d’uva, propone un tannino ancora allappante, pregiudicante una facile beva.

Comunque fruttato, al peperone verde d’ordinanza al naso fa da contraltare il lampone ed un gusto secco e asciutto al palato.

La Valle della Loira è una delle regioni vinicole più interessanti della Francia. Oltre a estendersi su un territorio piuttosto vasto con caratteristiche ambientali diverse, qui si producono diversi stili di vini, dai bianchi ai rossi, dai rosati agli spumanti e perfino vini dolci. Nel cuore della Valle della Loira si incontra l’area vinicola della Turenna in cui si producono vini bianchi e rossi. I vini bianchi più celebri della Touraine sono quelli prodotti nella denominazione Vouvray. Qui è lo Chenin Blanc a svolgere il ruolo principale nei vigneti e i vini bianchi di questa zona sono prodotti esclusivamente con quest’uva. Un’altra denominazione interessante – anche se meno nota di Vouvray – è Montlouis, i cui vini sono sempre prodotti con Chenin Blanc. I vini prodotti a Vouvray rappresentano la massima espressione dello Chenin Blanc prodotti in diversi stili, da secchi fino a dolci con uve affette da Botrytis Cinerea, e perfino spumanti. Il clima di Vouvray è piuttosto freddo e questo consente di mantenere un livello di acidità nelle uve piuttosto alto e tale da conferire un ottimo equilibrio ai vini dolci che, con un adeguato periodo di affinamento, raggiungono elevate qualità organolettiche. I vigneti della zona di VOUVRAY, nel cuore della Turenna, sono disposti sulle collinette a nord della Loira e nell’immediato entroterra. Qui cresce un solo vitigno: il “Pineau blanc de la Loire”, meglio conosciuto come Chenin blanc. Il vino di Vouvray è declinato in quattro versioni: tranquillo, frizzante ( pétillant ), molto frizzante e spumante. I vini tranquilli secondo le annate, la posizione dei vigneti e i tempi della vendemmia, possono essere secchi, semisecchi oppure abboccati. Che cos’è dunque la “CUVÉE AMÉDÉE 2014” di Philippe Brisebarre? Tecnicamente è uno chenin blanc secco; nella realtà molto di più. Quando un vino è buonissimo infatti travalica le categorie ed accede a livelli superiori di piacevolezza che disdegnano le catalogazioni. Produttori da tre generazioni, i Brisebarre posseggono 22 ettari di Chenin nel cuore del terroir di Vouvray. Da vecchie vigne, la “CUVÉE AMÉDÉE” è una selezione dei grappoli migliori. La sua delicatezza e la suadenza degli aromi sono un colpo al cuore!!

Lo chenin viene vinificato in vasche e poi invecchiato in botti di rovere da 500 litri. Questo passaggio conferisce al vino una quercia molto misurata e perfettamente controllata. Ma il vino è essenzialmente una delizia di frutta esotica e bianca, freschezza e mineralità. Senza il miracolo della fermentazione alcolica il mondo sarebbe un’arida steppa vuota di vita, sarebbe privato dell’arte e della poesia. Grazie a voi vini umorali, distinti, unici. Grazie a te inaspettato Chenin!

Situata a nord della Sardegna, da cui la divide lo stretto braccio di mare delle Bocche di Bonifacio, la Corsica è una gran massa montagnosa emergente dal mare. Chi vi approda è immediatamente colpito dal contrasto fra le spiagge soleggiate e le vette innevate che si elevano fino all’altezza di 2700 metri. Il clima è di tipo mediterraneo, con estati molto calde e secche e inverni miti e piovosi. In questo ambiente isolano dalla topografia molto tormentata la vite è limitata soltanto dall’altitudine. La superficie vitata consta di 7000 ettari di cui 2900 circa riservati alla produzione di vini AOC. La produzione di vini AOC si articola su tre livelli e comprende tre appellations de cru ( Ajaccio, Patrimonio e Muscat-du-Cap-Corse ), cinque appellations village ( Calvi, Coteaux du Cap-Corse, Figari, Porto Vecchio e Sàrtene tutte precedute dalla denominazione Vin de Corse ) e l’appellation regionale “Vin de Corse” per tutto il territorio vitato.

