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Giugno 2018

Dopo un San Silvestro e un Capodanno trascorsi tra Montefalco e Bevagna, al mattino del 2 Gennaio si riparte alla volta di casa.

Ma prima di lasciare le colline umbre una tappa è d’obbligo per chi è sempre alla ricerca di “souvenir enologici” da portare con sé e poi stappare nelle occasioni più diverse.

Si scende da Montefalco e, poco dopo aver lasciato dietro di sé il centro abitato, una freccia in legno grezzo indica la destinazione : Antica Azienda Agricola Paolo Bea.

Essere qui trasmette sensazione di quiete e l’atmosfera che vi si respira è quella dei luoghi senza tempo : dove il presente è prosecuzione di un passato, disteso verso un domani che non dimentica nulla.

Per capire questo, più che le mie parole, credo valgano le immagini :

Una breve visita in cantina e riparto con il pieno di bottiglie di questo straordinario vignaiolo.

Al momento di caricare i cartoni in auto, una anziana signora (credo la moglie di Paolo Bea) mi dice con un tono tra il preoccupato e l’affettuoso : “Mi raccomando giovanotto vada piano per strada perché i nostri vini non amano essere strapazzati “.

Rassicuro e rifletto : qui si ama quel che si fa.

Il vino che oggi apriamo per Il Brillo Parlante :Arboreus 2010, da uve Trebbiano Spoletino.

Giampiero Bea – attuale “Deus Ex Machina” dell’ azienda assieme al fratello Giuseppe – ama ripetere che i loro vini non vengono prodotti bensì “si generano” da soli con la semplice assistenza dell’uomo dalla vite al calice.

Per sapere come ciò avvenga basta leggere l’etichetta : c’è scritto tutto.

E ora il momento tanto atteso : berlo !

Colore dell’oro antico, talvolta dell’ambra, comunque brillante.

Naso inizialmente chiuso, ma dopo qualche minuto ecco arrivare albicocca secca, miele, una leggera speziatura, su una base minerale con note salmastre e una leggera volatile ; col passare del tempo sempre più ampio e complesso ( subentrano nocciola e zafferano ).

Il sorso è incredibilmente rispondente alle sensazioni olfattive : fresco, minerale, sapido e di infinita lunghezza e persistenza. In sottofondo affiora un tenue, vellutato, piacevolissimo tannino: bevuto ad occhi chiusi potrebbe in alcuni momenti sembrare un rosso…..

Un Vino Buono – Vero – Vivo !

Capita molto spesso che, andando in giro per acquisti, ci sia offerto un prodotto le cui caratteristiche siano esaltate da roboanti superlativi o da una ricercata e stucchevole magniloquenza delle parole. Un po’ come in un suq arabo o in un mercato indiano, la brillantezza dei colori, l’esaltazione dei sapori e il giusto prezzo varia secondo l’abilità del venditore e della sua capacità persuasiva. Alla fine si torna a casa con qualcosa di cui ci si accorge subito dell’inutilità o, nel migliore dei casi, di aver pagato troppo.

Alcuni anni fa, chiacchierando con un carissimo amico titolare di un locale e assai attento alla ricerca di distillati, ebbi l’impressione che mi stava accadendo qualcosa di analogo riguardo a un whisky. Non fidandomi troppo della boria degli intenditori o dell’assioma snob per il quale il whisky non è mai torbato, provavo una malcelata diffidenza a credere a quanto mi stava dicendo sull’Ardbeg Uigeadail. Poi, dando fiducia alla sua onestà intellettuale, mi lasciai convincere ad assaggiare questa edizione de luxe dell’Ardbeg… e fu subito amore!

Le sensazioni scaturite da quell’assaggio stimolarono sensi e fantasia. Sapori noti e ricordi mitologici si susseguivano nella mente a ritmo frenetico, quasi che la potenza e l’equilibrio dell’alcol e dei profumi amplificassero il ricordo e le immagini di viaggi solitari o letture notturne. Un mondo parallelo in cui mi lasciai condurre senza opporre resistenza, cullato dal calore che sprigionava ogni singolo sorso e dalla voce del mio amico che, col passare dei minuti, diventava sempre più indistinta e lontana, ma al tempo stesso cadenzava, con la sua pacatezza, il cambio di scena nella mia mente.

