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Settembre 2018

Da tempo ho scoperto i vini del produttore abruzzese “Praesidium”. Poi ho visitato l’azienda vitivinicola in quel di Prezza, in provincia dell’Aquila. Raccontarla è un piacere, a cominciare dalla figura del titolare, Ottaviano Pasquale. Ottaviano ha raccolto l’eredità paterna nonostante percorsi esistenziali alternativi ( è laureato in Psicologia). Ma l’ha fatto non come chi subisce un destino fatale, ma come chi è dotato di un’intima vocazione ed è mosso da una passione sempre crescente. Il suo eloquio, quando ci siamo incontrati per la prima volta, è stato caldo e vibrante di emozione nel descrivere le sue creature, le ineffabili riserve di Montepulciano d’Abruzzo che l’Azienda “Praesidium” produce da oltre vent’anni. “Praesidium” è un presidio soprattutto dell’agricoltura virtuosa. In un mondo sempre più bisognoso di “veri” contadini e di un rapporto con la Natura corretto e rispettoso, la famiglia Pasquale implementa uno stile agronomico che bandisce l’uso della chimica e rifugge ogni forzatura. Per cui se occorre nutrire il terreno lo fa solo con letame reperito in stalle del circondario o seminando tra i filari piante da sovesciare, in particolar modo leguminose apportatrici del prezioso azoto. I trattamenti per fronteggiare peronospora e oidio sono solo quelli a base di rame e zolfo. Ogni lavoro in vigna è manuale: per la rimozione di erbe infestanti c’è la zappa; potature, spollonature, sfogliatura e raccolta delle uve affidata a mani rispettose e sapienti. Le basse rese e le forti escursioni termiche forniscono una materia prima eccellente che Ottaviano si guarda bene dallo stravolgere in cantina dove l’interventismo è pressoché nullo. Dopo la pigia-diraspatura di rito infatti la fermentazione avviene spontaneamente, senza lieviti selezionati. Il vino poi permane in acciaio e in legno per periodi variabili a seconda che si tratti di Cerasuolo o di Montepulciano. I vini non subiscono l’impoverimento recato dalla filtrazione e il depauperamento causato dalla pastorizzazione; solo decantazione naturale previa opportuna serie di travasi e quote esiziali di solforosa solo in fase di imbottigliamento. Nessun segreto dunque, nessuna oscura alchimia : Ottaviano Pasquale fa il suo vino così, come l’uomo ha sempre inteso fare dalle sue parti, naturalmente. I risultati? Eccellenti! Ma “Praesidium” da in po’ di tempo non è solo Montepulciano: è anche Trebbiano. Ho assaggiato il “Luci” 2016. Da una manciata di viti di 7 anni d’età Ottaviano ricava solo 1.970 bottiglie. La conduzione agronomica è, come di consueto, esemplare: potatura invernale e verde; zappatura rigorosamente manuale; nessun diserbo chimico. In cantina utilizzo dell’acciaio per la vinificazione. Nessuna filtrazione. L’aspetto è di un intenso giallo con riflessi dorati. Il naso colpisce per il nitore dei profumi, con un fruttato che richiama la pesca gialla e il kiwi . Al gusto il nettare si presenta deciso e opulento, dall’alcol potente ma ben calibrato con freschezza e sapidità, con un finale piacevolmente minerale. Una delizia!

 

 

 

 

Il randagismo enoico rappresenta una condizione privilegiata volta a garantire l’ossessiva ricerca dell’orgasmo eno-sensitivo.

Questa fluttuazione perenne non esclude tuttavia alcune sistematiche ritracciature verso approdi sicuri, godimenti certi.

L’impegno professionale mi ha permesso da qualche tempo di vivere e conoscere l’Umbria, regione mistica e malinconica nella mia percezione precedente edificata su precocetti.

Per quanto concerne il ns comune diletto il Trebbiano Spoletino ha contribuito fattivamente a farmi apprezzare il terroir.