Il Domaine Abbatucci si trova nella parte sud della Corsica, nel cuore della valle del Taravo. Qui si trovano vecchie vigne di Vermentino ad un’altitudine media di 100 metri sul livello del mare.

Gli Abbatucci sono una delle più antiche famiglie nobili della Corsica. 

La famiglia s’installa sull’isola sin dal XV secolo e, dal XVI, costruisce la tenuta e la cantina. Si deve ad Antoine, che negli anni ’60 prende le redini della proprietà, il vero sviluppo dell’attività viti-vinicola, nonché il recupero dei vitigni autoctoni dell’isola. Allarmato per la progressiva sparizione delle uve locali in favore di quelle internazionali, Antoine decide di partire al recupero delle varietà quasi estinte, battendo, nella ricerca, l’intera Corsica. È così che sul terreno della proprietà si trovano oggi 19 vitigni autoctoni , ciò che fa dei vini del Domaine Abbatucci l’espressione più autentica della viticoltura corsa.

Dal 1992 è il figlio di Antoine, Jean-Charles, che si occupa della tenuta vinicola. Convinto sostenitore dell’importanza della biodiversità e di un terroir in cui la vite è in perfetto equilibrio con i ritmi della natura, nel 2000 effettua la conversione all’agricoltura biodinamica. Seguendo i cicli lunari e nel pieno rispetto della natura e di ciò che spontaneamente essa offre, alcuna sostanza chimica viene utilizzata in vigna: attenzione costante e saperi tradizionali e moderni insieme, sono tutto ciò che occorre per produrre uve sane ed equilibrate.

Sempre allo scopo di salvaguardarne la tipicità, i vitigni autoctoni corsi sono valorizzati al massimo: Vermentino, Bianco gentile, Barbarossa, Biancone, Brustiano, Carcajolo Bianco, Genovese, Pagadebit, Rossola Brandinca, Rossola Bianca, Riminese per i bianchi e SciaccarelloNielluccio, Aleatico, Carcajolo Nero, Minustello, Morescola, Morescono, Montanaccia per i rossi. Con l’obiettivo di sfruttare liberamente e senza restrizioni questa grande e ricca varietà ampelografica, nel 2013 Domaine Abbatucci sceglie di far uscire tutte le sue cuvée dell’AOC (Appellation d’Origine Contrôllée).

I 18 ettari di vigneto, benedetti da un clima mediterraneo, su creste d’arena granitica esposte a Nord, restituiscono la quintessenza del territorio. Solo sostanze naturali a base di vegetali e minerali, l’aratura è effettuata con l’aiuto di cavalli, vendemmie esclusivamente manuali, solo lieviti indigeni per le vinificazioni. Le vinificazioni rifiutano categoricamente un interventismo eccessivo, seguendo appieno la filosofia della casa, sulla naturalezza del frutto. La maturazione avviene sur lies (sulle fecce), senza batonnage (rimescolamento). Il vino subisce solo filtrazioni leggere, prima di essere lasciato riposare in bottiglia per qualche mese in cantina.

Nella fattispecie la Cuvée Faustine 2017, Vermentino in purezza, proviene da una vigna che si estende per 4 ettari sui 18 coltivati dall’azienda, su di un terreno di origine granitica. Le viti, vecchie di quarant’anni, sono biodinamiche e certificate DEMETER dal 2000.Erba e pascoli di pecore in inverno nei vigneti. La vinificazione consta di una raccolta manuale, fatta di primo mattino in piccole casse, di rese bassissime ( 25 hl x ettaro ) , di una spremitura immediata, di lieviti indigeni e di affinamento in vasca di acciaio inox. Il vino subisce una filtrazione leggera e l’uso dello zolfo è parco e ragionato. All’assaggio la Cuvée Faustine 2017 mostra di essere un vino ricco. Sciorina un naso espressivo, anice, fiori bianchi, agrumi e ananas. La bocca è delicata, molto fresca e minerale. Un succo persistente e molto aromatico. Ogni sorso suggerisce equilibrio, struttura e finezza.

Nato dalla collaborazione tra la distilleria Cooley e il distillatore scozzese Gordon Mitchell, Connemara è una rarità nel panorama irlandese, rappresentando l’unico whiskey torbato prodotto nella terra di san Patrizio. Qualunque sia la sua declinazione, un Bog Oak o un 22 anni, un Cask Strenght piuttosto che un Original, il carattere dell’isola, in maniera più o meno marcata, emerge in tutta la sua nitidezza.