Non erano leggende di “immortali” o scontri tra clans che si materializzavano, ma le distese delle Highlands, i laghi incastonati nel verde e lo iodio che, dal frangere dei flutti sulle scogliere, si solleva e si offre alle narici del viaggiatore anche a miglia di distanza dalla costa.

Il secondo tumbler (ma va bene anche un calice a tulipano per whisky, in modo da aumentare la superficie del liquido a contatto con l’aria e incanalare i profumi nella parte superiore, più stretta, agevolando l’analisi olfattiva) agì più sull’area del cervello preposta alla riflessione, richiamando alla quotidianità e, quindi, alla banalità dell’ovvio, all’approssimazione del sapere, al nozionismo accettato come fungibile della conoscenza. Paradossalmente, il secondo “giro” fece svanire quella parte onirica che il suo collega aveva portato con sé: la politica si sostituì ai paesaggi, il lavoro al verde dell’orizzonte e l’inquietudine, congenita nel genere umano, al grigio del cielo. Nonostante lo schema meno appagante che si stava delineando, la straordinarietà dell’Uigeadail rimaneva la stessa!

Caratterizzato da un colore giallo dorato molto intenso, da profumi torbati- ma non invasivi- e iodati sicuramente complessi, l’Ardbeg Uigeadail risulta robusto (grazie anche ai suoi 54°), oleoso, con sentori di frutta secca, uva passa e una leggerissima vena salmastra, quasi sicuramente la conseguenza delle acque utilizzate per la sua produzione, provenienti dai laghi circostanti la distilleria Ardbeg. La sua elevata qualità è il risultato di un’attenta ricerca delle materie prime. L’orzo per l’ottenimento del malto è Bere Barley (che è una varietà autoctona), la torba è di Islay e l’affinamento della miscela dei diversi tipi di Ardbeg- tutti di dieci anni e tutti invecchiati in botti di bourbon- avviene in botti di sherry. Al termine dell’intero processo d’invecchiamento segue l’imbottigliamento, senza che il whisky sia filtrato a freddo.

Come per il vino, anche per il whisky l’eccellenza del risultato presuppone qualità nei singoli elementi di partenza.

Un prodotto di assoluto livello, il cui riconoscimento si è avuto nel 2009, quando è stato premiato whisky dell’anno, e da allora compare nell’olimpo dei migliori whisky, come sancito dal suo inserimento nella “Whisky Bible” di Jim Murray.

A presto e buon assaggio a tutti.

 

Nel mondo del vino l’ omologazione e l’ appiattimento , imposti da indecenti industriali, furbi opportunisti e persino da vittime del mercato, col tangentizio aiuto di enologi, critici e giornalisti d’antan, sta per finire. Ma non ci si illuda. Un nuovo appiattimento e una nuova omologazione si profilano all’orizzonte in nome di una agronomia ( e una conseguente e correlata scienza enologica) naturale, biologica, biodinamica. Si parla di vini veri. Ma, come disse il poeta, “il nemico è sempre alla tua testa”. Vero dovrebbe essere innanzitutto il produttore: è lui il demiurgo, il facitore, il creatore. E il vino, prima di essere vero, dovrebbe essere buono. Tutto il resto è noia o imbroglio. Così ritorno sempre a Josko Gravner, l’archetipo del “vigneron” illuminato e virtuoso. Capace di svestire i panni della celebrità per una ricerca più profonda e più vicina alle sue radici ( Hugh Johnson, nella sua guida dei vini del mondo del 1998, parlava di lui come del padre spirituale del Collio, osannandone i fantastici Chardonnay e Sauvignon… ) , è stato colui che ha definito una volta per tutte – in campo enoico – l’esatta linea di demarcazione e i giusti confini tra l’arte e la religione, tra la tecnica e la filosofia. Ho bevuto il suo ROSSO BREG 2005, pignolo in purezza. Resa di 18 quintali a fronte di un impianto da 7-8.000 ceppi per ettaro. Le uve sono state vendemmiate in ottobre, a piena maturazione. Quindi fermentazione in tini di rovere aperti con vinacce e lieviti indigeni per 40 gg e senza controllo della temperatura. Poi 72 mesi in legni grandi di slavonia e ulteriore lungo affinamento senza chiarifiche o filtrazioni. Non mi aspetto da Gravner perfette simmetrie tra componenti dure e morbide, né profili arzigogolati o tannini impalpabili. Quel che ricerco è molto più grande: personalità, carisma, riverbero del “genius loci”, emozione. E puntualmente tutto questo arriva nella forma seguente: colore rubino tendente al granato; manto scuro e denso da cui esalano profumi di frutta rossa sotto spirito e sentori agrumati; ulteriore snasata e florilegio di spezie, macchia mediterranea, grafite, cuoio, tabacco. La fase gustativa è piena e appagante, innervata da strali minerali e balsamici che danno riposo e freschezza. E ad un possente incedere non può che seguire un lunghissimo epilogo. Fino ai prodromi della pura emozione.
Rosario Tiso

Incuriosito da alcune recensioni lette sul web, sguinzaglio il mio pointer alla ricerca della preda.