  TENUTA BELLAFONTE – Arnèto 2015

Tenuta Bellafonte si trova a Bevagna (PG) nei pressi dello splendido borgo di Torre del Colle, una porzione di mondo che non puoi conoscere accidentalmente, in transito.

11 ettari di vigna stagliati su terreni tenaci e rocciosi che conferiscono al vino una complessita’ ed un’eleganza seducente.

L’Arneto 2015 e’ un Trebbiano Spoletino in purezza che arriva al bevante dopo aver “trascorso” 7 mesi in grandi botti di rovere e 6 mesi in bottiglia.

Non filtrato si presenta alla vista giallo carico lievemente torbido. La beva evidenzia immediate note agrumate ma a sorprendere sono freschezza e  mineralita’ che impediscono al fortunato di sottarsi al sorso successivo. Certezza!

Siamo in provincia di Ancona, in quell’enclave vinicola di grande spessore che è il territorio di Montecarotto. La storia avita è più remota ma Natalino Crognaletti, titolare della “Fattoria S.Lorenzo”, ha iniziato la prima vinificazione e conseguente imbottigliamento nel 1995. Agronomo ed enologo, col piglio di un autentico “vigneron”, ha provato da subito a realizzare nettari che riflettessero consuetudini familiari, nel solco della continuità, sicuro che da simile abbrivio non poteva che scaturire l’eccellenza. Per diverse tipologie di vino, al di là delle certificazioni, la coltivazione è di tipo sostanzialmente biodinamico. In vigna le operazioni vengono ancora fatte a mano e la tradizione permea ogni gesto e ispira ogni disciplina, in accordo con i ritmi della natura.

Camminare i suoi vigneti è un’esperienza. Mai visto un complesso agronomico così vitale: fra i filari si alternano brani di coltivazioni miste(piselli, favetto per il sovescio) e tratti di terreno cosparsi di un compost fatto in casa con residui organici di ogni sorta. Piante di rose campeggiano ovunque ed ogni germoglio sulle piante e grappolino nascente e pendulo fra le foglie splende di una intonsa sanità. Nulla è intentato per una conduzione virtuosa della vigna. Dagli interramenti di corno-letame e corno-silice a pratiche di irroramento delle viti con il siero del latte. Tutto concorre ad un lotta biologica condotta con le armi che la natura suggerisce e concede all’intelligenza operosa del contadino. La perfetta simbiosi fra l’uomo e l’ambiente a Fattoria S.Lorenzo sembra cosa fatta e testimonial inconsapevole e d’eccezione di tanta armonia è stato il figlio di Natalino: durante la mia visita in vigna, Lui mangiava i piselli destinati al sovescio seraficamente assiso fra le piante!

All’assaggio, dal forziere di delizie enologiche dell’azienda, brillano diverse gemme. Ma niente è paragonabile ai  “San Lorenzo” : la beva si dispiega emozionale e “celeste”, si varcano i confini di ogni prevedibilità e nella fumèa alcolica si intravvedono i cancelli di inediti paradisi sensoriali.                                                                

E veniamo al campione di oggi : SAN LORENZO BIANCO 2004 , verdicchio in purezza. Dove pesca il nostro campione tanta ficcante mineralità? Quali toni balsamici recano il chiaro sentore di eucalipto e gli intermittenti refoli iodati? E la frutta secca, il pepe bianco e il tabacco percepiti lievi, intonsi e non bruniti dai 140 mesi di affinamento sui lieviti in acciaio inox e cemento e circa 12 mesi in bottiglia? Il tutto alla luce di un cromatismo vivido, oro puro, e di una compostezza olfattiva e palatale conchiusa.

Non sempre tutto è spiegabile. Quel che sappiamo è che le vibrazioni sono vere e il facitore dei vini autentico. E tanto può bastare se l’inconfessato desiderio del bevitore consapevole di imbattersi in campioni indimenticabili e immortali sembra prossimo a realizzarsi e il sogno a compiersi.

