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Luglio 2018

Dopo il primo “Simposio” colpevolmente non narrato dagli amici del blog “Il Brillo Parlante”, quando si è condivisa la beva tra le altre di bottiglie del calibro di “Goustan” di Demarne-Frison, “Rossobordò 2011” di Walter Mattoni, “Terrarossa 2006” di Cotar e “Volpe Rosa 2016” della Cantina Giardino, non posso esimermi dal raccontare i vini del secondo incontro, svoltosi nel magico scenario di Piazza Duomo a Lucera ai tavoli di “Bacco&Perbacco” lo scorso 26 Luglio . E’ stato un percorso emozionale più che gustativo.

Cercando di rispettare la successione temporale e dopo una deliziosa e lievemente frizzante anteprima con “ Les Vins Pirouettes”, Gewurztraminer 2013 del produttore alsaziano Binner, passo a snocciolare le descrizioni della lunga teoria di nettari degustati.

Abbiamo cominciato come meglio non si poteva con Antoine Bouvet che ci ha stregati con “Les Monts de la Vallee”, uno champagne per tutti inedito. Pinot noir in purezza, ha sciorinato fascino e sostanza da vendere!

Poi è stata la volta di un gioiello succulento, il “Follia bianco 2014” di Piana dei Castelli  . Non bevevo un vino dei “Castelli Romani” così buono da una vita. L’azienda di Velletri è pure convintamente biodinamica e non ha esitato a rompere gli schemi con questo prodotto e l’utilizzo congiunto di uve autoctone e alloctone: Grechetto, Malvasia puntinata, Trebbiano giallo e Sauvignon surmaturo e muffato. La resa è esiziale: 30 q/ha. La macerazione a freddo si protrae per 96 ore e la vinificazione è in vasche di cemento. Lieviti indigeni ed elevazione sulle fecce fini per 24 mesi. Nessuna filtrazione e chiarifica.

La star della serata è stata, a mio modestissimo parere, la “Ribolla 2004” di Radikon. Il compianto Stanislao Radikon è stato uno dei protagonisti ( insieme a Josko Gravner, Nico Bensa e Dario Princic ) della rinascita della Ribolla sulle colline di Oslavia, al confine con la Slovenia. La particolarità delle bucce dell’uva Ribolla, dure e difficili da pressare, suggerì a questi coraggiosi viticoltori la decisione di farle macerare col mosto. Nessuna rapida sgrondatura, tipica dei vini bianchi,  ma una sorta di vinificazione  “in rosso”. In realtà per ragioni pratiche nel primo dopoguerra si vinificava per “alzata di cappello”. Di giorno si vendemmiava. La sera si tornava in cantina e si pigiava l’uva lasciandola nei tini. Infine la mattina successiva, dopo il prolungato contatto con le bucce e con la parte solida del mosto tutta ammassata in superficie “a cappello alzato”, si spillava da sotto la parte liquida. Era una sorta di macerazione. Le piante di ribolla di Radikon arrivano a sessant’anni d’età e si trovano nelle aree più vocate . Sono allevate ad alberello e senza l’utilizzo di prodotti di sintesi. In cantina sono previste lunghe fermentazioni con le bucce indotte da soli lieviti indigeni in grandi legni. Il 2004 ha trascorso 4 anni in botte e due in bottiglia, previo imbottigliamento senza solforosa. Risultato? Aspetto ambrato, scena olfattiva molto seducente e complessa, dove il frutto sta in secondo piano anticipato da note di erbe aromatiche, fiori appassiti, strali minerali e dolce ossidazione. Il corteo dei profumi prosegue con nuances fruttate ben mature ma che nella loro fittezza, innervate come sono da una presente acidità, sciorinano un quadro sensoriale più elegante che spesso, con la risultante di una virile e asciutta compostezza al palato.