La ricerca non è affatto facile, anzi risulta alquanto difficile e piena di intoppi.

Occorre esaminare diversi elementi: conservazione, livello del liquido e soprattutto il prezzo.

Finalmente, dopo due mesi di indagini il mio fido segugio porta a casa la preda: la “Cuvée Des Enchanteleurs 1996” della maison Henriot e mia!

Il 1996 nella Champagne è stato un anno strepitoso, dove la maturazione dell’uva ha raggiunto valori al di sopra della normalità.

La maison Henriot si trova nel centro del villaggio di Pierry, nel dipartimento della Marna a sud di Epernay.

Composta dal 55% di chardonnay e 45 % di pinot noir, la cuvée brut deve il suo nome agli abili “Cantinieri”, dopo una richiesta da parte del patron Paul Henriot.

La cuvée viene fatta riposare sui lieviti per almeno 12 anni prima del dégorgement ed è figlia del compianto chef de cave Daniel Thibault (scomparso prematuramente).

Immerso nella stupenda baia di San Nicola, ai piedi di Peschici, e circondato da una natura vogliosa di recuperare quanto lasciato in quello sciagurato luglio del 2007, abbandono i miei sensi alla ricerca di emozioni.

Lo verso, lo ammiro e lo avvicino al naso, e con un doppio carpiato mi tuffo dentro… porca paletta che champagne!

Il coefficiente di difficoltà molto elevato rende la gusto/olfattiva intrigante e complessa.

Un color oro intenso e una bolla ancora viva mi conducono in una show room di torrefazione, dove il negoziante è pronto a propormi miscele esotiche di ogni genere.

Faccio fatica a tornare sul trampolino, e resto ancora un po’ dentro ,sedotto dalle intense note di pietra focaia degli chardonnay della “Côte des Blancs”.

Finalmente decido di assaggiarlo e improvvisamente una nota mielosa accarezza il palato.

L’opulenza di una grassa nocciola e di un agrume candito mascherano la sapidità , ma a stupirmi è il perfetto equilibrio di uno champagne ormai maggiorenne.

Un grandissimo champagne!!!

 

Finchè si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo.

Cesare Pavese                 

                                                Deg.17/06/2018                        

 

      

Capita di quando in quando di inanellare scelte poco premianti malgrado relego al WE la massima attenzione nella selezione enoica lenitiva.

La scelta del Venerdi’ (#Martin Ardorfer Riesling Strasser Weinberge 2016) per accompagnare crudo di mare ha finito per trabordare in una dolcezza stucchevole che mal si coniugava con l’eccellenza della ns terra.

Neppure l’abituale adunanza di Zerolandia riusciva a compensare l’attesa che finisce sovente per implodere carica d’aspettative.

Non potevo mancare la scelta del Sabato sera al cospetto di un’anticipo di lusso:bracioline di carne di cavallo cucinate da mia sorella.

Occorreva un “campione” fresco di riconoscimenti, puntato quindi il naso nella personale cantina, estraevo senza esitazioni:

#AR.PE.PE. ROCCE ROSSE VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA DOCG 2002

https://www.arpepe.com/

 

Questo vino e’ stato considerato il miglior ROSSO 2017 dal #Gambero Rosso per l’annata 2007.
Nasce nel cuore della #Sassella questo #valtellina riserva di #chiavennasca (nebbiolo) mostra il nerbo della radice capace di sfidare il granito per regalarci il suo frutto.
Stappo l’annata 2002 con congruo anticipo per scoprirla di un rosso rubino granato, caratteristica del nebbiolo, la beva mostra immediati sentori di ciliegia e prugna impreziositi
da noce moscata e cuoio. Elegante, asciutto ed equilibrato conserva un’acidita’ tenue che lo rende speciale. INDIMENTICABILE.

Malgrado i rapporti politici con la #Francia siano ai minimi storici, da Oltralpe continuano ad arrivare msg (ri)concilianti contenuti in vetro da 750ml.