Il nome Connemara, di origine gaelica (Conmara), è mutuato da una regione situata a ovest, nella contea di Galway, abitata nell’antichità dalla tribù di Conmhaicne, il cui territorio, aspro e ricco di torbiere, stride con l’eleganza e l’equilibrio del whiskey. Questa contraddizione però enfatizza l’abilità dei distillatori nell’armonizzare il malto, importato dalla Scozia, con le peculiarità distintive di un popolo e del suo modo di vivere, meno rude e più aperto rispetto a quello dei vicini abitanti delle Highlands.

Uno stile di whiskey che si era perso in Irlanda dal XIX secolo e che ha trovato nuova vita negli anni Ottanta del secolo scorso, quando la distilleria Cooley ha riavviato la produzione- pur non prevedendo all’inizio la creazione di un torbato-, per immetterlo sul mercato alla fine degli anni Novanta con un crescente riscontro internazionale!

Per i puristi, dogmatici estimatori dei torbati il Connemara può apparire una blasfemia, sia in termini geografici sia di “robustezza”; ma come emerso nel mio articolo precedente sull’Ardbeg, non avendo molta stima per l’ottusa intransigenza e per le mode, mi sento sommessamente di suggerire un approccio che tenga conto del momento! Lo stato d’animo che si modifica con l’umore della giornata; l’agire che prevarica schemi mentali precostituiti e steccati convenzionali, lasciando spazio all’istinto, o all’intuito se preferite, per aprirsi alla novità, pur senza intaccare tradizione e cerimoniale, che, cum grano salis, rappresentano il trait d’union tra passato, presente e futuro; il filo rosso in grado di arginare, a mio modesto parere, l’omologazione occidentale e la deriva relativista!

Se dovessimo usare questa “filosofia” di degustazione, allora ritengo che i Connemara, da quello originale a quelli più invecchiati, possano rappresentare un elemento di aggregazione trasversale, il collante di un convivio, da salotto o da pub, in cui il whiskey accompagna in un viaggio meno solitario e più incline all’altro, pronti a ricevere e a donare, con quel briciolo di leggerezza con cui andrebbe vissuta la vita!

Meno adatto all’intimismo e alla riflessione- al massimo bidirezionale- di un Coal Ila, di un Talisker o di altri straordinari whisky delle Highlands, i Connemara rendono un po’ più civettuoli- ecco perché sono amati anche dalle donne!-, aperti e franchi al tempo stesso, un degno complemento d’interminabili diatribe calcistiche a più voci o, in un androceo, dell’immancabile autocelebrazione del maschio alfa: in sintesi un mix di virtù virili e debolezze muliebri!

Questo mio convincimento non è il risultato finale di un semplice esercizio stilistico di retorica destinato a catturare l’attenzione di qualche lettore, ma la constatazione, evidente anche ai meno avvezzi al whiskey, di una torbatura più leggera, che, quindi, rende meno complessa e più nitida la percezione della piramide olfattiva e gustativa del Connemara. Infatti, scendendo nel tecnicismo e parlando, ad esempio, del Connemara Original (blend di whiskies invecchiati quattro, sei e otto anni), bisogna ricordare che i whiskies torbati sono classificati in conformità a un indicatore di misurazione del livello di “affumicatura” chiamato phenols per million (ppm), che nei rinomati whiskies scozzesi, soprattutto quelli dell’isola di Islay (Lagavulin, Ardbeg, Laphroaig, ecc.), ha una media di 30, mentre per il Connemara Original ci si attesta sui 13-14 (non ci si discosta molto da questo valore anche per gli altri Connemara). La conseguenza è che il sentore di torba, al naso e al palato, non riveste un ruolo prevalente, ma rappresenta un corollario setoso, sicuramente importante ma pur sempre un corollario, che impatta in maniera meno rude e decisa sui recettori sensoriali, e i suoi 40% non sono un pugno alcolico, bensì una carezza, pur se decisa, avvolta da cenni di miele, caramello, note medicinali e di malto. C’è chi percepisce anche una nota dolciastra (io, no!), che troverebbe giustificazione nell’invecchiamento in botti di bourbon.