Un vino decisamente da ricordare. La Tenuta Biodinamica Mara si trova invece in provincia di Rimini e il vigneto di sola uva sangiovese è coltivato come un giardino. Il “Mara Mia 2011” è pervenuto ad una placida maturità pregno di frutta rossa in confettura, sentori terziari e una carezza vanigliata recata dai legni di elevazione: l’emozione di un vino che sta invecchiando bene. Grande sorpresa dal “Barbacarlo 2005” del comm. Lino Maga. Barbacarlo è un cru, una denominazione, un’azienda. I Maga sono il Barbacarlo da oltre mezzo secolo. Ricordo che molti anni fa comprai un cartone di Barbacarlo dopo aver letto su Maga Lino ed il suo vino scritti di Gianni Brera, Mario Soldati, Luigi Veronelli. All’epoca, con la lira e un commercio on-line inesistente, il costo della spedizione quasi pareggiò quello del prodotto. Al mio palato non avvezzo alle rusticità oltrepavesiane il vino risultò ostico ma franco. Adesso quelle che mi sembrarono asprezze paiono essersi dissolte e ricomposte in una suprema armonia. Nonostante vividi tannini e una bella acidità, il Barbacarlo 2005 ha un naso prorompente e originalissimo, un bouquet speziato e intrigante, e ha maturato un corpo da grande rosso da invecchiamento. Chapeau!!

Col Primitivo “Mondo Nuovo 2015” di Morella beviamo il territorio di Manduria e la filosofia produttiva di una coppia, Gaetano Morella viticoltore e Lisa Gilbee enologa, che ne stanno riscrivendo la Storia. Ancora una grande interpretazione: è forse questa la vera tipicità del Primitivo?

Si chiude come di consueto con un distillato: è la volta del Peated single malt irish whiskey “ CONNEMARA “ della Cooley distillery, distilleria irlandese localizzata proprio nella penisola di Cooley. Ennesima delizia per una serata indimenticabile.

Monts de la Vallée 2013 di Antoine Bouvet

Una canzone di Gianni Togni recitava così: “E guardo il mondo da un oblò m’annoio un po’ … ma cambierò, si cambierò…“

Credo che in molti osservino il mondo enologico attraverso un oblò, soliti schemi, impreziositi da innumerevoli commenti legati ad una fantasia fiabesca.

Allargare i propri orizzonti dovrebbe essere, per qualsiasi appassionato di vino, una malattia della quale non esiste una cura.

La curiosità mi costringe ad inoltrarmi per sentieri non ancora battuti, a scalare pendii sottovento dai quali è molto facile cadere, ma questo non mi spaventa , anzi mi arricchisce di esperienze e di volontà che mi portano sempre verso nuovi traguardi.

Tutto questo mi esalta e mi fa sentire come un bambino con un giocattolo nuovo, desiderato ed atteso, pronto a scartarlo e a viverlo.

Ed eccolo il mio nuovo giocattolo, Les Monts de la Vallée 2013 di Antoine Bouvet.

La maison Bouvet è ubicata a Mareuil-sur-Ay, nella grande Vallée de la Marne, fondata dal nonno Guy nel 1970, dal quale Antoine ha ereditato la passione verso lo champagne.

La produzione di questa cuvée è limitata a pochissime bottiglie, 1998 precisamente, come anche il patrimonio delle vigne, che oltre a la succitata Mareuil-sur-Ay , consta anche un altro premier cru come quello di Avenay Val D’Or.

Così chiediamo ad Antoine come nasce questa cuvée :

“C’est un 100% Pinot Noir de la vendange 2013, un mélange de vignes à Mareuil Sur Aÿ et Avenay Val D’Or, Premier Cru, il n’y a pas de désherbant, travail du sol, la vinification est en cuve inoxydable, fermentation alcoolique naturelles, et Malo lactique aussi, je laisse le vin sur lies complète pendant au moins 6 mois”

Quindi, un pinot nero di due Premier Cru, nessun diserbante nella lavorazione del terreno, vinificazione in acciaio con malolattica ,  il vino è lasciato a contatto con i lieviti per 6 mesi.

Insieme ad altri famelici bevitori, tendiamo i calici pronti ad assaporare questo blanc de noir, e quale luogo migliore per degustarlo se non “Bacco e Perbacco” a Lucera?

Una sorprendente rivelazione l’olfattiva di questo Pinot noir!

La cremosità di una delicata pasticceria è spiazzante, suadenti note speziate ed agrumate giungono al naso insieme ad una spiccata florealità.

Viola, cannella, e piccoli fragranti frutti rossi aleggiano nel calice a rimarcare l’anima di questo pinot noir e tentare gli astanti alla beva.