Giuseppe Rinaldi , da tutti considerato un maestro del Barolo, era preceduto dalla sua fama, anche un po’ sinistra: il ”Citrico”, come a dire burbero e caustico. Così lo avevano soprannominato. Pertanto prima dei suoi vini incuriosiva l’uomo. Perchè è il suo facitore a infondere l’anima al vino. Incontrare Giuseppe a Barolo è stata per me un’autentica sorpresa. Personalità d’altri tempi, con un raro senso dell’informalità e dell’essenzialità, Beppe Rinaldi era in possesso , altro che “Citrico”, di una profonda delicatezza interiore. Perchè la sua anima si apriva al prossimo, straniero e stranito, petalo per petalo, man mano che la distanza con l’altrui indifferenza si accorciava. Partiva così un dialogo in punta di piedi che si evolveva fino ai prodromi della confidenza. I suoi vini risultavano il contrappunto di questa speciale intimità. Verticali, tesi, succosi fino all’exploit organolettico del Barolo Brunate 2008,prelevato dalla botte in un impeto di generosità solo per noi, visitatori estemporanei della sua cantina. Un gesto e un vino indimenticabili.

Giuseppe Rinaldi è stato uno dei grandi custodi della tradizione, intesa come funzionale alla qualità del prodotto senza pericolo di macchia alcuna che ne adombrasse l’arcana illibatezza. E’ questo il motto che come una litania riecheggiava intermittente nelle sue parole. E’ questa la filosofia di vita e di lavoro che come una liturgia prometteva di non cambiare. Il vino, rispecchiante le caratteristiche peculiari del terroir di Barolo, è invece destinato a cambiare una volta in bottiglia, come di cosa viva che si evolve. Ma è buono da subito come tutti i fuoriclasse. La classe in un vino è qualcosa di difficile interpretazione e determinazione ma è sicuramente legata all’equilibrio senza il quale anche il più massivo e opulento dei campioni risulterebbe sgraziato.

I vini di Giuseppe sono equilibratissimi e pronti ad affrontare un futuro pieno di insidie come i migliori nebbioli in terra di Langa. Ai grandissimi o promettenti tali saran perdonati peccati aromatici e gustativi veniali. Qui, nella freschezza intonsa di millesimi esordienti, non c’è traccia di peccato. Il tempo fatalmente produrrà la consueta terziarizzazione. Cambiamento che sarà apprezzato da chi saprà o vorrà farlo.  Altro incontro indimenticabile con il “nostro” a Cerea, in provincia di Verona,  per la manifestazione “Vino Vino Vino ” . Durante la cena inaugurale dell’evento che si tenne nella storica “Trattoria Stazione” in quel di Castel d’Ario, Giuseppe Rinaldi fu la vera “star” della serata. Pur nel suo eloquio sussurrato, nel suo fare quasi dimesso, promanava   dall’esile figura quasi un’aura di grandezza che soggiogava tutti i presenti. Nelle sue creazioni c’è l’incarnazione dello spirito più autentico del vino “vero”, a cui tanti possono solo aspirare senza mai centrare. Perché l’essere tal quale all’avere è una questione esoterica. E’ uno stato di grazia dei fuoriclasse e degli artisti. Le sue varie versioni di Barolo sono paradigmatiche. Dal loro bouquet intenso, complesso e minerale emergono note di piccoli frutti rossi e le tipiche fragranze di viola e fiori appassiti. I vini rinaldiani sembrano sempre pronti, come quando ebbi la fortuna di berli spillati dalla botte, con tannini già setosi: una progressione goduriosa nel segno della classe e della finezza. S. Agostino affermò l’inesistenza della morte. Se così fosse Beppe Rinaldi vive due volte: in cielo e nei suoi vini.