Il colore è un oro chiaro, ma l’intensità e le sfumature variano secondo le tipologie di Connemara che si avrà il piacere di degustare; come pure la viscosità, notevolmente maggiore nel Bog Oak rispetto all’Original.

Un saluto a tutti e, come sempre, bevete con giudizio!

Il bevitore appassionato ha sempre qualche oggetto del desiderio sotto forma di bottiglia da conquistare. A volte il costo proibitivo del vino in questione rende lunga la caccia. Con gli amici di bevute del “Brillo Parlante” si parlava di champagne a piede franco e del loro ridottissimo numero. A noi constano solo tre esemplari di champagne da vigne a piede franco: Il Vieilles Vignes Françaises” di Bollinger, “ Les Francs de pied” di Nicolas Maillart e “La Vigne d’Antan” di TARLANT . Il Vieilles Vignes Françaises” non è ancora nella nostra cantina ( qualcuno di noi l’ha comunque già bevuto in altre circostanze ) ma quando abbiamo avuto la disponibilità degli altri due campioni si è presa la decisione di degustarli ed è iniziata l’attesa. Perchè procurarsi le bottiglie desiderate è solo una parte dell’impresa: scegliere il momento opportuno per berle è altrettanto fondamentale. Siamo giunti così al 28 Settembre scorso, di sera, da “Bacco & Perbacco”. Colpo di scena: il nostro esperto di champagne, Antonio Lioce , non era presente . Si decide allora di rimandare la bevuta di bollicine d’oltralpe ad un’altra occasione e si reiventa la serata. Attorno al tavolo, gli amici del “Brillo Parlante” quasi al completo compreso il nuovo compagno di viaggio Sandro Maselli. Alla beva , nonostante tutto, un autentico “parterre de roi” : LES VINS PIROETTES-LA BULLE DE JEAN di Binner, MALVASIA 2013 di Podversic, HASAN DEDE 2013, vino in anfora dalla Turchia, BARBACARLO 1994 del Comm. Lino Maga, PINOT NERO 2015 del Podere della Civettaja , CORTON 2007 della Maison Champy, MIRABAI PINOT NOIR 2015 di Kelley Fox Wines, Cuvèe ENRICO 2000 di Villa Diamante, PORT ASKAIG 100^PROOF, whisky scozzese. L’ esito del simposio mi ha suggerito una chiave di lettura tripartita. Tre differenti piani emozionali, fatti di sentimenti e di domande , che ho chiamato come segue: I Perché –I Pareggi –I Sensi

I Perché”

  1. Perché aspettare che si sfianchi un nettare così performante come il BARBACARLO, nei momenti di massima espressività, in nome del mito dell’invecchiamento come sicuramente migliorativo? Io definii una volta il prolungato invecchiamento come una sorta di roulette russa del gusto. Stavolta è partito il colpo e sul cadavere del 1994 l’unico dinamismo rimasto stava nel leggero petillant;
  2. Perché immettere sul mercato vini dall’importante residuo organico? Farne menzione non è sufficiente: l’ HASAN DEDE 2013 ci ha costretti a misurarci con un florilegio di brandelli di materia galleggiante;
  3. Perché produrre il Pinot Nero negli Stati Uniti? Non ho mai incontrato un campione all’altezza della fama del nobile vitigno borgognone che venisse dagli States. C’è sempre qualcosa di stravagante nei profili organolettici dei Pinot americani. Nel MIRABAI PINOT NOIR al gusto si avvertiva una strana nota abboccata.
  4. Perché produrre vini da fine pasto o peggio ancora bollicine senza una specifica vocazione? Grappoli di splendido Fiano provenienti dalla Vigna della Congregazione destinati ad un vino artigiano e magari della tradizione previo invecchiamento di sette anni in botti di rovere. Solo mille bottiglie di una non emozionante Cuvèe ENRICO 2000 di Villa Diamante.

I Pareggi”

Ovvero quando un vino mantiene quanto promette.

  1. LES VINS PIROETTES-LA BULLE DE JEAN di Binner, destinato ad un abbrivio leggero e gioioso, ha colto nel segno

I Sensi”

Il vero significato dei nostri incontri enoici e dello stesso blog è celebrare la nostra amicizia. Poi ci sono le bottiglie che hanno dato senso alla serata.