L’approccio gustativo è rimarchevole, biscottato e burroso, con una acidità equilibrata che accarezza setosamente il palato, ma a differenza di altri blanc de noir, qui siamo di fronte ad uno champagne sensuale, vivace e mai invadente.

Una piacevolissima beva di un giovanissimo vigneron…

Complimenti Antoine!

 

Non imparerai mai tanto come quando prendi il mondo nelle tue mani. Prendilo con rispetto, perché è un vecchio pezzo di argilla, con milioni di impronte digitali su di esso.
John Updike

Ogni convivio fatica sempre a decollare. Inizialmente i commensali, ordinatamente disposti a mezzo-busto, tendono a difendere le proprie convizioni proteggendole dietro i calici vacanti.
A quel punto ci viene sovente in soccorso il vino quale propellente emozionale capace di liberare cuori & filosofie.
Alcuni giorni fa mi sono ritrovato con i soliti amici ed immediatamente si avvertiva la necessita’ di lubrificare il pensiero.
Senza ulteriori indugi ci siamo affidati a:
LE ROC DES ANGES – SEGNA DE COR 2015

Nel 2001 Marjorie Gallette diede vita ad un progetto di recupero di una decina di ettari di antiche vigne di grenache ed in pochissimo tempo ha dato vita ad una produzione crescente ma di estrema rilevanza.
In questo blend la generosita’ carnosa del Grenache viene bilanciata dal Carignan (30%) e Sirah (20%) realizzando un accordo gradevolissimo.
Rosso rubino carico esplode in sentori di frutta rossa matura bilanciate da note speziate e di erbe aromatiche.
La beva risulta rotonda e morbida ma equilibrata da un’acidita’ tenue e gradevole quanto l’accennata trama tannica. Corroborante.

Amo i produttori che riversano tutta la loro sapienza enologica, tutto il loro amore, tutta la loro anima, in un solo vino. Un’unica etichetta dove si gioca per intero la partita dell’interazione tra uomo e natura. In molti di loro quasi non albergano sentimenti estranei al puro atto creativo. Tanti di questi non pensano ai soldi più di quanto non sia necessario, né alla fama costruita fuori dal bicchiere. Spesso luccicano di sogni e di immaginazione, più che di realtà e di profitto. A volte sembrano un po’ strani, solitari, criptici. Ma di contro sovente i loro vini parlano la lingua universale della piacevolezza organolettica. Uno tra i pochi è Michele Perillo, da tempo interprete di un magistrale Taurasi.

L’armonia di un grande vino rosso si gioca principalmente nella perfetta integrazione e riduzione in equilibrio delle colonne portanti della sua struttura: tannini e acidità.
Entrambe si abbeverano alla stessa fonte: il liquido secreto dalle ghiandole salivari. I tannini lo aggrediscono e lo prosciugano col conseguente effetto allappante. In assenza di saliva l’acidità non è ammorbidita, i suoi spigoli smussati, le sue asperità avvolte. L’acidità promuove da sé la salivazione ma il tannino “duro”, dai polìmeri corti e uncinati, la azzera.
Il tannino “duro” non è certo rintracciabile nei vini di Michele Perillo. Chimicamente diverso da quello che risiede sulla buccia e nella polpa dell’acino e senza considerare l’apporto del “dolce” tannino “gallico” del legno, si annida nel rachide(che natura ha creato per reggere i pomi, l’unica parte utile di frutto).Per questo è in assoluto un errore non diraspare! C’è chi non diraspa. Perchè ha fatto di necessità virtù e sembra voler convincere il mondo che una congiuntura climatica negativa può risultare quasi un vantaggio. Il problema è quello atavico di avere uve che il famoso enologo Emile Peynaud definiva, nel migliore dei casi, “d’argento”. Quando la natura è avversa e la materia prima è inconsistente per la cronica difficoltà del frutto a maturare dove imperversano freddi e nebbie, la struttura va costruita con i materiali di scarto. I francesi, specificatamente in Borgogna, spesso lo fanno. Un’ esigenza “tecnica” per reperire “struttura”. Il Taurasi di Michele Perillo non ha di questi problemi. Ha congenita e bastevole struttura ed è quasi perfetto da subito! E passo ad elencare la schiera trionfante di nuances visive ed olfattive che promanano dal bicchiere e l’entusiasmante teoria di note gustative che invadono la volta palatale alla beva del suo Taurasi 2007. L’aspetto è subito splendido, di lucente buona stoffa. Quel che mi ha colpito è la fittezza della trama: assembramento di particelle in ogni goccia per uno spessissimo tatto che si intuisce sin dall’aspetto, un rubino perdutamente fondo. La coltre di frutto è ingente. Frutti rossi minuti e numerosissimi. Legno buono.  Ogni snasata cerco invano di decriptarne la composizione. Rimane una sensazione di suadenza olfattiva attraversata da effluvi balsamici e speziati. Lo straripante estratto potrebbe far temere una debacle sul fronte dell’equilibrio. Ci si chiede se l’efferato morso del poderoso tannino finirà per spegnere ogni piacevolezza. Ma è la fase di bocca il punto forte.
Senza indugio son passato all’assaggio.