Orfano da qualche anno, ho trovato tuttavia sistematica ospitalita’ domenicale che ricambio sempre con bottiglie adeguate e capaci di rendere speciale anche una gg da sempre indigesta in particolar modo in assenza dell’orgia catodica sportiva.

La scelta in questo caso (mi) premia un prodotto della zona del #Rodano a nord di Lione.

– #JEAN-PAUL BRUN – DOMAINE DES TERRES DOREES – #BEAUJOLAIS – MORGON 2016 12.5%

Alla vista si propone di un rosso tenue che esplode immediatamente in una vibrante fusione di frutti rossi, ciliegie e mirtilli si fondono con sentori di timo e vengono esaltati da una mineralita’ educata e da un finale lungo dai toni quasi “selvaggi”.
Un vino giovanissimo che lascia intravedere una longevita’ capace di arricchirlo di una complessita’ al momento solo intuibile. CALDO.

Viticoltori da cinque generazioni,i Belin cercano di preservare l’ambiente locale e comunicano questo rispetto tramite i loro vini. In vigna si applicano la lotta ragionata e l’inerbimento.Olivier Belin cerca di fare Champagne equilibrati e di facile bevibilità nei suoi vigneti della Vallèe de la Marne.

 

Abbiamo scelto per questa breve selezione il –Bel Instant Brut- composto da: Pinot Maunier 80%; Chardonnay 10% e Pinot Noir 10%, ricavati da vigne di circa 30 anni.

Dal lavoro di un anno in vigna, Olivier, riesce a mettere in commercio circa 16000 bottiglie di questa etichetta.

Il Bel Instant è la bollicina ideale per accompagnare aperitivi o pietanze a base di carne bianca, presentando nel bicchiere un perlage  delicato e persistente.

Con una buona maturità, questo brut offre al naso un bouquet di pesche e albicocche accompagnato da note appena vanigliate. In bocca, la prima a presentarsi è nuovamente la frutta  seguita subito dal caramello che senza infastidire lascia spazio a sentori molto piacevoli di pane appena scottato.

Dunque, questo fu ” Tradition” di Olivier Belin, secondo noi de Il Brillo Parlante, può accompagnare i vostri aperitivi al mare o in città, donandovi momenti armoniosi!

Malgrado le “radici” non sono mai stato sedotto da Pigato e Vermentino Ligure ma la tentazione di assaggiare questo conterraneo e’ stata forte.

– AZIENDA AGRICOLA POSSA – ER GIANCU

TRIPLE A, blend Albarola e Bosco. Rapida macerazione ed affinamento prima in acciao e poi 6 mesi in legno.
Colore paglierino anche tenue se consideriamo la macerazione con note di frutta e macchia mediterranea. Lievemente sapido al debutto viene tradito dalla temperatura che apre ad una successiva beva di frutta surmatura. Ingannevole.

Cittadino di ogni altrove da sempre inclusivo non nascondo che le migliori “letture” enoiche me le regalo in solitaria.

Rientrato dalla professionale peregrinatio mi ricordo di aver tradotto in “cantina” (poco) tempo prima:

 

HATTENHEIM NUSSBRUNNER RIESLING 2015

Incipit secco e citrico premia immediatamente l’attesa ma e’ capace di procurare l’immediato desiderio di un altro e poi un altro sorso, lascia repentinamente spazio a note floreali elegantissimi con un finale interminabile. Premio.

Alcuni anni or sono, un’idea balenò nella mente del “Degustatore Indipendente” e “Bevitore d’Alta quota” Antonio Lioce. Si era fatta pressante l’esigenza di coniugare l’estasi sensoriale ingenerata dall’esperienza enoica e l’incanto suggerito da quei luoghi che sono magici nel loro essere punto d’incontro di più infiniti: l’elemento equoreo che si fa mare, il respiro dell’universo che si fa cielo, l’insondabile precipizio dell’anima che si manifesta nel tentativo di esprimere l’eterno. Simile fraseggio interiore non è prerogativa di tutti: è riservato solo a spiriti capaci di ascoltare la voce delle onde che narrano arcane leggende, di intendere le parole d’amore recate dal vento, di nutrirsi di luce, di profumi, di ozio, di abbandono. Così bastò scegliere la baia più bella del mondo, la cosiddetta “Baia dei Gabbiani”, e i vini preferiti del momento, e uno splendido sincretismo esperienziale prese corpo: nacque l’evento “Vignanotica” . La prima volta toccò al Serpico 1999 dei Feudi di S.Gregorio e al Poggio Golo 1998 della Fattoria del Cerro a fare da sponda enoica. L’anno imprecisato è stato coperto dalla patina discreta della dimenticanza, ma le emozioni sono presenti come tracce indelebili nei cuori dei due compagni d’avventura che tentarono da subito e in solido l’impresa: Antonio Lioce e Rosario Tiso. Fu tale la bellezza del momento che si temette di non riuscire a riviverla. La seconda volta di Vignanotica quasi ci colse di sorpresa. Raccattammo dei vini quasi frettolosamente, il Terre Alte di Felluga, il Camelot di Firriato e l’Ognissole dei Feudi di S.Gregorio, e corremmo ancora una volta alla Baia delle nostre più rarefatte passioni. 