  1. Vincenzo Tommasi è il produttore del “Podere della Civettaja”. Affascinato dalla figura di Henri Jayer, è stato a più riprese in Borgogna prima di partire col suo progetto sull’Appennino toscano. Ha cinque parcelle disposte sui 500 mt. di altezza per complessivi 2.5 ettari di pinot nero. Le rese sono esiziali: mezzo chilo d’uva per pianta. La vendemmia è manuale, la fermentazione è con lieviti indigeni, i vasi vinari utilizzati sono in legno e in cemento. Imbottigliamento per caduta e senza filtrazione.
  2. La Borgogna è un mosaico di territori con caratteristiche pedoclimatiche uniche e la maison CHAMPY ne è la faccia storica essendo nata nel 1720 sulle cave del XV secolo che caratterizzano il centro di Beaune. Siamo nella Cote de Beaune. Il comune di Aloxe-Corton ospita nei suoi 250 ettari la più grande superficie di Grand Cru della Cote d’Or. Nella sua caratteristica collina si producono due Grand Cru: “CORTON” , che può essere sia rosso con uve pinot noir che bianco con uve chardonnay, con la possibilità di menzionare in etichetta il lieu-dit catastale; “CORTON-CHARLEMAGNE”, solo bianco da Chardonnay. I “CORTON” sono gli unici Grand Cru della Cote de Beaune. Dal gioco di squadra di Pierre Meurgey, il produttore, e Dimitri Bazas, l’enologo, il CORTON 2007 della Maison Champy presenta un olfatto sottilmente floreale ed ammaliante, un frutto esile al gusto, con tannini serrati e setosi e con un’acidità promettente. Tutto quello che ci si aspetta da un Corton. Ma soprattutto: non si dimentica il naso di un Pinot Nero della Borgogna!!
  3. Al confine tra Italia e Slovenia si stende una delle aree vinicole più affascinanti d’Italia. Al “COLLIO” corrisponde la zona di “BRDA”, all’ ISONZO la “VIPAVSKA DOLINA” ( la valle del Vipacco ) e al “CARSO” il “KRAS”. Vitigni coltivati, caratteristiche dei terreni e cultura vitivinicola sono condivise. Il Maestro di quelle terre può considerarsi JOSKO GRAVNER. Tanti i suoi discepoli. Uno dei più talentuosi è DAMIJAN PODVERSIC. Sul monte Calvario i suoi alberelli, coccolati da una conduzione agronomica tra il biologico e il biodinamico. La Natura per lui è l’ente creatore. Il contadino è come la madre del vino: lo porta in grembo, lo svezza e lo fa crescere. La sua MALVASIA 2013 ha un colore quasi ambrato. Ai sentori fruttati si avvicendano refoli balsamici, iodati, mielati e speziati. E’ una goduria centellinarne il sorso. In rovere da 30 hl per 36 mesi.
  4. PORT ASKAIG 100^PROOF, splendido whisky scozzese: torba e affumicatura da urlo!!

Cosa ci hanno raccontato questi campioni enoici? Dal mio canto ho quasi del tutto smesso di sciorinare descrizioni mirabolanti dei riscontri organolettici perché inizio a trovarle un po’ stucchevoli e talvolta false. Ho una mia tecnica: lasciarmi andare ad una vigile deriva. L’apparente passività consente il massimo di ricettività selettiva di odori e sapori e fa nettamente percepire i sentori nascosti delle cose. Occorre imparare a “stare”, lasciando che le cose vengano a te. Si rischia infatti di non riuscire a cogliere l’anima del vino, di entrare in una cartolina precostituita, di essere risucchiati in una catena di montaggio tecnica e filosofica. Accantonare le aspettative e tacere al massimo per entrare. In fondo si conosce solo venendo a patto con il “genius loci” del nettare alla beva nel silenzio del proprio Ego e attivando la parte animale che è in noi e soprattutto il cuore, che è un organo di fuoco. La beva emozionale non può che sgorgare copiosa. Tuttavia non posso nascondere lo stupore che mi hanno prodotto i vini che mi sono più piaciuti. Per quel che mi è piaciuto meno nessuno si senta offeso o tirato in ballo: si parla solo di vino, per me oggetto essenzialmente ludico e gioioso, e sono sempre opinioni personali , in un certo qual modo anche dilettantistiche, che non hanno nessuna funzione pontificatoria ma servono soltanto ad abbassare la febbre del mio sentire.