C’era il frutto, materia prima costitutiva. C’era la dolcezza, base imprescindibile di ogni piacere organolettico. C’era l’acidità, a dar movimento e freschezza. C’era un ampio corredo di sentori terziari, a dar conto e prova di nobile lignaggio. C’era una vena di elegante ossidazione, a conferire una nota di vissuto e di mistero sotto l’egida del tempo.

Michele Perillo, che vigneron !!

Rosario Tiso

Dietro una grande birra artigianale c’è un grande mastro birraio. Quel che rende grande un mastro birraio è la smisurata passione associata ad una vasta competenza tecnica, ad una variegata esperienza sul campo e una spiccata vena artistica. A fare da amalgama, una grande personalità. Tutte qualità che da sempre rintraccio copiosamente in Michele Solimando. A Lui si deve la nascita della birra artigianale “made in Foggia”. Dapprima col marchio EBERS; poi, con la creazione ed il successo sempre crescente del marchio REBEERS. Il birrificio si trova al Villaggio Artigiani, in Viale degli Artigiani al civico 30, dove il nostro produce direttamente le sue birre. Prima però c’è tutta una storia da raccontare. Ho conosciuto Michele Solimando visitando le Langhe. Pur essendo un viaggio mirato alla scoperta dei grandi rossi da Nebbiolo, l’itinerario contemplava la visita al birrificio “BALADIN” , in quel di Piozzo, di uno dei maestri d’Italia: Teo Musso. Quell’esperienza risultò decisiva nel percorso umano e professionale di Michele: come Teo, non riteneva gli appassionati di birra “figli di un dio minore”  rispetto agli amanti del vino. Di ritorno a casa, passò alle vie di fatto e dopo un adeguato avviamento professionale fatto di viaggi nei “sancta sanctorum” mondiali della birra e collaborazioni con i suoi più valenti interpreti , prese a cimentarsi con l’arte di produrre birra artigianale. L’esordio fu di quelli folgoranti: nacque la EBERS, la prima birra artigianale foggiana. A distanza di qualche anno non è più il mastro birraio della EBERS ma, come solo i grandi sanno fare, ha saputo ripetersi e superarsi: adesso Michele Solimando è il facitore unico e geniale della REBEERS, assoluto vertice qualitativo della birra artigianale nella città di Foggia,  stella di prima grandezza in ambito regionale, nel girone dell’eccellenza in campo nazionale, con relativi premi e riconoscimenti. Ma veniamo alle birre prodotte, vere protagoniste dell’estasi sensoriale che Michele da sempre dispensa ai fruitori dei suoi nettari :

 

SWEETLY BLONDE (5,7%)

Birra ad alta fermentazione, di ispirazione belga, prodotta con metodo artigianale. Ispirata alla classica bière blonde belga. Acqua, malto d’orzo, luppoli, lievito. Alla rifermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia per affinarne il gusto e l’aroma.

 

GOLDEN KICK (8,5%)

Birra ad alta fermentazione, ispirata alla versione laica delle Tripel trappiste, prodotta con metodo artigianale: non filtrata, non pastorizzata, priva di additivi, naturale al 100%. Acqua, malto d’orzo, zucchero candito chiaro, luppolo, lievito. Alla fermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia a temperatura controllata per affinarne il gusto e l’aroma.