Fu ancora un successo e finalmente capimmo : eravamo destinati all’assoluto, proprio noi, proprio lì. E pensammo, quasi naturalmente, al vino della luce: lo Champagne. Da quel momento in poi il viatico etilico avrebbe parlato solo il linguaggio delle più classiche delle bollicine. E così è stato!! Abbiamo degustato, nel tempo e nell’ordine, i seguenti nettari: “Brut Tradition Grand Cru” di Egly-Ouriet, ”La Closerie” di Jerome Prevost, ”L’amateur” di David Leclapart , “Brut Tradition Blanc de Blancs Millesimè 2007” di Fernand Thill , “Brut Tradition” di Pierre Legras, Ferrari del Centenario, l’Initial di Jacques Selosse, l’Apotre di David Leclapart, “Les Crayeres” di Egly-Ouriet, “Femme 1995” della maison Duval-Leroy, Venus Grand Cru 2005” di Agrapart , “Brut Grand Cru Millésime 2003” di Egly Ouriet, Extra Brut Millesime 1995” di Fleury, Dom Pérignon rosè vintage 1996, “Extra Brut Grand Cru” di Franck Bonville, “Comtes de Champagne 2004” di Taittinger, “Cuvèe Rare 2002” di Piper-Heidsieck, “Clos des Goisses 2002” di Philipponnat, “Grand Siècle” di Laurent Perrier, “Vieilles Vignes Francaises 2004” di Bollinger, Krug “Clos du Mesnil 1998” , SALON 2002, KRUG 2002, DOM PERIGNON “P2” 1998 . Il migliore di tutti ? Senza alcun dubbio il “Vieilles Vignes Francaises 2004” di Bollinger .

“…Non c’è champagne come il “Vieilles Vignes Françaises” di Bollinger, celeberrima maison fondata ad Ay, nella Vallèe della Marne, nel 1829 . Pensato nel 1969 sotto la gestione di Lily Bollinger e su suggerimento del giornalista inglese Cyril Ray, il “Vieilles Vignes” proviene da viti di Pinot nero che , pur non essendo particolarmente vetuste (ripiantate circa 35 anni fa ) , sono state clonate con il metodo della “propagazione” da piante pre-fillossera, e questo è stato fatto rispettando il sistema di allevamento ottocentesco detto “en foule” ( un metodo che prevedeva fittissime densità di impianto, anche di 50.000 ceppi/ettaro). Originariamente erano tre le parcelle da cui si ricavava il Vieilles Vignes: “Chaudes Terres” e “Clos St. Jacques”, “clos” contigui alla sede aziendale ad Ay, e la vigna “Croix Rouge” di Bouzy. Quest’ultima è stata recentemente aggredita e distrutta dalla fillossera con la conseguente scomparsa di un altro pezzo di storia enoica. Avremo meno bottiglie in futuro e presumibilmente cuvèe meno intriganti. Nella nostra versione del 2004 l’approccio olfattivo è possente, assolutamente travolgente. Il Pinot nero giganteggia in tutte le sue peculiarità: monumentale e raffinato nei profumi, materico e potente nel fruttato e nelle spezie, elegantissimo e con un lunghissimo finale. Leggendario!…”

Riusciranno le prossime, celestiali bollicine destinate all’evento 2018 , AMBONNAY MILLESIME’ 1990 – ANDRE’ BEAUFORT / CHARLIE 1990 – CHARLES HEIDSIECK / LES MESNIL 1990 – BRUNO PAILLARD , ad offuscarne il mito ?