 

BIANCA MADELEINE (5,4%)

Birra ad alta fermentazione, di ispirazione belga, prodotta con metodo artigianale. Ispirata alla classica bière blanche belga. Acqua, malto d’orzo, fiocchi di cereali, grano duro Senatore Cappelli, scorze d’arancia fresca del Gargano, coriandolo, luppoli, lievito. Alla rifermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia per affinarne il gusto e l’aroma.

 

HOPSFULL (7%)

 

Birra ad alta fermentazione, ispirata alle Cascadian Dark Ale americane, prodotta con metodo artigianale: non filtrata, non pastorizzata, priva di additivi, naturale al 100%. Acqua, malto d’orzo, malto di segale, luppoli, lievito. Ad una lunga fermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia a temperatura controllata per affinarne il gusto e l’aroma.

 

APAKS AMERICAN PALE ALE (6,7%)

Birra ad alta fermentazione, ispirata alla renaissance birraria americana,
prodotta con metodo artigianale: non filtrata, non pastorizzata, priva di additivi, naturale al 100%. Acqua, malti d’orzo, luppoli, lievito. Alla fermentazione in tank segue una rifermentazione in bottiglia a temperatura controllata per affinarne il gusto e l’aroma.

 

Michele Solimando: un uomo, un mastro birraio, una garanzia di assoluta qualità.

 

Rosario Tiso

E’ oggettivamente complesso riprendere la trama dopo LA LEGGENDA DI VIGNANOTICA di Rosario Tiso ed Antonio Lioce ma ad ogni conto, come un comico costretto ad entrare in scena dopo Woody Allen, mi propongo di “voltare pagina”.

La location domenicale resta la medesima ma si alternano continuamente “ospiti da 75 cl” in grado di aiutarmi ad eludere la convenzione.

Questa settimana il grato compito spetta a:
DOMINIQUE ROGER – DOMAINE DU CARROU – SANCERRE RED 2015

Siamo nel bel mezzo della Loira nel Villaggio di Bue dove la famiglia ROGER produce Sancerre dal 1600.
Il vino appare alla vista di un rosso lenito e schiude prontamente nuance di frutta rossa non matura. La beva e’ calda, avvolgente e conferma immediatamente i sentori olfattivi liberando note di ciliegie, lamponi e more. Il finale completa l’accordo con note speziate accattivanti che reclamano il sorso successivo. Prospettico.

Da una vita Io e Antonio Lioce siamo impegnati in una rappresentazione che vede protagonisti l’uomo e la Natura. Il luogo scelto come set è sempre lo stesso: la baia di Vignanotica.

E’, anche oggi e come di consueto,  una splendida mattina d’estate. Dopo aver lasciato la macchina in quei parcheggi a mezza costa che dominano la vallata digradante verso il mare, ci dirigiamo con una sgangherata navetta verso la spiaggia. Giunti nell’emiciclo fatto di falesie millenarie, giriamo a destra per raggiungere la grotta più grande della baia, la più ambita dai gitanti per riporvi masserizie e adagiarvi membra provate dal sole. E’ quello il luogo da sempre conquistato con partenze che vedono le prime luci dell’alba in giorni infrasettimanali meno pullulanti di turisti.

La prima cosa da fare è sedersi nel fondo della grotta con le spalle addossate alle pareti. E’ fondamentale che la scena venga ripresa dal basso, dalle pietre verso l’infinito. Come sfondo, in prospettica e serrata sequenza, la volta e l’ingresso della grotta, la spiaggia ciottolosa, le azzurrità di mare e cielo che si contendono la linea dell’orizzonte. Le alte strida dei gabbiani, il rumore del mare, il sibilo del vento sono le uniche colonne sonore concesse all’azione.

In compagnia dell’uomo una sola presenza, lo Champagne, nelle seguenti declinazioni: “LES MESNIL 1990”  di BRUNO PAILLARD , “AMBONNAY MILLESIME’ 1990”  di ANDRE’ BEAUFORT e  “CHARLIE 1990”  di CHARLES HEIDSIECK .

Bruno Paillard è uno dei massimi interpreti dello Chardonnay. A Le-Mesnil-sur Oger, nel cuore del cru “Le Mesnil”, possiede due lieux-dits: “Mournoir” e “Pudepeigne”. Dal “Pudepeigne” ha tirato fuori questo “Le Mesnil 1990” che offre decise fragranze di frutta candita e panettone, nell’alveo di un incalzante ventaglio agrumato ,  tallonate da sentori terziari e tocchi boisè che fanno pensare ad un vino da meditazione. Quasi grasso, è innervato da una carbonica magistralmente dosata che attraversa la tessitura del liquido e concede levità e respiro tra aromi di lime, cedro, mineralità di gesso e pasticceria. L’approccio gustativo è ampio e detonante, pur essendo cremoso ed equilibrato al palato. Una cremosità aerea, un merletto lieve ma continuo e fitto. Uno champagne dallo spirito innumere. Che champagne!!

Jacques Beaufort gestisce due vigneti, ciascuno avente la sua etichetta: Jacques Beaufort a Polisy ( AUBE ) , Andrè Beaufort ad Ambonnay               (MONTAGNE DE REIMS). Una forte allergia ai prodotti agricoli di sintesi ne hanno fatto, sin dal 1969, un sostenitore di scelte agronomiche ed enologiche biologiche prima, biodinamiche poi. Persino prodotti tollerati quali rame e zolfo sono progressivamente limitati da omeopatia ed aromaterapia. La fermentazione è innescata da lieviti indigeni ed è svolta anche la malolattica. Poi, per i prodotti più ricercati, infiniti affinamenti sui lieviti. L’ AMBONNAY MILLESIME’ 1990 è un blend di Pinot nero all’80% ed un saldo di Chardonnay. Profumi intensi e tanta mineralità, ma dai lieviti di “panetteria” si passa a quelli di “caseificio”. Tutto sembra latteggiare: un velo latteo copre ogni cosa e ne pregiudica la piena espressività.

Alto il dosaggio, oscillante attorno ai 10 grammi/litro. “CHARLIE” è nato dall’estro del celeberrimo chef de cave Daniel Thibault, che ne concepì la creazione fin dal millesimo 1979. Blend quasi paritario Pinot nero e Chardonnay ( con leggera prevalenza di Chardonnay ) , in un’epoca in cui si idolatrano i prodotti “nature”,  è un grande champagne dall’alto dosaggio ( 12 grammi / litro ) e dalla struttura monumentale. Torrone, pan di spezie, biscotti, cioccolato bianco, frutta tropicale e secca,   sinfonia di profumi che fanno da preludio ad una bocca voluttuosa, sapida, dalla trama calda e dai lunghi ritorni tostati. Un grande classico senza tempo.

Col procedere dell’estasi alcolica l’azione dei protagonisti declina e si riduce a mero moto dell’anima. E si torna indietro nel dominio del nostro vero sé, una monade vivente che da sempre pulsa dentro di noi. Si torna indietro,  stanchi delle sovrastrutture create ed innalzate per nascondere sé a se stessi, ed ogni abbattimento e ogni perdita diventano guadagno: la nostra visiera è finalmente alzata sul mondo.

Ammiro dal fondo della grotta lo splendido scenario della baia e penso che quello è un angolo del mondo, un posto dove si passa ma che resta là, ai piedi della sua roccia e sulla riva del suo mare, e che non ha veduto mai nulla del resto della terra. E’ qui che sono in questo momento; è qui che si vive: ogni altro luogo è separato. Per quanto esteso di infiniti spazi suggeriti dalla vista che si perde e che si espande fin dove soffia la brezza marina, questo è un angolo del mondo abitato da presenze ancestrali che non vedremo mai al di là della maestosa corte di falesie . Nella sua dinamica fissità, il pensiero della Natura sembra aver voluto disegnare qui quasi l’espressione di una persona, una sorta di volto fatto di pietre, alberi, cielo, mare, cui sembriamo abituarci fino a provare per esso amicizia, un volto che resta là aspettando la sera e che non può seguirci quando con sguardo supplichevole lo scrutiamo per l’ultima volta prima di voltargli le spalle e fare ritorno a casa.